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Un testimone di pace: Giovanni XXIII e la "Pacem in terris"

sintesi della relazione di Luigi Bettazzi
Verbania Pallanza, 18 ottobre 2003

un papa oltre le etichette

Le etichette di conservatore o progressista poco si addicono alla figura di Giovanni XXIII, attaccato per certi versi alla tradizione (recita quotidiana del rosario...), per altri versi aperto al nuovo sin dall'inizio (compagno di studi di Bonaiuti...). Il contatto con il vescovo di Bergamo Radini Tedeschi, sensibile alla questione sociale, e le successive esperienze diplomatiche in Bulgaria, in Turchia e in Francia lo aprono ai problemi delle altre confessioni cristiane (ortodossi), dei non cristiani (musulmani), degli scristianizzati e quindi sensibile alle problematiche ecumeniche e interreligose. Così pure l'interesse per la figura di san Carlo Borromeo e per le sue visite pastorali a Bergamo dove portava il concilio gli fanno percepire l'importanza dell'assemblea conciliare nel rinnovare la chiesa.
Eletto papa nel 1958, dopo cinque anni trascorsi come cardinale patriarca di Venezia, si segnala subito per la sua cultura popolana, per la sua attenzione alla gente, per l'apertura ecumenica.
Novanta giorni dopo l'elezione manifesta l'intenzione di convocare un concilio con carattere pastorale, suscitando subito perplessità e reazioni in alcuni settori della gerarchia (Siri, Ottaviani...), che ritenevano che i concili dovessero avere essenzialmente un carattere dogmatico, cioè capaci di definire con precisione verità. Al contrario un concilio pastorale si rivolge alla gente e si preoccupa non solo di definire verità astratte ma di come entrare in relazione con le persone che hanno una certa cultura e mentalità, che hanno, ad esempio, rispetto al passato, un maggior spirito critico e un maggior spirito democratico.

la "Pacem in terris" e i segni dei tempi

Anche la "Pacem in terris", promulgata nel 1963, quasi un testamento spirituale, ha questa preoccupazione e attenzione alla gente e ai segni dei tempi. Per Giovanni XXIII il termine evangelico "segni dei tempi" sta a significare le situazioni concrete, l'attenzione alla gente, al suo modo di pensare e vivere.
In questa enciclica sono indicati tre grandi segni dei tempi che influenzano il modo di accogliere la fede: la promozione della donna, la maturazione sociale e politica del mondo del lavoro, l'indipendenza dei popoli (si era ai tempi della fine del colonialismo politico).
Inoltre la situazione concreta che spinse il papa a scrivere l'enciclica fu la crisi di Cuba, quando gli statunitensi minacciarono una guerra di fronte al dispiegamento dei missili sovietici a Cuba, installati su richiesta di Castro che poco prima era riuscito a respingere l'invasione degli esuli cubani appoggiati dagli americani. L'intervento del papa, segretamente richiesto dai contendenti, sbloccò la grave crisi.
Questo episodio spinse il papa a ripensare il problema della pace nel mondo. Importanti e innovative furono le distinzioni tra grandi ideologie e movimenti storici, tra errore ed errante. La cosa più importante è guardare alle persone concrete.
Altro aspetto di novità è il fatto che per la prima volta un documento della chiesa si rivolge agli uomini di buona volontà e non solo ai vescovi, ai preti, alle suore e a tutti i cristiani. Dopo di allora tutte le encicliche sociali dei papi sono rivolte agli uomini di buona volontà.
La Costituzione conciliare sul mondo contemporaneo (la Gaudium et spes) prese ispirazione da quella enciclica. Infatti nella prima parte si parla dei valori materiali e spirituali della persona umana, dei valori individuali e collettivi. Si parla della famiglia, non della famiglia cristiana, si parla della cultura, non della cultura cristiana. Solo alla fine di ogni capitolo ci sono i motivi di fede. Per poter parlare ad ogni uomo occorre usare argomentazioni accettabili da tutti.

i quattro pilastri della pace

La "Pacem in terris" ci ha aiutato a capire che cosa è la guerra e che cosa è la pace. La pace non è solo il tacere delle armi ma si fonda su quattro grandi pilastri: la verità, la giustizia, l'amore (solidarietà), la libertà.
Non c'è pace finché non c'è verità. Per la verità (astratta) si sono fatte le guerre, anche di religione, si sono bruciati eretici... Per papa Giovanni la verità è quella dell'uomo, della persona umana in quanto persona umana, non in quanto bianco, benestante, colto, sano... Nei fatti noi abbiamo l'idea di valere più degli altri. È sufficiente pensare al conto dei morti nei recenti conflitti: tutti sanno quanti occidentali sono morti, pochi quanti sono i morti afgani, irakeni o congolesi (più di due milioni...).
Dal non riconoscimento del valore della persona umana deriva l'affondamento della giustizia: noi facciamo i nostri interessi. Il quinto dell'umanità fa i suoi interessi a spese dei quattro quinti. Perché i paesi più ricchi del mondo, il G8, devono organizzare il commercio mondiale? Non sarà che lo organizzino secondo i loro interessi?
Si pensi alla finanza. I paesi poveri per restituire un po' di soldi dei debiti contratti risparmiano sulla salute e sull'istruzione. Come diceva Giovanni Paolo II non c'è pace senza giustizia.
La pace inoltre si fonda sulla solidarietà, che non è una virtù facoltativa, ma, soprattutto per i popoli più fortunati, un dovere di giustizia.
Ultimo pilastro della pace è la libertà. Ma la libertà di cui continuamente ci riempiamo la bocca non è "la" libertà, ma la "nostra" libertà: è la libertà della parte più fortunata del mondo, pagata con la mancanza di libertà degli altri. È la libertà della libera volpe nel libero pollaio. Non è un caso che le nazioni più forti ricorrano, per risolvere i problemi, alle soluzioni violente, alle guerre che sono - dice la "Pacem in terris" - al di fuori della ragione umana. Danno ragione infatti ai più forti, non ha chi ha eventualmente ragione.
La libertà coincide con la non violenza, che non è viltà o non far niente, ma la scelta più autenticamente umana, perché riconosce le ragioni di chi le ha, anche dei più deboli, e quindi orienta veramente verso la pace. Gandhi ha ottenuto l'indipendenza attraverso soluzioni non violente, come i cortei, le manifestazioni, gli scioperi. La non violenza richiede maggiore intelligenza e volontà.
Quando Gesù riceve uno schiaffo dal servo del Sinedrio non porge l'altra guancia: l'evangelico "porgere l'altra guancia" vuol dire allora non rispondere alla violenza con la violenza, in modo che anche l'altro smetta la violenza.
Ecco il compito che ci spetta anche come comunità cristiana: cercare i modi di risolvere i problemi senza la violenza, per essere di aiuto ad un autentico cammino di pace e di libertà per tutti.

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