Incontri di "Fine Settimana"

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sintesi della relazione di Armido Rizzi
Verbania Pallanza, 14 febbraio 2004

le radici della violenza umana

La prima parte sarà un'analisi delle molteplici radici della violenza umana, mentre la seconda verterà su Gesù e la nostra pace, sulla croce come vittoria di Dio sul cuore violento del mondo.

l'aggressività istintuale

La prima radice è quella che ci accomuna al mondo animale, tanto è vero che parliamo di legge della giungla per indicare lo scatenamento degli istinti, come l'aggressività.
L'etologia, che cerca di cogliere le analogie tra il comportamento animale e quello umano, offre una gran messe di informazioni sulla violenza istintiva. Gli animali sono dotati di un'aggressività che sembra puntare su degli scopi precisi, tanto da dare l'impressione di essere uguale a quella umana. Si tratta però solo di analogie, dato che gli animali non possono essere interrogati e possono essere osservati solo esteriormente (l'etologia prende in considerazione non la psiche ma il comportamento e dal comportamento cerca problematicamente di risalire a ciò che succede "dentro").
In noi c'è un impulso di violenza, che probabilmente è anche riconducibile alla nostra spontanea reazione di quando siamo colpiti da qualche cosa. Questo movimento in qualche modo automatico può generare una reazione aggressiva. Ma qui non siamo ancora alle radici della violenza.
La complessità umana è ben al di là di questi livelli.

la violenza razionale

Lo specificamente umano c'è quando si opera una violenza razionale in ordine al raggiungimento di uno scopo (razionale in quanto funzionale allo scopo). Quando parliamo di violenza parliamo di qualcosa che non solo fa male (potrebbe essere una necessaria cura dolorosa che accettiamo), ma che è male.
Questa violenza razionale è fredda, calcolatrice. Non è la violenza istintiva e neppure quella del cuore violento, che implica la presenza o la creazione del nemico. Nella violenza razionale ci si trova di fronte qualcuno che è un ostacolo al raggiungimento di un certo scopo. (Ammazzo la moglie ricca per ottenere i soldi: il fine non è ammazzare la moglie, ma prendere i soldi). La violenza è un mezzo, uno strumento per raggiungere un certo scopo.
È stata una violenza molto diffusa nella storia dell'umanità: la povertà, la scarsità di mezzi a disposizione per la sopravvivenza ha scatenato conflitti e violenze per accaparrarseli (non è sempre vero che voler le stesse cose è essere amici, come sostiene Sallustio). Quando le cose non sono divisibili mors tua vita mea.

la violenza etica del cuore violento

A questo terzo livello entra in ballo l'etica, assente al primo livello e ancora non presente in modo strutturale nel secondo (non ci sono giudizi di valore ma di funzionalità). Nel terzo livello c'è un rapporto stretto tra violenza e l'ordine dei valori, l'ordine del bene e del male. Il bene di cui qui si parla è il bene incondizionato, è la kantiana legge morale dentro di me, è l'imperativo categorico. L'istanza del bene e del giusto è qualcosa che non si può spiegare, ma neppure negare.
La principale tra le istanze del bene è quella di abbattere o frenare la violenza. Questa istanza contro la violenza è insieme potente (è presente in tutte le culture e non si può negare) e debolissima perché sempre dipendente dall'assenso umano (posso dire di no). La violenza non è solo l'uccidere, ma riguarda tutte le forme di danneggiamento dell'altro. La morale è un antidoto alla violenza.
Quando si attutisce il sentimento etico, quando prevale la tendenza a negare l'esistenza di imperativi in nome della propria libertà, unica creatrice di valori, quando si diffonde l'anomia, cioè l'insofferenza verso il sentimento della legge interiore, la violenza tende ad espandersi.
Si tende spesso a sottolineare la violenza causata da un eccesso di etica o di verità, mentre si trascura quanto male venga fatto a causa della flessione dell'etica.

