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La passione di Gesù nei vangeli sinottici

sintesi della relazione di Rinaldo Fabris
Verbania Pallanza, 19-20 marzo 1983

I. La passione nei sinottici: storia e catechesi

a) Le tradizioni storiche della passione nei primi tre vangeli.

Diamo uno sguardo complessivo a questi antichi racconti sulla passione che costituiscono il nucleo arcaico dei vangeli. Prima di essere la raccolta delle parole e dei gesti di Gesù, i vangeli sono stati l'annuncio delle sua morte e resurrezione. M. Kaehler definisce paradossalmente i vangeli come il racconto della morte e resurrezione di Gesù con un'ampia introduzione. In realtà la passione e morte, seguite dalla proclamazione del Gesù risorto, sono il nucleo più antico dell'annuncio cristiano così come si trova riportato nelle lettere di Paolo verso gli anni 50.
Nella prima lettera ai Corinti Paolo rinvia all'annuncio fatto a questa comunità: "Vi ho trasmesso anzitutto quello che anch'io ho ricevuto, che Gesù morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è resuscitato il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici" (1 Cor 15, 3-5). A 20 anni dagli avvenimenti di Palestina, negli anni 50, abbiamo già questa struttura riguardante la vicenda di Gesù,incentrata sulla morte e resurrezione. La medesima cosa si ricava dalla lettera scritta ai Galati nello stesso periodo, dove, riassumendo l'attività di predicazione, Paolo dice: "O Galati stolti, chi mai vi ha ammaliati, proprio voi, agli occhi dei quali fu rappresentato al vivo Gesù Cristo crocifis­so?" (Gal 3,1). Tutta la predicazione paolina consisterà nell'annun­cio di Gesù morto in croce.
Lo stesso contenuto si ritrova nei discorsi riportati negli Atti degli Apostoli. In realtà si tratta di catechesi rielaborate da Luca, che riproducono lo schema delle catechesi arcaiche tenute nelle comunità di Gerusalemme, di Antiochia e di Cesarea. Il punto di partenza è sempre l'attività di Gesù culminante con la morte e resurrezione. Questo dato arcaico della morte e resurrezione di Gesù come nu­cleo centrale dei vangeli potrebbe essere confermato dalle due righe che Tacito, scrittore romano del secolo secondo, dedica alla condan­na di Gesù da parte del procuratore Ponzio Pilato sotto il regno di Tiberio o dalle dieci righe di Giuseppe Flavio nelle "Antichità Giudaiche", benché l'autenticità del testo non sia del tutto sicura.
L'antico racconto della passione è dunque da collegarsi con il Kerygma e con la catechesi su Gesù negli anni 50. Come è sorto questo racconto, come è strutturato?
Possiamo distinguere nei tre vangeli sinottici due grandi tradizioni.
C'è una tradizione arcaica, palestinese, probabilmente sorta nella comunità bilingue di Gerusalemme, alla quale si rifà anche Paolo di 1 Corinti. Questo antico racconto incentrato sulla morte di Gesù, preparata dall'arresto e dalla condanna e riletta con i salmi 22 e 69, fu in seguito integrato con altre scene, come il rinnegamento di Pietro, Barabba, il dileggio dei soldati, la provocazione ai piedi della croce. Questa arcaica narrazione che va dall'arresto alla morte è confermata dalla organizzazione letteraria dal cosiddetto terzo annuncio di Marco: "Ecco noi saliamo a Gerusalemme, il figlio dell'uomo sarà consegnato ai Sommi Sacerdoti e agli scribi che lo condanneranno a morte, lo consegneranno ai pagani, lo scherniranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno, lo uccideranno, ma dopo tre giorni risusciterà". (Mc 10,32). Qui c'è un racconto della passione che inizia con l'arresto.
Nel racconto dell'arresto di Marco si trovano tracce dell'antico inizio. In Marco 14, 43 inizia così la storia dell'arresto di Gesù: "E subito, mentre ancora parlava, arrivò Giuda, uno dei Dodici, e con lui una folla con spade e bastoni mandata dai sommi sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani".
Qui c'è la presentazione di Giuda come se se ne parlasse per la prima volta. Invece nell'intero capitolo 14 si parla di Giuda, del suo complotto, delle trattative con i capi, della denuncia del traditore durante la cena. Marco allora ha conservato la traccia dell'antico racconto che presentava Giuda come colui che fa da guida alla polizia del Tempio che arresta Gesù. Da questo nucleo incentrato sulla morte di Gesù riletta con i salmi 22 e 69 e che parte dall'arresto e si conclude con la sepoltura, si è sviluppato il racconto come lo abbiamo noi attualmente che va dall'ingresso a Gerusalemme, alle controversie nel Tempio, all'unzione di Betania, al complotto, alla cena, al Getsemani, all'arresto con il duplice processo e via via tutti gli altri particolari e scene che hanno integrato l'antico racconto che si conclude con la sepoltura.
Ricostruita così la storia del racconto della passione sulla base del Kerygma degli anni 50 e sugli indizi presenti in Marco è possibile distinguere una narrazione gerosolimitana riferita da Marco e Matteo e una più autonoma presente in Luca, più vicina a Giovanni.

b) il genere letterario del "racconto di passione" e la sua struttura.

Il problema della storicità del racconto della passione è da collegarsi con il problema del genere letterario. Il genere letterario "vangelo" non è documentaristico, non è un dossier d'archivio o preoccupazione aneddotica. A. Schweitzer nel 1906 dichiarava che è impossibile scrivere una vita di Gesù in base ai vangeli. È ancora valida l'affermazione di Lagrange: "L'unica vita di Gesù che si può ancora scrivere sono i vangeli stessi". Dai tempi del Ricciotti (1941) nessun biblista ha scritto una vita di Gesù. I vangeli infatti sono raccolte di piccole unità letterarie, sorte all'interno della comunità per esigenze liturgiche, catechistiche, missionarie, pastorali, disciplinari, ecc. Il racconto della passione, pur avendo una sua fisionomia e autonomia, è maturato attorno al kerygma che proclamava la morte e la resurrezione di Gesù in termini salvifici e che corrispondeva alle esigenze del vangelo pubblico.
La prima esigenza è quella dell'annuncio e della catechesi su "chi è Gesù", tenendo conto che è stato ucciso come un criminale, un terrorista degli anni 30. Come conciliare lo scandalo, la rottura rappresentata dalla morte di croce con la proclamazione fatta dalle comunità cristiane di Gesù come Signore, Messia, Figlio di Dio? Il dramma e l'oscenità della morte di croce saranno rilette utilizzando gli schemi religiosi dei salmi.
È possibile individuare anche una preoccupazione apologetica. Gesù è morto come morivano i rivoluzionari e i sovversivi degli anni 30. La morte di croce era una tortura che i governi utilizzavano come deterrente. I romani l'avevano mutuata dai cartaginesi e questi a loro volta dai fenici e dai persiani. A Cartagine veniva impiegata contro i generali che tentavano colpi militari. I romani la utilizzeranno per sedare la rivolta degli schiavi ed in Palestina contro gli indigeni che tentavano la rivolta per motivi politici e religiosi contro il dominio romano. Presentare il messaggio cristiano nell'impero dove la morte di croce evocava la figura dello schiavo o del ribelle era controproducente. Ecco allora che i vangeli si preoccupano di depoliticizzare la morte in croce e mostrano un Pilato che è intenzionato fino in fondo a liberare Gesù, che ne dichiara più volte l'innocenza e che sarà costretto a condannarlo dalla piazza mobilitata dai fanatici giudei. Soprattutto in Luca sarà presente questa preoccupazione apologetica.
Vi è anche nei vangeli un intento esortativo per quei cristiani che a Roma e in Asia Minore erano provati e perseguitati. Essi possono identificarsi nei vari personaggi della passione per ritrovare la forza e la fiducia di seguire Gesù nel loro cammino di passione.
Di qui la struttura attuale dei racconti. Non poteva essere né cronaca nera, né racconto di una esecuzione capitale. Le notizie di carattere storico sono state rielaborate a partire dagli intenti catechistici, apologetici e esortativi.
Su questa struttura si innestano le preoccupazioni dei singoli evangelisti animati da differenti impostazioni dottrinarie e teologiche e sollecitati da tre ambienti diversi.
Il profilo del racconto di Marco è di tipo catechistico-parenetico: Gesù viene presentato come il Messia e il Figlio di Dio per una comunità perseguitata. Il vangelo di Marco incomincia con le seguenti parole: "Inizio del vangelo di Gesù Cristo Figlio di Dio". E si conclude con il racconto della passione, in cui Gesù si proclama Messia davanti al sinedrio e il centurione che comanda il picchetto di esecuzione proclama Gesù Figlio di Dio quando lo vede morire. Per Marco la fede autentica consiste nel seguire Gesù sino alla croce e nel proclamarlo Figlio di Dio quando lo vede morire. Gesù è il Messia e il Figlio di Dio in quanto crocifisso.
In Matteo invece esiste il problema del rapporto conflittuale con l'ebraismo. L'ebraismo, che si era riorganizzato nell'80-85 con l'accademia di Jamnia, aveva emanato delle misure disciplinari nei confronti dei dissidenti pericolosi aderenti al movimento messianico che entravano nelle sinagoghe e disturbavano. Matteo leggerà la passione con un taglio anti-giudaico. Solo in lui vi è la frase: "il suo sangue cada su di noi e sui nostri figli". Gli ebrei hanno rifiutato coscientemente il Messia e allora il nuovo popolo messianico fondato con la morte di Gesù è il popolo cristiano. Pertanto in Matteo vi è una prospettiva cristologica con un taglio polemico: Gesù è il giusto innocente, il Messia e Figlio di Dio rifiutato dall'Israele storico, fondatore del popolo messianico.
Luca, che procede con una certa autonomia rispetto a Marco e a Matteo utilizzando una fonte vicina al vangelo di Giovanni, presenta Gesù come il salvatore anche sulla croce. Luca stende un velo pietoso sulle scene umilianti e orripilanti della passione e presenta Gesù come il martire coraggioso e perseverante che anche dalla croce non salva se stesso ma annuncia perdono e salvezza al criminale che gli muore accanto. La prospettiva di Luca è pertanto storico-salvifica con intento esortativo in quanto presenta Gesù come il salvatore e il martire modello dei cristiani.

c) Preliminari della passione

Dopo aver visto le fonti letterarie, il valore storico, il genere letterario, la prospettiva redazionale dei tre sinottici, possiamo passare ai racconti preliminari che ci introducono nella passione.
C'è il rischio che l'assuefazione al racconto della passione e al simbolo della croce attutisca la drammaticità, l'impatto scandaloso che i contemporanei avvertivano in tutta la sua crudezza. I vangeli non ci propongono sintesi metafisiche né grandi tesi teologiche, ma ci mostrano una espressione religiosa in forma narrativa. Il racconto della passione è la più alta cristologia ma in forma di episodi raccontati e proposti alla contemplazione.
Possiamo distinguere i preliminari dal racconto vero e proprio della passione. Tra i preliminari ci sono l'ingresso di Gesù a Gerusalemme, le controversie nel Tempio, l'unzione a Betania, il complotto, la cena, la preghiera del Getsemani. La passione vera e propria è costituita da tre scene fondamentali: l'arresto, la condanna e la morte di croce. Nel racconto della crocifissione non è messo in rilievo l'aspetto dolorifico, di sofferenza, ma lo scandalo che rappresenta la morte del Messia, il silenzio di Dio. Il problema della passione non è tanto la sofferenza di un uomo. Tanti altri uomini hanno subito sofferenze ancor più raffinate. Il problema vero è questo: che senso hanno la vita e il mondo, dove succedono queste cose, se esiste un Dio buono, che non dovrebbe tollerare la sofferenza del giusto, e potente, che dovrebbe intervenire? Il problema è il silenzio di Dio. All'interno del racconto della passione c'è già la risposta a questo problema, prima ancora della narrazione della resurrezione.