la violenza della giustizia vendicativa

C'è anzitutto una violenza del diritto, la violenza in nome del bene ferito: è la violenza della giustizia vendicativa, che ha abitato il diritto da che mondo è mondo. Una certa violenza è ineliminabile come la minor violenza possibile per evitare una violenza maggiore. Ma è stato sempre osservato il principio della minor violenza possibile?
Alcuni sostengono che la violenza del diritto è stata proiettata in Dio, che il Dio giudice che premia e condanna è una proiezione della giustizia umana. Credo invece che ci sia una circolarità, che anzi originariamente sia stato il diritto a prendere dall'esperienza religiosa (nei miti si parla del rapporto tra colpa e pena, di un Dio che punisce il colpevole). Nell'esperienza religiosa c'è una insopprimibile esigenza etica, di un Dio che offre un mondo buono e che esige che l'azione umana si armonizzi con le leggi del mondo buono, con la conseguente punizione di chi trasgredisce.
Qui è l'istanza etica che chiede violenza, però non per produrre un male, ma, nella punizione del colpevole, per asportare il tumore e preservare l'armonia del corpo sociale e cosmico.

la violenza diabolica: l'etica produttrice di violenza distruttiva

Ci sono invece situazioni in cui l'etica diventa produttrice di violenza distruttiva, è essa stessa il tumore.
Quando la ragazza di Novi Ligure, Erika, ritenuta incapace di comprendere il male fatto, la gravità dell'uccisione della madre e del fratellino, di fronte alla condanna che le infligge una pena di quattro anni superiore a quella inflitta al complice, grida il suo "non è giusto", esprime il massimo della coscienza etica (lo sdegno verso l'ingiustizia è una delle manifestazioni fondamentali del senso di giustizia). È un risveglio della coscienza etica, ma capovolta, non più come istanza che chiede a me di agire giustamente, ma come istanza che io scaravento contro l'altro a mio favore. Questo è il diabolico: l'impossessarsi di quanto c'è in me di più alto, l'imperativo etico. L'imperativo etico è la trascendenza immanente. Immanente perché è dentro di noi (la legge non scritta, la voce della coscienza...), trascendente perché sta davanti a noi, vincolando la nostra libertà, il nostro io. È nel nostro io come il vincolo immanente.
Nel caso ricordato invece lo porto dalla mia parte. Al posto di essere il vincolo alla mia libertà diventa un momento della mia libertà che vuol rifarsi, che rifiuta quello che altri mi hanno inflitto in nome della giustizia e si ribella. In questo caso in maniera sterile, ma se avesse potuto, avrebbe cercato di riparare l'onta fatta. Questo è per me il cuore violento.

il cuore violento

Utilizzo "cuore" nel senso biblico di sede della percezione della verità etica, del bene e del male e della risposta. È insieme la coscienza come luce che illumina il bene e il male e la libertà che risponde in un modo o nell'altro.
Il cuore violento non è solo il cuore che dice di no al bene, ma è quel cuore che dicendo di no al bene presume di fare il bene, perché l'istanza di bene l'ha fatta diventare un suo diritto.
Questo avviene normalmente in quelle forme di espiazione della colpa che si esprimono nella dismisura. Quando ad esempio i parenti della vittima si dichiarano finalmente soddisfatti per avere assistito all'esecuzione del colpevole, esprimono chiaramente ciò che è il cuore violento, che è la volontà di distruggere il nemico, perché mi ha fatto del male, perché è stato il mio offensore.
In molti casi c'è il nemico parziale, c'è spesso quasi il gusto di sentirsi feriti per poter provare l'altro gusto di sentirsi giusti vendicatori. Noi costruiamo gli altri come nostri nemici, anche nelle cose minime.