Ingresso messianico a Gerusalemme (Mc 11,1-11; Mt 21, 1-11; Lc 19,28-38)
Leggiamo il racconto di Marco. "1 Quando furono giunti vicino a Gerusalemme, a Betfage e Betania, presso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due dei suoi discepoli, 2 dicendo loro: «Andate nel villaggio che è di fronte a voi; appena entrati, troverete legato un puledro d'asino, sopra il quale non è montato ancora nessuno; scioglietelo e portatelo qui da me. 3 Se qualcuno vi dice: "Perché fate questo?", rispondete: "Il Signore ne ha bisogno e lo rimanderà subito qua"».
4 Essi andarono e trovarono un puledro legato a una porta, fuori, sulla strada, e lo sciolsero. 5 Alcuni tra quelli che erano lì presenti dissero loro: «Che fate? Perché sciogliete il puledro?» 6 Essi risposero come Gesù aveva detto. E quelli li lasciarono fare. 7 Essi condussero il puledro a Gesù, gettarono su quello i loro mantelli ed egli vi montò sopra. 8 Molti stendevano sulla via i loro mantelli, e altri delle fronde che avevano tagliate nei campi. 9 Coloro che andavano avanti e coloro che venivano dietro gridavano: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! 10 Benedetto il regno che viene, del nostro padre Davide! Osanna nei luoghi altissimi!»
11 Così Gesù entrò a Gerusalemme nel tempio; e dopo aver osservato ogni cosa intorno, essendo già l'ora tarda, uscì per andare a Betania con i dodici."
Questa sezione è ben strutturata . C'è all'inizio una nota geografica importante: il monte degli Ulivi, vicino a Gerusalemme. Ora è proprio dal monte degli Ulivi che entrano a Gerusalemme i generali come Alessandro e Tito, e al monte degli Ulivi verrà il Messia e farà l'ascensione.
Poi c'è una preparazione profetica all'ingresso. Gesù viene chiamato il Signore. Tale termine nel linguaggio greco indica il Gesù risorto che può far requisire d'autorità un asinello. Questa maniera di raccontare la storia la si ritrova nei libri biblici, dove il profeta preannuncia quel che capiterà, e poi si racconta l'esecuzione puntuale di quel che il profeta ha detto. È Dio che fa la regia di tutta la vicenda. Non è quindi cronaca, si può anche mettere in dubbio che Gesù sia entrato in Gerusalemme su di un asinello. Qui c'è una rilettura che aiuta a capire il significato dato da Gesù alla sua vicenda, significato inteso conservato e tramandato dopo la vicenda della Pasqua.
Alla preparazione ed esecuzione segue la reazione popolare: il corte di pellegrini con rami di fronde. La festa che prevedeva un corteo con rami di fronde era la festa dei Tabernacoli o delle Capanne. Proprio in occasione di questa festa veniva cantato il salmo ripreso nella acclamazione popolare "Benedetto colui che viene nel nome del Signore". È una formula messianica usata nel salmo 118, con la quale i sacerdoti accoglievano il re che entrava nel santuario. Lo stendere i mantelli sulla strada è un gesto tipico della acclamazione e della investitura regale. Quando viene proclamato re il generale Jeu al posto della vecchia dinastia, i colleghi si levano il mantello e lo stendono sulle gradinate. È chiaro il significato messianico, che Matteo sottolineerà rifacendosi al testo biblico di Zaccaria 9,8 "ecco, il tuo re viene a te, mite, seduto su un asina, con un puledro figlio di una bestia da soma" (Mt 21,5).
Gesù entra a Gerusalemme a dorso d'asina ricollegandosi alla cavalcatura dei patriarchi e di Davide e Salomone. È l'animale regale ma pacifico. Matteo ha cancellato dalla dichiarazione di Zaccaria un aggettivo che poteva richiamare l'aspetto bellicoso. Zaccaria definisce il re "giusto e vittorioso". Matteo tralascia il bellicoso "vittorioso", e interpreta "giusto", con mite e umile. Gesù entra a Gerusalemme come un messia pacifico a dorso d'asina, non per vincere con la potenza militare ma per portare la pace.
Forse bisognerebbe fare una piccola riflessione su come Gesù ha affrontato la morte. Sin dall'infanzia noi abbiamo introiettato il seguente schema: a causa del peccato dell'umanità Dio ha programmato la redenzione, mandando suo Figlio per redimere il peccato attraverso la morte di croce. Tutto è previsto dal programma di Dio. E allora l'immagine di un Gesù che non vuole morire, che sfugge alla morte e si dà alla clandestinità per noi è un po' inconsueta.
Questo ingresso a Gerusalemme probabilmente avviene nel periodo pasquale nel quale morirà. Se prendiamo l'informazione che ci dà Giovanni, Gesù entra a Gerusalemme sei mesi prima della Pasqua, durante la festa dei Tabernacoli, in autunno, quando si organizzava il corteo utilizzando la liturgia delle fronde o dei rami verdi. Giovanni ci dice che il sinedrio a un certo punto si riunisce e decide di condannare a morte Gesù per salvare la nazione e il tempio dalla loro possibile distruzione ad opera dei romani. E Giovanni 11,54: "Pertanto Gesù non si faceva più vedere in pubblico tra i Giudei; egli si ritirò di là nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Efraim, dove si trattenne con i suoi discepoli". Gesù dopo quell'episodio entra in clandestinità, non si fa più vedere in pubblico. "Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti della regione andarono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi. Essi cercavano Gesù e stando nel tempio dicevano tra di loro: Che ve ne pare? Non verrà egli alla festa? Intanto i sommi sacerdoti e i farisei avevano dato ordine che chiunque sapesse dove si trovasse lo denunciasse, perché essi potessero prenderlo" (Gv 11,55-57).
Gesù negli ultimi mesi si era quindi nascosto. Emerge qui il ruolo di Giuda, che farà da infiltrato, non per far riconoscere Gesù, dato che Gesù era da tutti conosciuto, ma per rivelare il suo nascondiglio. Tutto questo aiuta a capire la vicenda di Gesù che precipita non perché è appassionato di morire. Gesù non vuole morire. C'è tutta una macchina che si mette in moto, perché Gesù ha posto dei gesti, come l'ingresso a Gerusalemme e la presa di posizione nel tempio.

le controversie in Gerusalemme, nel tempio.
Dopo l'ingresso messianico in Gerusalemme, secondo Marco, Gesù il giorno dopo va nel tempio.
"15 Andarono intanto a Gerusalemme. Ed entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e comperavano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe 16 e non permetteva che si portassero cose attraverso il tempio. 17 Ed insegnava loro dicendo: «Non sta forse scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti? Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri!». 18 L'udirono i sommi sacerdoti e gli scribi e cercavano il modo di farlo morire. Avevano infatti paura di lui, perché tutto il popolo era ammirato del suo insegnamento. 19 Quando venne la sera uscirono dalla città." (Mc 11,15-19)
Dopo l'informazione iniziale c'è la presa di posizione di Gesù nei confronti del mercato collegato al culto. Il mercato, che occupava il cortile esterno, le pendici del monte degli Ulivi e il Cedron, era redditizio per le grandi famiglie laiche e per le autorità templari. Probabilmente il gesto di Gesù non va ingrandito. Per le feste arrivavano a Gerusalemme fino a trentamila pellegrini con pecore, buoi, agnelli colombe per i sacrifici e con moneta pregiata per il pagamento delle tasse. Gesù ha preso posizione nei confronti delle bancarelle di alcuni commercianti. È un gesto simbolico, profetico che si collega con le attese della grande tradizione biblica circa la purificazione del tempio da parte del messia. Mentre Gesù compiva questi gesti, sulla riva del Mar Morto un gruppo di sacerdoti e laici avevano fondato una comunità alternativa a quella ebraica accusata di avere contaminato il culto e il tempio di Gerusalemme. È la comunità dei monaci di Qumram.
Anche Gesù riprende questa grande speranza, ricordando due testi profetici per giustificare e interpretare il suo gesto. Uno di denuncia: "Avete fatto una spelonca di ladri" (Ger 7,11). Il profeta critica l'utilizzazione del tempio come copertura per le proprie iniquità. Critica coloro che commettono ingiustizie, ruberie, assassini e poi vanno al tempio e dicono di essere salvi perché vi abita il Signore. In questo modo il tempio viene utilizzato come i briganti utilizzano la spelonca per spartire il bottino, come riparo e parafulmine. Ma tutto questo non serve: occorre cambiare vita. L'altro testo profetico è invece di speranza "casa di preghiera e non di traffici aperta a tutto il popolo" (Is 56,7).
Le autorità templari, i sacerdoti e i teologi collegati all'area del tempio, reagiranno. Il tempio, oltre che essere un centro religioso ed economico, la grande banca del medio oriente dove confluiscono le offerte degli otto milioni di ebrei, è anche un centro culturale (accademia superiore, traduzione delle bibbie). Infine è da sottolineare il buon rapporto esistente tra tempio e governatore, tra Caifa e Pilato. C'è un legame stretto tra denaro cultura e potere.
Questa denuncia di Gesù, collegata ad un'altra presa di posizione fatta in una precedente visita a Gerusalemme ("non resterà pietra su pietra"), gli verrà rinfacciata al processo come capo d'accusa: ha attentato alla istituzione del tempio, ha minacciato l'esistenza del tempio.
Seguono poi le controversie dove sono riassunti i capi di accusa di Gesù nei confronti dell'autorità giudaica, il giudizio sulla fine di Israele collegato con la fine del mondo e il discorso d'addio che fa da preludio all'ultimo gesto preliminare.