Caino ed Abele

Spesso il più altro da noi è il più vicino, quando fa scattare la sindrome del fratello migliore che ci mette in ombra. Caino non sopporta il favore che Dio manifesta per Abele e, nonostante gli inviti di Dio a tenere a bada il mostro che è in lui, uccide il fratello. Dapprima cerca di svicolare (sono forse il custode di mio fratello?), ma quando il sangue di Abele grida dalla terra, Caino capisce e comprende che quello che ha fatto al fratello gli altri avranno ragione di farlo nei suoi confronti. Caino parte da una coscienza etica totalmente rovesciata e buttata contro il fratello e ritrova una coscienza etica con un minimo di oggettività. Ma Dio mette su di lui un marchio di difesa: nessuno tocchi Caino. Il male non si risolve con il male.
Una simile lettura può essere fatta sulla colpa originaria dentro l'Eden, come la volontà di mettere le mani sul bene e sul male in modo tale che diventi bene o male quello che io voglio. Non io sono inquilino della terra donatami da Dio, ma io sono padrone della terra.
Quando Bush proclama la guerra come giustizia "infinita", si appropria della giustizia, esprime la natura del cuore violento, del mettere le mani sul bene e sul male.

Gesù "nostra pace"

Occorre, credenti e non credenti, far tesoro delle ricchezze etiche contenute nello scrigno biblico.

verità e riconciliazione

Habermas, in un recente colloquio con Ratzinger, ha riaffermato che le religioni, in particolare l'ebraismo e il cristianesimo, sono portatrici di un mondo di valori che il mondo laico non può ignorare, soprattutto poi nel momento in cui l'idea dell'illuminismo di progresso etico dell'umanità si sta stemperando attraverso il gioco dei desideri individuali, del mercato al loro servizio, ulteriormente potenziati dallo sviluppo della scienza e della tecnica. Le istituzioni democratiche, se non hanno alla base un orizzonte di valori etici, non stanno in piedi, ma nell'approfondire questi valori etici, i laici hanno bisogno dell'ispirazione dei testi religiosi, pur senza aderire al principio religioso. Habermas cita tra gli altri il valore della riconciliazione e del perdono.
Mandela, dopo l'istituzione della democrazia in Sud Africa, istituì una commissione chiamata "verità e conciliazione" presieduta dal vescovo anglicano Desmond Tutu, per arrivare a una riconciliazione tra bianchi e neri e dare così solide fondamenta alla democrazia. A chi avesse riconosciuto pubblicamente il male fatto, non sarebbero state richieste altre forme di riparazione oltre la confessione pubblica. Sembra che abbia funzionato.
La verità della riconciliazione, già presente nell'ebraismo, è l'abc del cristianesimo.

il Dio della vittoria

Secondo Jack Miles (Dio-una biografia), se potessimo trovare una formula che dicesse in maniera complessiva chi è il Dio biblico, dovremmo affermare che è il Dio della vittoria. Cioè è il Dio che mette assieme l'ordine della giustizia (ordine etico) con l'ordine della fattualità (ordine cosmico), che coniuga cioè giustizia e felicità, che fa sì che chi è giusto viva in pienezza. Tutto il dramma di Giobbe riguarda proprio il problema del giusto che fallisce: Giobbe rifiuta non il fallimento ma che Dio abbia mentito.
Il fallimento di Israele, la deportazione e la perdita della terra promessa, viene spiegato dai profeti con il motivo che il vivere nella terra richiede la pratica della giustizia secondo la legge: sarà davvero terra promessa se tu vivrai secondo la legge. La terra promessa è nei confronti di Israele quello che l'Eden è per l'umanità: se tu accogli di vivere secondo la legge di Dio, mangerai tutti i frutti del giardino.
Questo Dio è onnipotente: ha in mano la natura, può dividere il mar Rosso, può colpire l'ingiusto, in nome della giustizia. È il Dio delle vittorie.