L'unzione di Betania (Mc 14, 3-9; Mt 26,6-13)
Tra il complotto contro Gesù e il tradimento di Giuda, in Marco è narrata l'unzione di Betania.
"3 Gesù si trovava a Betània nella casa di Simone il lebbroso. Mentre stava a mensa, giunse una donna con un vasetto di alabastro, pieno di olio profumato di nardo genuino di gran valore; ruppe il vasetto di alabastro e versò l'unguento sul suo capo".
Reazione dei discepoli: "4 Ci furono alcuni che si sdegnarono fra di loro: «Perché tutto questo spreco di olio profumato? 5 Si poteva benissimo vendere quest'olio a più di trecento denari e darli ai poveri!». Ed erano infuriati contro di lei."
Reazione di Gesù: "6 Allora Gesù disse: «Lasciatela stare; perché le date fastidio? Ella ha compiuto verso di me un'opera buona; 7 i poveri infatti li avete sempre con voi e potete beneficarli quando volete, me invece non mi avete sempre. 8 Essa ha fatto ciò ch'era in suo potere, ungendo in anticipo il mio corpo per la sepoltura. 9 In verità vi dico che dovunque, in tutto il mondo, sarà annunziato il vangelo, si racconterà pure in suo ricordo ciò che ella ha fatto»".
Versare olio sul capo dell'ospite è un gesto di accoglienza, di simpatia. Nel caso di Gesù l'unzione può essere collegata con il gesto simbolico con il quale venivano consacrati i re. Samuele consacra Saul re versandogli l'olio e proferendo la formula "Ecco il Signore ti ha scelto, consacrato perché tu liberi il suo popolo dai nemici" (1Samuele 10,1). È chiara anche la solennità dell'unzione: trecento denari di olio profumato con resine e aromi orientali. Trecento denari sono la paga annuale di unbracciante agricolo. Si tratta pertanto di una unzione regale.
Ma subito dopo l'unzione viene collegata con la morte di Gesù. Come ha rinunciato a fare un ingresso militare e politico, sottolineando la dimensione pacifica, così la sua unzione sarà la sua morte.
Questo gesto di pietà anticipa e sostituisce l'unzione del cadavere, che non potrà essere fatta, perché si tratterà di una morte violenta, che non consente le onoranze funebri. È anticipato il duplice aspetto: l'unzione messianica sarà la sua morte e la morte quella di uno che non potrà avere neanche questo gesto di pietà. Allora è più urgente provvedere a lui, il più povero, che non pensare ai poveri.
L'unzione di Betania è riportata da Marco, Matteo e Giovanni. Luca la omette, raccontando però un altro fatto con un altro significato (Lc 7, 36-50).
Si possono trarre da quanto detto alcune conclusioni.
La passione è il punto di arrivo culminante della vicenda storica di Gesù, della sua attività pubblica, durata due anni e mezzo. Non può essere letta pertanto che a partire da questa attività pubblica.
La prospettiva di lettura non può essere quella cronachistica, aneddotica, biografica. Se è giusto e importante ricostruire la storicità, è ancora più importante leggere in profondità. La lettura che ci offrono i vangeli è di carattere contemplativo partecipante. Non siamo invitati ad assistere a uno spettacolo, ma ad essere coinvolti in prima persona da una vicenda che ci interpella. La prospettiva è riconoscere Gesù ed essere mobilitati al suo seguito, come comunità aperta agli altri e impegnata a dare la vita.
Infine il superamento della assuefazione alla sacralizzazione oleografica. La passione di Gesù rimane aperta, continua nella passione dei poveri cristi di oggi. Questa è la contemplazione partecipante: la passione di Gesù continua in quella di uomini e donne che sono ancora oggi la concentrazione della fedeltà, nonostante la perversità umana. Questo ci aiuta a dare un senso alla nostra vita, alle sofferenze piccole e grandi nelle quali siamo coinvolti. La passione di Gesù arriva a noi attraverso questi sacramenti, segni storici.

II. La cena finale e il Getsemani

Sempre all'interno del tema generale concernente la passione dei sinottici prenderemo ora in esame la cena finale e il racconto della preghiera nel giardino del Getsemani.
Nella tradizione primitiva la cena occupa un posto centrale. Consta dalle lettere di Paolo e dagli Atti di Luca che i cristiani si ritrovano settimanalmente, o secondo Luca ogni giorno, per la cena del Signore e per spezzare il pane nelle case. È difficile spiegare questa forma di incontro attorno alla tavola senza collegarlo con i pasti di Gesù e soprattutto con l'ultimo pasto, nel quale lui ha dato un senso alla sua morte. La cena finale allora rappresenta il raccordo tra la vita pubblica di Gesù e la sua morte. La morte di Gesù verrà interpretata a partire da come ha vissuto. La griglia di lettura è proprio questo gesto di commensalità, di amicizia e di vita.
La cena e la preghiera drammatica di Gesù nel giardino ci permettono di entrare nella passione dalla porta giusta, cercando di cogliere per quanto è possibile non in termini psicologici o autobiografici ma in termini spirituali profondi il significato che Gesù ha dato, riletto nella fede ma conservato nelle sue intenzionalità storiche dalla comunità dei suoi discepoli e poi dalla tradizione delle prime chiese. Il ricordo e la comprensione sono stati illuminati dalla Pasqua ma senza eliminare il nucleo storico che dava concretezza alla loro esperienza spirituale.

a) il complotto dei capi-sacerdoti e il ruolo di Giuda

Il complotto dei capi e la denuncia di Giuda fanno da cornice al racconto della cena e del Getsemani.
Marco racconta così l'episodio del complotto: "1 Mancavano intanto due giorni alla Pasqua e agli Azzimi (Pasqua e Azzimi coincidono. La festa di pasqua inizia la sera precedente il 14 di Nisan e il primo giorno degli Azzimi inizia il 14 a mezzogiorno. Le donne devono far sparire tutto il pane fermentato perché alla sera si mangia il pane azzimo con l'agnello. Gli Azzimi durano otto giorni) e i sommi sacerdoti e gli scribi (i magistrati e i teologi dell'ambiente del Tempio) cercavano il modo di impadronirsi di lui con inganno, per ucciderlo. 2 Dicevano infatti: «Non durante la festa, perché non succeda un tumulto di popolo»" (Mc 14,1-2)
È interessante questa notizia di Marco, confermata anche da Matteo. Nel racconto della passione non si trovano mai menzionati i farisei. Contrariamente a quanto solitamente si pensa i farisei non hanno responsabilità nella morte di Gesù. Decidono di condannare Gesù i sommi sacerdoti, l'alto clero di Gerusalemme che ha in mano il potere finanziario culturale e religioso, e le famiglie laiche che controllano il mercato e le grandi proprietà. Non i farisei che sono un movimento laicale di riforma, senza potere politico né economico. Al tempo di Matteo, dopo la distruzione del tempio, il movimento farisaico rimarrà l'unica del giudaismo organizzato. Matteo proietterà la propria situazione ai tempi di Gesù, identificando gli avversari di quest'ultimo con i farisei. Nel racconto della passione non sono comunque mai menzionati. Solo in Matteo, anacronisticamente, si accenna alla loro presenza quando si decide di mettere delle guardie al sepolcro.
Dell'autorità templare, determinante nella decisione di uccidere Gesù, Matteo menziona Caifa, il sommo sacerdote che resta in carica dal 18 al 36, quindi lungo tutto il periodo del governo decennale di Pilato. Caifa e Pilato si troveranno d'accordo nell'eliminare quel personaggio che destabilizza l'equilibrio tra potere d'occupazione e tempio. Si comprende la decisione di prenderlo con l'inganno, non durante la festa per non suscitare un tumulto popolare.
A questo punto interviene insperatamente Giuda Iscariota, l'uomo della denuncia, uno dei Dodici.
"10 Allora Giuda Iscariota, uno dei Dodici, si recò dai sommi sacerdoti, per consegnare loro Gesù. 11 Quelli all'udirlo si rallegrarono e promisero di dargli denaro. Ed egli cercava l'occasione opportuna per consegnarlo" (Mc 14, 10-11)
In Matteo c'è una trattativa economica: "E quelli gli fissarono trenta monete d'argento" (Mt 26,15). Ma questa è una citazione biblica: il prezzo del pastore rappresentante di Dio di cui parla Zaccaria (Zac 11,22) o l'indennizzo per uno schiavo. Per Matteo pertanto vi è un significato simbolico.
La figura di Giuda, assieme a quella degli altri personaggi della passione, è diventata un simbolo. Se c'è una figura sinistra, degradata nel ricordo, è proprio quella di Giuda. Bisogna però cercar di capire il movente storico. La chiave potrebbe essere il soprannome. Iscariota significa colui che denuncia o colui che consegna. Negli elenchi dei Dodici della prima chiesa si trova sempre al primo posto Pietro, poi gli altri apostoli due a due, e all'ultimo posto Giuda, colui che lo consegnò e denunciò. In Palestina esistevano i censori o denunciatori, incaricati dell'ortodossia religiosa e politica. E allora sembra che Giuda sia entrato in crisi non solo per motivi personali, psicologici. Di fronte a Gesù che va contro il Tempio e l'ortodossia, nonostante le attese di riforma religiosa che aveva suscitato,Giuda si sente impegnato a denunciarlo e a consegnarlo all'autorità. La storia dei denari pertanto non spiega nulla, anche se i vangeli tenteranno questa spiegazione, dato che, secondo Giovanni, teneva la borsa. Lo stesso Matteo del resto dirà che i trenta denari saranno riportati nel tempio da Giuda pentito. Quindi il movente non è la venalità o la corruzione ma un dramma religioso.
I vangeli sottolineano anche un aspetto ecclesiale, riportando regolarmente la denuncia del traditore, nel contesto della cena, assieme all'annuncio del rinnegamento di Pietro. Sono l'uomo di fiducia che teneva i soldi e il rappresentante del gruppo dei Dodici, che avranno un futuro diverso. È importante che i vangeli non li abbiano eliminati. Anche i cristiani che partecipano alla cena possono diventare giuda o Pietro.
Infine è presente anche un aspetto umano. Gesù ha scelto degli uomini senza plagiarli. La possibilità che all'interno del gruppo ci sia un Giuda, che dissente radicalmente al punto da consegnare Gesù agli avversari, che ci sia un Pietro preso dalla paura e attanagliato dalla crisi, sono una prova che Gesù non ha fanatizzato queste persone, ma le ha educate alla libertà, ad un rapporto con lui in cui era possibile anche la crisi e il tradimento. Ho molta paura dei capi religiosi che impediscono il dissenso, la possibilità della crisi.

b) La cena finale di Gesù

tradizione storica e genere letterario del racconto
La cena è il momento più importante per capire il significato che Gesù dà alla morte.
La cena è riportata dai tre sinottici, mentre Giovanni non la riferisce, ma la anticipa nella promessa al capitolo 6. C'è pure un documento parallelo conservato nelle lettere di Paolo. Dati i disordini che capitavano durante le cene nella comunità di Corinto, Paolo è costretto a intervenire con quello stralcio di messale, di pagina liturgica, riportato in 1 Corinti 11,23-25. Il frammento di Paolo è databile. Le lettere di Paolo e la sua attività possono essere datate con una certa sicurezza grazie ad una tavoletta scoperta a Delfi e conservata attualmente al Louvre dove si riportano i frammenti di una lettera di Claudio scritta a Gallione per la questione dei confini tra Delfi e Corinto. È possibile quindi sapere quando Gallione ha esercitato il suo proconsolato a Corinti. Ora Paolo, secondo gli Atti degli Apostoli, viene accusato e presentato dai giudei a Gallione come sovversivo. Pertanto si riesce a datare, unico caso in tutti il Nuovo Testamento, la visita di Paolo intorno agli anni 51-52, e la lettera nel 55-56 che rimana alla catechesi liturgica. "Io infatti ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta ho trasmesso a voi. Il Signore Gesù nella notte in cui veniva tradito prese il pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: Questo è il mio corpo che è per voi; fate questo in memoria di me."
La stessa formula liturgica è riportata anche da Luca. Da questo testo ci si può rendere conto che il ricordo di quella cena era già inserito nella cornice della passione: "Nella notte in cui veniva consegnato". In realtà la passione è una serie di consegne.
Giuda consegna Gesù alle guardie, le guardie lo consegnano a Caifa, Caifa a Pilato, Pilato ai soldati e da ultimo Gesù consegna il suo spirito.
Luca riporta questo racconto in una cornice un po' diversa rispetto a Marco e a Matteo. Mentre Marco e Matteo riflettono lo schema liturgico, incorniciando la cena con l'annuncio del tradimento e la denuncia del traditore, Luca pone la denuncia del traditore dopo la cena, aggiungendo anche l'annuncio del rinnegamento di Pietro: "Simone, Simone, satana ha cercato di vagliarvi come si fa con il grano" (Lc 22,31), e innesta a questo punto un piccolo discorso di addio. Per Luca la cena è una cena testamentaria, durante la quale il morente affida le sue ultime volontà e anche il significato della sua partenza con il gesto del pane e del calice e le istruzioni.
È bene ricordare che noi abbiamo attualmente il racconto dell'eucaristia e della cena stilizzato in forma liturgica. Non abbiamo cioè il resoconto materiale delle parole dette da Gesù, né una fotografia istantanea dei gesti, ma il ricordo delle parole e dei gesti di Gesù secondo le celebrazioni fatte a Gerusalemme e Antiochia, i due centri da cui derivano le tradizioni di Marco e Matteo da una parte e Luca e Paolo dall'altra.