il Dio etico è il Dio cosmico: l'onnipotenza di Dio

Il Dio etico dell'Antico Testamento è anche il Dio cosmico, che mantiene quanto ha promesso.
Secondo la tradizione ebraica Dio ha creato prima la legge e poi il mondo. Dio ha creato il mondo in funzione della legge, cioè dell'alleanza con il suo popolo.
Inoltre il mondo come Dio lo intende si mantiene buono solo attraverso l'esecuzione della legge, non uccidendo e prendendosi cura di.
Questo Dio onnipotente si è manifestato nei miracoli che hanno accompagnano la liberazione dall'Egitto, l'esodo nel deserto sino alla vita di Gesù, che sembra essere il canto del cigno del Dio che fa i miracoli. Dio non fa il miracolo principale di far scendere Gesù dalla croce, come chiedevano anche color che erano ai piedi della croce per poter credere. Ecco perché Gesù si sente abbandonato. Nella mentalità ebraica Dio interviene a favore del giusto, ma sulla croce non succede.
Si potrebbe pensare all'impotenza di Dio, come molti hanno fatto dopo Auschwitz, ma l'ultima parola del mondo non può essere l'ingiustizia (Horkheimer). È anche ciò che afferma Kant: per fare esperienza del bene e del male non c'è bisogno di credere in Dio. È necessario invece richiamarci a Dio perché il giusto che è vissuto per il bene, deve essere felice. Guai se l'ultima parola del giusto e del buono fosse il fallimento. E poiché molte volte è proprio ciò che capita in questo mondo, ci deve essere un altro mondo in cui Dio metta assieme la virtù e la felicità. Dio non è necessario per fondare la coscienza etica, ma è necessario perché la giustizia non commetta la somma ingiustizia di non fare giustizia al giusto.
Credo che non si possa rinunciare all'onnipotenza di Dio, se si vuol mantenere la sua giustizia, se si vuole mantenere un Dio veramente etico. Ed "essere giusti" vuol dire concretamente non uccidere e far vivere, non ledere e promuovere la vita dello straniero, della vedova, dell'ammalato...

l'ultima vittoria di Dio: la resurrezione. Gesù nostra pace

Nella storia lo stile abituale di Dio non è quello di fare i miracoli. Il tempo della vittoria di Dio nella storia è finito, perché tutta la potenza di Dio si è concentrata nel dare la vittoria allo sconfitto per eccellenza, al crocifisso. È quanto appare nel primo capitolo della lettera agli Efesini: "Possa illuminare gli occhi della vostra mente per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati. Quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità tra i santi e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi credenti secondo l'efficacia della sua forza." C'è un accumulo di termini potenti per indicare la vittoria sulla morte.
Ma questa vittoria non appartiene alla storia: è l'al di là. Il Cristo risorto è il cielo. È la vita nell'al di là che sboccia con la risurrezione di Gesù, come la vittoria che Dio dà al Cristo giusto.
Essere cristiani vuol dire credere nella risurrezione di Gesù come risposta della potenza vittoriosa di Dio alla sconfitta di Gesù giusto nella storia.
E Gesù è passato attraverso la sconfitta della croce perché è l'agnello che toglie i peccati del mondo in quanto li prende su di sé.

la croce cuore nuovo dell'umanità

La polemica di Paolo contro la legge è una conseguenza della sua comprensione dell'evento Gesù, che ha compiuto con la sua morte quello che gli ebrei cercavano di fare attraverso i riti penitenziali, attraverso la circoncisione. Per questo ha la percezione del peccato universale, del faccio il male che non voglio e non faccio il bene che voglio (Rom 7). Non è Dio ad averci fatti impotenti, ma siamo stati noi. È il cuore di pietra di Ezechiele 36, che lo spirito di Dio ricrea come cuore di carne.
Poiché eravamo perduti il Padre ha mandato suo figlio per prendere su di sé la condizione di derelizione e rovesciarla in obbedienza. L'obbedienza al Padre è l'obbedienza alla legge. La polemica di Paolo contro la legge non è contro la legge scritta nel cuore, ma contro le formalizzazioni della legge.
Non basta osservare la legge nei suoi minimi particolari, ma occorre un cuore che torni ad amare la legge in quanto volontà di Dio, senza aspettarsi nulla. La croce di Gesù, per Paolo, è il cuore nuovo dell'umanità.
Giovanni dice le stesse cose quando parla del crocifisso glorioso. Gesù nella passione rovescia il cuore di pietra dicendo al Padre di sì, compiendo interamente il disegno di Dio. Nella serie di consegne omicide (Giuda consegna Gesù ai sacerdoti, i sacerdoti lo consegnano a Pilato, Pilato lo consegna ai soldati, i soldati lo consegnano alla morte) la libertà di Gesù è stata quella di dire: se è possibile passi da me questo calice, però sia fatta la tua volontà. In questa scelta si capovolge la storia dell'umanità, che Dio riconcilia a sé riattivando il cuore di pietra.
Gesù, nel momento in cui spira, dona il suo spirito a tutta l'umanità.