valore e significato dei gesti e delle parole di Gesù nella cena eucaristica
I Sinottici incorniciano la cena finale di Gesù, riprodotta secondo il messale di Gerusalemme o di Antiochia, nel periodo pasquale.
Marco 14,12 afferma: "Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la pasqua", ed è ripreso da Matteo. Luca è ancora più chiaro: "Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione" (Lc 22,14). Secondo i sinottici quindi Gesù entra a Gerusalemme e fa una cena finale, solenne, in un clima di separazione. Questo è indiscutibile. Pone invece dei problemi la cena pasquale. Gesù secondo i sinottici alla sera fa la cena con l'agnello, agnello che veniva ucciso a mezzogiorno nel tempio. E poiché il giorno dopo è il 14 di Nisan, cioè pasqua, Gesù sarebbe stato crocifisso in pieno giorno pasquale. Secondo Giovanni invece le autorità del tempio non aveva ancora fatto la cena pasquale quando Gesù viene processato e, due ore dopo, ucciso. Infatti non entrano nel pretorio per non contaminarsi e poter mangiare la pasqua (Gv 18,28). Quindi mentre secondo i sinottici Gesù muore il giorno di Pasqua, secondo Giovanni la vigilia, nell'ora in cui nel tempio venivano uccisi gli agnelli. Tanto è vero che Giovanni presenterà Gesù come l'agnello al quale non deve essere spezzato nessun osso.
È più probabile che Gesù non sia stato ucciso il giorno di Pasqua. Nascerebbero altrimenti grossi problemi. I sinottici come al solito hanno semplificato e concentrato per motivi catechistici. Gli storici di oggi comunque hanno raggiunto l'accordo che Gesù ha fatto una cena finale con gli amici in un clima di complotto e di crisi e in un clima pasquale, nella settimana dominata dalla grande attesa della pasqua. Questo ci aiuterà a capire il senso che Gesù darà a quella cena. Non l'agnello, ma i gesti del pane e del vino e le parole di Gesù verranno conservati nella tradizione evangelica. Precisato questo possiamo vedere il significato dei gesti e delle parole.
Dobbiamo liberarci da una mentalità rigida, di tipo liturgico stereotipato, che ha isolato da una parte i gesti che non si capiscono più e che ha concentrato tutto sulle parole quasi fossero parole magiche trasformatrici delle cose. Dobbiamo abituarci a vedere i gesti di Gesù e a intendere le sue parole secondo la sua mentalità e prospettiva. Gesù non è un conferenziere o un professore, ma un falegname abituato a parlare con le mani, con i gesti, con le cose. Nell'attività pubblica Gesù non fa conferenze, ma incontra i malati e poi spiega, va a mangiare e poi spiega, accoglie i bambini e poi spiega. Questo è il suo modo di agire: gesti, scelte, e azioni interpretate. Anche le parole di Gesù sono così dense che i fatti stessi diventano parole.
Le parabole sono storie trasparenti all'azione di Dio: il seminatore, la massaia, il pescatore, il mercante... tutta la vita è mobilitata per leggervi dentro l'azione di Dio. Si capisce allora perché Gesù consegna il senso del suo morire a un pasto. Non è un discorso, ma un insieme di gesti interpretati dalle parole.
I gesti della cena confermano con assoluta certezza l'origine palestinese della stessa, contrariamente all'ipotesi sostenuta da alcuni della dipendenza della cena dai pasti sacri misterici funerari dell'ellenismo al fine di spiegare il senso sacramentale dell'eucaristia, il corpo mangiato e il sangue bevuto. I riti, conservati in un testo greco stilizzato, sono inconfondibilmente palestinesi.
C'è anzitutto una prima serie di gesti relativi al pane.
1) "Mentre mangiavano prese il pane"
2) "e, pronunziata la benedizione": Benedetto il Signore che fa crescere il pane dalla terra;
3) "lo spezzò": il pane non può essere tagliato, ma spezzato dal padre di famiglia o da colui che presiede la comunità. Spezzare significa offrire a Dio la cena e, se c'è un ospite, coinvolgerlo profondamente nel pasto. È importante questo per capire il senso che Gesù darà a questo partecipare;
4) "e lo diede loro": il pane viene dato. Gesù interpreta questi gesti cambiando il senso del pane. Il pane non solo un invito alla commensalità, ma sintesi e concentrazione di tutta la sua esistenza, interpretata come esistenza data o donata: "prendete questo è il mio corpo" o come più fedelmente riporta Giovanni "questa è la mia carne" cioè secondo la mentalità ebraica non la corporeità fisica, ma la persona che si esprime attraverso la corporeità. È la concezione antropologica biblica secondo la quale il progetto spirituale dell'uomo passa attraverso la comunicazione corporale: Luca e Paolo aggiungono una parola illuminante "dato per voi". L'esistenza di Gesù è un'esistenza donata. Certamente nella morte, ma non solo. Tutta l'esistenza di Gesù è stata un consegnarsi ai poveri, ai peccatori, agli ammalati, agli amici. Adesso lo è nella morte.
Per chi avesse dubbi in proposito c'è la seconda serie di gesti e parole, Non si può separare il gesto del pane spezzato, interpretato come la persona storica donata, dal gesto del vino cioè dal sangue del martire. "Poi prese il calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse: Questo è il mio sangue, il sangue dell'alleanza, versato per molti" (Mc 14,23-24).
Questi tre gesti sono collegati con l'uso del vino, simbolo di libertà e di gioia, del pasto festivo o pasquale ebraico. Gesù dà una nuova interpretazione. Normalmente nel pasto festivo o pasquale ebraico ognuno aveva la propria coppa di ceramica, dalla quale beveva dopo che il padre o il capogruppo aveva pronunciato la benedizione. Nell'ultima cena invece c'è un solo calice. Gesù prende la sua coppa, la alza di una spanna dal tavolo, recita la benedizione e poi la offre ai presenti, interpretando il gesto in modo nuovo, collegando il vino con il suo sangue e spiegando che questo sangue è il fondamento dell'alleanza nuova, è un sangue salvifico, versato per...
Una cosa è evidente: con la coppa del vino, collegata da Gesù con il proprio sangue, la sua persona è vista nella prospettiva della morte. Il sangue versato non può non richiamare la morte violenta.
Sorge qui il discusso problema della morte di Gesù come sacrificio. Per sacrificio si intende un rito religioso che si compie in un luogo sacro da parte di funzionari sacri in rapporto alla divinità. Se c'è qualcosa di antisacrificale è allora proprio la morte di Gesù, avvenuta in un luogo profano, fuori da ogni regola. Ai primi cristiani non passava neppure per l'anticamera del cervello descrivere la morte di Gesù come sacrificio esemplare. In che senso allora la morte di Gesù può avere un significato religioso? Probabilmente la cena ha aiutato a capire il senso della sua morte.
Il senso del sangue versato viene precisato per mezzo di due simboli biblici.
L'espressione "sangue dell'alleanza" è ripresa da Esodo 24,8. Mosé sceso dalla montagna consegna le clausole dell'alleanza, accettate dal popolo con la formula: "Tutto quello che il Signore ha ordinato noi lo faremo". Allora Mosé prende il sangue, quello delle vittime, e ne versa metà sull'altare, simbolo di Dio e metà sulle pietre, simbolo del popolo. È il sangue della comunione, della consanguineità. Il sangue è vita, e la vita collega Dio e popolo dell'alleanza. "Allora Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: Ecco il sangue dell'alleanza, che il Signore ha concluso con voi sulla base di queste parole" (Es 24,8).
Gesù riprende questo rito alla vigilia della morte "questo è il sangue dell'alleanza". L'incontro con Dio avviene non attraverso il sangue simbolico delle vittime ma attraverso il sangue del martire. La morte di Gesù è il luogo di incontro della piccola comunità dei seguaci di Dio.
Poiché nella sinagoga si leggeva questo testo di Esodo interpretando il sangue versato da Mosè come espiazione e perdono dei peccati, si comprende allora la formula di Matteo, usata nella liturgia; "Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue versato per molti, in remissione dei peccati". Cioè la morte di Gesù, la morte del martire, è il sangue dell'alleanza, vincolo di comunione tra gli uomini e Dio, perché fa sparire l'ostacolo, il peccato, grazie al gesto massimo di fedeltà e di amore. Non il sangue delle vittime elimina il peccato ma la fedeltà di Gesù. Si comprende pertanto come la morte di Gesù possa diventare sacrificio, cosa sacra, redenzione, espiazione, perdono.
È possibile chiarire il concetto biblico di espiazione con l'altro simbolo tratto dalla bibbia, dall'unico testo biblico in cui si parla di uno che muore per molti. Il concetto pagano di espiazione deriva da una concezione religiosa secondo la quale Dio è il Dio della collera a causa di un'offesa che deve essere espiata attraverso l'offerta di vittime. L'ordine, turbato dalla violazione di un tabù o di una norma morale, deve essere ristabilito attraverso una sofferenza o qualcosa che viene trasferito a Dio. L'espiazione o il sacrificio biblici sono quelli dell'alleanza, della comunione, simboleggiate dal sangue e dal pasto. Isaia spiega così il concetto di espiazione: "Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con i dolori. Quando offrirà se stesso in espiazione... il giusto mio servo giustificherà molti... è stato annoverato tra i peccatori, mentre portava il peccato di molti e intercedeva per i peccatori" (Is 53,10-12).
L'espiazione è pertanto la grande intercessione da parte del giusto, solidale con una comunità di peccatori e fedele a Dio, che ristabilisce la comunione con Dio. L'espiazione biblica è pertanto l'alleanza rifatta in forza della fedeltà del servo o meglio in forza della fedeltà di un Dio misericordioso che richiede unicamente la conversione.
Su questo sfondo si comprende l'eucaristia o la cena di Gesù come segno interpretativo e profetico della sua morte. Il sangue della comunione e dell'alleanza, "definitiva", diranno Luca e Paolo, è versato per molti, in remissione dei peccati, per eliminare cioè l'ostacolo che impedisce la comunione con Dio. La morte di Gesù non è un incidente, non è una fatalità, non è l'assurda sofferenza dell'innocente causata dalla prepotenza, ma è la vita donata, il corpo dato e il sangue versato, è la fedeltà del martire che avvia un processo diverso da quello dominato dalla prepotenza che genera il peccato.
Qui nasce la comunità, il nucleo di quell'alleanza nella quale sono invitate le moltitudini, l'umanità intera.
I cristiani si sono aggrappati a questa cena perché hanno capito che essa era la grande concentrazione della vita e della morte di Gesù, era tutta la grande speranza biblica, l'alleanza. La grande storia biblica confluisce in quella sera, in quei gesti semplici del pane e della coppa, collegati da Gesù alla sua vita (il corpo donato) e alla sua morte (il sangue versato), punti di arrivo della ricerca di Dio.
L'aspetto pasquale della cena sta sullo sfondo. È il memoriale definitivo: "Fate questo in memoria di me". Nella cena pasquale ebraica si diceva: "Farete questo come memoriale perpetuo". Memoria non indica il semplice ricordare ma il rivivere un'esperienza. Si capisce perché allora i cristiani hanno fatto e rifatto quella cena: per entrare in comunione con Gesù.
La parola che conclude il racconto della cena si trova in tutte le tradizioni: "In verità vi dico che io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio". (Mc 14,25).
Avendo accentuato dell'eucaristia quasi esclusivamente l'aspetto sacramentale della presenza salvifica, abbiamo trascurato la dimensione della fedeltà del martire che esprime la fedeltà di Dio, la dimensione di speranza. Per Gesù il mangiare il pane insieme e lo spartire la coppa, segno della vita donata e del sangue versato, non è il fallimento, ma l'inaugurazione del regno. La regalità di Dio, la sua vicinanza, passa attraverso il morire di Gesù.
Come conclusione è bene ricordare che Gesù non ha improvvisato la cena finale. Ha mangiato con i peccatori, ha spartito il pane del deserto con la gente, ha mangiato più volte con gli amici, preparandoli a questo gesto finale. Questo mangiare insieme concentra in sé tutte le scelte storiche di Gesù e il senso che lui ha dato alla sua morte: segno di salvezza, di perdono, della comunione con Dio.

c) La preghiera del Getsemani

La cena e la preghiera sono gli episodi della passione che vedono Gesù come protagonista. Successivamente sarà in balia degli altri.
La preghiera è ricordata da Marco 14, 32-42. Gesù si reca nel giardino del Getsemani, prende i tre amici con sé e poi inizia il dramma. "Gesù disse loro: la mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vigilate (allusione al salmo 43). Poi, andato po' innanzi, si getta a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse da lui quell'ora. E diceva: Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu."
La passione inizia con questa preghiera e terminerà con una preghiera analoga: "Padre se è possibile..." (Mc) o "Padre nelle tue mani..." (Lc).
Il triplice tentativo di coinvolgere i discepoli appesantiti dal sonno corrisponde al triplice sforzo di Gesù, lungo il cammino verso Gerusalemme, di aprire gli occhi ai discepoli "dicendo loro che il figlio dell'uomo doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto", ma questi, spaventati, rifiutano di capire.
I temi di questa preghiera, "pregate per non entrare in tentazione" e "Padre si compia la tua volontà" sono presenti nella preghiera dei discepoli: Padre venga il tuo Regno, sia fatta la tua volontà, non ci esporre alla tentazione (cioè fa che non cadiamo nella prova, nel dramma della morte). Il Padre nostro è quindi nato dalla preghiera per eccellenza di Gesù, nel dramma finale. Ma vediamo la preghiera di Gesù.
Gesù si rivolge a Dio con la parola aramaica "Abbà", con la parola usata dai bambini per chiamare il papà, il babbo. Il padre viene chiamato fuori casa dai figli adulti con il nome di signore, di maestro. Il rapporto di Gesù con Dio è caratterizzato dall'intimità.
"Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice". Qui è riassunto il dramma del male, il contrasto tra il male e la bontà è l'onnipotenza di Dio. Dio è talmente buono da poter essere chiamato con il nome familiare di babbo ed inoltre Dio può tutto. Ma se Dio è buono come può tollerare il male? Se lo tollera è perché non può fare altrimenti allora non è più Dio dato che "tutto è possibile a te".
La soluzione di Gesù: "Non ciò che voglio io ma ciò che vuoi tu".
Ma che cosa vuole Dio? Le risposte tradizionali sono semplificatrici: Dio vuole la redenzione, ed è vero, e pertanto vuole la croce, e non è vero.
La croce noi sappiamo da chi è stata programmata e decisa: da Caifa, dall'autorità templare e da Pilato. Tutte le torture della storia non sono state programmate da Dio. Sappiamo chi ha programmato le camere a gas, le ruote, i pali, ecc.. La volontà del Padre è che nessuno di questi piccoli si perda, è la volontà del Regno, cioè del pane, della salute, del perdono, della fiducia della dignità. Tutto quello che Gesù ha fatto è la volontà del Padre. Pertanto la volontà del Padre è che Gesù continui a restare figlio anche nel momento finale, ad annunciare il regno anche in quella condizione. Come è andato a tavola con i peccatori, ha guarito gli ammalati, ha spartito il pane, così cammini in mezzo ai crocifissi della storia, per dire che Dio è lì e non altrove. Alla domanda se è possibile credere in un mondo dove c'è il dolore degli innocenti, se è possibile conciliare Dio con il male, l'evangelo non dà una risposta astratta ma ci presenta la convivenza con il dolore, con il male assurdo, nell'atteggiamento di preghiera, nel coraggio di chiamare Dio "papà" anche nel momento in cui non ci salva, non ci libera dalla morte.
Luca non apporta sostanziali modifiche. Fa intervenire un angelo a confortare Gesù, similmente all'angelo che confortò Elia nel suo cammino. Poi descrive la scena del sudore di sangue: "Entrato in agonia (cioè nella lotta), incominciò a sudare e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra" (Lc 22,44). C'è l'immagine della lotta sino all'ultimo sangue. Nella preghiera Gesù ritrova la forza per percorrere sino in fondo la sua strada di martire.
Osservazioni conclusive.
1) La cena e la preghiera di Gesù sono la chiave per entrare dalla porta giusta nella passione, per comprenderne il significato cristologico, il suo essere concentrazione di tutta la personalità storica e l'ultimo segno di fedeltà, la morte. Morte che non è un malinteso spiacevole, ma la conseguenza logica del perdono e della libertà annunciati ai poveri, ai peccatori, ai crocifissi.
2) La preghiera drammatica di Gesù è un modello spirituale per superare la crisi, il dramma della morte, il non senso che la morte provoca nella nostra vita, l'azzeramento dei progetti e dei rapporti.
La preghiera non come formula ma come modo di stare davanti a Dio che ci consente di ritrovare il senso della nostra vita minacciato continuamente dalla morte, non solo dalla morte come fine biologica ma dalla morte assurda, la morte dell'innocente, la morte che rivela il volto perverso del male. È possibile vivere con dignità nonostante la morte? Gesù ci dice, come unico figlio di Dio, che è possibile. Nella sua preghiera è indicato il luogo dove si può trovare la forza per vivere con dignità la storia umana. Qui comincia la redenzione. La storia è redenta perché è stata strappata dal male che genera la morte.