la fede nella risurrezione

La fede cristiana crede nell'evento del perdono, della riconciliazione, accaduto là, in un momento dello spazio e del tempo, anche se non documentabile storicamente. Di qua si vedeva la sua sconfitta, di là qualcuno l'ha visto risorto. Ma risorto non vuol dire resuscitato...
Anche un eventuale ritrovamento del cadavere di Gesù non avrebbe conseguenze sulla fede nella risurrezione. Il problema non è quello che è successo allo scheletro di Gesù. L'identità di Gesù non è l'identità delle ossa, ma del sì che lui ha detto al Padre e che è maturato dentro la carne. Quello che del suo corpo, della sua vita terrena, vive, è quello che vive dentro il suo sì.
Di fatto non tutti i testi parlano di resurrezione. Si dice anche che "è salito": "Dio lo ha esaltato e gli ha dato un nome" (Filippesi 2). Gesù è già presso il Padre e si concede nella visibilità di fattezze umane, che però non lo rendono riconoscibile (i discepoli di Emmaus, Maria di Magdala lo riconoscono solo quando parla e compie dei gesti).
Gesù non è un di là spaziale, dove si ripetono i miracoli che lui faceva di qua. La vittoria di Dio è quella di dare al giusto, al totalmente giusto, perché la sua vita è stata un sì radicale, la vita in Dio e al tempo stesso, dentro lo spazio di questa vita, di ridare il cuore vivo all'umanità, di ricreare l'alleanza.
La fede cristiana è credere in questo evento, non è una dottrina. La novità, rispetto all'Antico Testamento, è che Gesù è l'evento di Dio che tende la mano all'uomo e lo riporta a sé, riaprendogli il cuore. Gesù riapre la strada per andare a lui: è la forza creatrice del perdono e della riconciliazione.

il perdono: la forza creatrice di Dio nella storia

La vera forza creatrice di Dio nella storia è quella di ricreare il cuore. E la forza con cui Dio ricrea il cuore è il perdono, la riconciliazione. È trasformare il cuore di pietra in cuore di carne.
Questo può avvenire attraverso una esperienza di perdono. C'è chi, attraverso una esperienza di perdono ricevuto, chiede perdono. Chiede perdono perché è stato perdonato.
Quando i brigatisti si sentono dire: "perdono" (dal figlio di Vittorio Bachelet, ucciso dalle BR) si sentono sconfitti nella loro disperata disumanità. Non giungono tutti alle fede cristiana, ma giungono tutti i 18 brigatisti alla conversione etica.
È la forza creatrice del perdono a ricreare il soggetto capovolgendo quella presenza velenosa del cuore violento, o violento per ragioni di vendetta personale o violento per ragioni di presunte idealità che possono essere religiose o ideologiche. Dentro ogni nostro agire violento c'è, o come causa principale o come causa concomitante, l'avvelenamento che viene dal cuore violento. L'avvelenamento è il trasformare le ragioni del nostro fare violenza in diritti, in ragioni sacrosante, in ragioni eticamente valide, in imperativi categorici, o per lo meno in giustificazioni (non solo rendere lecito, ma rendere eticamente necessario). Il perdono smonta questo, illumina e fa capire come tutto questo è falsità e apre ad altre strade. Questo vale per le ostilità a livello di relazioni interpersonali e per le ostilità tra gruppi e nazioni, per le guerre.
La spirale di violenza, causa della fine delle relazioni interpersonali o anche internazionali, è il crearsi in ognuno dell'immagine dell'altro come nemico.
L'avere un cuore capace di giustizia è frutto di quel grande evento di perdono che è Gesù Cristo. Il saper costruire relazioni giuste belle e buone è sempre frutto, assieme ad altre cause, della capacità di perdonare, di non lasciarsi avvolgere nella spirale della costruzione dell'altro come nemico. Il passaggio dal nemico all'amico è il perdono.

ulteriori stimoli emersi nel dibattito

condono e perdono

La grazia a Sofri riguarda il condono non il perdono. Condonare vuol dire non dare la pena. Invece perdonare vuol dire cancellare la colpa: è riattivare il cuore nuovo capace di tornare a fare il bene. Il cristiano crede che questo sia avvenuto sulla croce di Gesù.

futuro di Dio e futuro storico dell'umanità

Preferisco pensare l' "al di là" come l'immortalità del cuore. Il cuore giusto è di natura sua immortale perché è ciò che resta di me. Il cuore ingiusto è il cuore di pietra già morto. Io credo che l'inferno non sia la pena eterna, ma che consista nel fatto che io muoio tutto con la mia morte, perché il mio cuore di pietra è già morto. Tutti i giusti, in particolare tutte le vittime, vivranno al di là della sconfitta della morte. Questo è l'essenziale.
Per quanto riguarda la potenza di Dio nella storia, non dobbiamo avere la presunzione di metterci al posto di Dio. Siamo chiamati invece a saper pronunciare lì dove siamo, ciascuno con la propria responsabilità, le parole della riconciliazione in modo da far rinascere il cuore dell'altro.
L'accento posto sulla morte di Gesù addirittura come seme della sua risurrezione non vuol dire tornare all'esaltazione dell'ascesi, del sacrificio, del martirio. La potenza della morte-resurrezione io la esercito non facendo le penitenze, ma perdonando.
Nella storia incomincia l'escatologia con il gesto di perdono con cui l'uomo può nuovamente camminare.
Quante persone si sono convertite vedendo o la pazienza, la dolcezza, l'umanità di quelli che tenevano prigionieri, oppure sperimentando l'umanità e il perdono dei parenti.
Si sono rese conto della follia di voler soppiantare una società in cui vive una donna, come la vedova della mia vittima, che viene a trovarmi in carcere.
Si pensi ai casi di donazione di organi tra israeliani e palestinesi. Un paio di anni fa, dopo la strage a Telaviv in una discoteca, un israeliano è andato in un bar e ha sparato 4 o 5 colpi di pistola come vendetta, uccidendo una persona musulmana. I parenti della vittima sono andati con l'imam all'ospedale a dichiarare la loro volontà di donare gli organi. Di fronte alla probabilità che ai primi posti della lista di attesa per ricevere gli organi ci fossero persone ebree, l'imam ha affermato che siamo tutti figli di Dio e che non possiamo fare distinzioni. In questo modo due famiglie si incontrano e diventano operatrici di pace. Se credo ancora in Dio è perché vedo queste cose.
La salvezza data sulla croce da Gesù è per tutti gli uomini di buona volontà. Nella misura in cui Dio vuole che la chiesa di suo figlio resti viva, io credo che la strada regale sia quella di compiere gesti di riconciliazione e di perdono.
Se vogliamo fare un'umanità migliore lì dove ognuno dove è, si sappia accogliere e si sappia perdonare. Non c'è la bomba atomica del bene.
Il "Ti perdono" non vuol dire annullare con un colpo di spugna le responsabilità, una pacca sulla spalla e via.
"Ti perdono" vuol dire che se hai capito veramente che sei perdonato allora fai penitenza. Un tempo la riparazione era il cilicio, oggi la riparazione è nell'impegno a ridare la vita. Ho tolto vita con la mia violenza, adesso cerco di ridare vita. Se non posso darla a quelli cui l'ho tolta cerco di diffonderla in altri modi. È un incremento di responsabilità.
Non è vero ciò che è stato non può essere cancellato. Non può essere cancellato il fatto in sé e anche gli effetti negativi lesivi, ma quello che è successo dentro al reo, al peccatore, può essere cancellato, e può diventare principio di attivazione e di accelerazione di forme di solidarietà.
Questa è la parola cristiana.

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