III. Arresto, condanna e morte di Gesù

Il processo e la condanna di Gesù sono un avvenimento non solo storico ma anche simbolico. Corretta è l'intuizione di Diego Fabbri quando immagina un processo aperto dove i protagonisti non sono solo quelli storici ma tutti gli uomini chiamati a prendere posizione nei confronti di Gesù come istanza collocata dentro la storia. È difficile distinguere, in base ai vangeli sinottici e a Giovanni, l'aspetto giuridico e storico da quello religioso che coglie il significato metastorico, oltre l'avvenimento, in prospettiva cristiana e cristologica. I vangeli non son un racconto verbalizzato, né una cronaca giudiziaria, né una cronaca nera di un'esecuzione capitale. Per esempio, la lettura simbolica di Giovanni è illustrata dalla scena emblematica di Gesù davanti a Pilato, e dal movimento oscillante tra il palazzo e la piazza. Alla fine Pilato, il potere, che non sa scegliere la verità, cioè l'uomo Gesù, diventa controvoglia strumento della piazza. I difensori dei diritti di Cesare si rivelano quei giudei che rifiutano il loro re. Ecco la lettura simbolica e non storica di Giovanni: i Giudei non sono solo il gruppo storico, etnico, ma sono quelli che in tutti i tempi non hanno saputo riconoscere la rivelazione storica di Dio in Gesù.
Anche la lettura cristiana del motivo della condanna (Gesù rifiutato da Israele come Messia, figlio di Dio) ha mescolato insieme l'aspetto giuridico e storico con quello religioso, facendo passare per secoli, per motivi polemici, sul gruppo etnico ebraico l'accusa religiosa confusa con la responsabilità giuridica e storica: quelli che hanno ucciso, dopo averlo rifiutato, il figlio di Dio.
Oggi questa posizione, a livello storico ed ecumenico è stata superata. Ma non bastano le dichiarazione e le indagini storiche per eliminare pregiudizi diffusi a livello di massa e radicati nelle coscienze. È difficile cancellare secoli di polemiche e di lotta.
Le fonti evangeliche narrano gli avvenimenti della passione in una prospettiva religiosa cristologica, con accenti polemici nei confronti del giudaismo e apologetici nei confronti del potere imperiale, sollecitate dall'esigenza delle prime comunità cristiane, che vivevano nell'impero, di ritrovare la propria innocenza politica.

a) Ruolo dell'autorità giudaica nell'arresto di Gesù e nell'istruttoria preliminare

Marco 14 e Matteo 26 presentano l'iniziativa dell'autorità ebraica nell'arresto di Gesù. Questo dato è conciliabile con quanto afferma Giovanni che parla di una coorte, termine utilizzato anche dagli storici giudaici per indicare piccole unità dell'esercito ebraico. Coorte pertanto non indica necessariamente l'unità militare dell'esercito romano, composta di 600 uomini e quindi sproporzionata rispetto all'evento narrato. Probabilmente quindi Giovanni non fa intervenire il potere romano, ma non è improbabile che l'iniziativa dell'autorità giudaica sia avvenuta dopo l'informazione previa del governatore. L'arresto di Gesù rientra nelle competenze dell'autorità templare, che ha a propria disposizione una polizia per problemi di ordine interno di carattere nazionale e religioso.
Secondo i sinottici ad operare l'arresto sono la servitù del palazzo di Caifa e Hanan e la polizia del tempio: "Una folla con spade e bastoni mandata dai sommi sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani" (Marco14,43). Questi tre gruppi formano l'autorità del sinedrio. Giuda guida questo gruppo nel luogo dove Gesù si nasconde. Gesù rifiuta il grottesco tentativo dei discepoli di difenderlo con la forza e pronuncia un discorso apologetico, interessante perché rivela la preoccupazione degli evangelisti di fronte allo scandalo del giusto che soffre e anche perché presenta il modo in cui Gesù affronta il dramma: "Come contro un brigante (cioè un terrorista), con spade e bastoni siete venuti a prendermi. Ogni giorno ero in mezzo a voi a insegnare nel tempio, e non mi avete arrestato. Si adempiano dunque le Scritture" (Mc 14, 48-49). È la lettura religiosa: la passione inizia come compimento del piano di Dio. È un modo per superare lo scandalo del giusto che soffre.
Da questo momento inizia il "processo" o dibattimento davanti all'autorità suprema ebraica, al sinedrio o corte di giustizia. Tutti i vangeli lo riportano.
Marco e Matteo parlano di una riunione notturna del consiglio supremo, composto dai sacerdoti capi, dall'aristocrazia laica e dagli scribi, presieduto dal sommo sacerdote in carica, Caifa, genero di Hanan, l'eminenza grigia che domina l'istituzione templare nei suoi risvolti religiosi, politici ed economici. Durante la riunione si giunge alla conclusione che Gesù è eretico, deviante, bestemmiatore, e quindi degno di morte. Con questa accusa verrà consegnato al governatore perché prenda provvedimenti.
Luca non racconta il dibattimento notturno, né la riunione notturna del sinedrio, ma parla di una riunione avvenuta al mattino che giunge alle stesse conclusioni. Anche Giovanni non parla di un processo o dibattimento giudaico ma semplicemente di un'udienza presso il vecchio Anna e della custodia di Gesù nel palazzo di Caifa e del trasferimento, il giorno dopo, presso il governatore nel pretorio.
Il processo notturno davanti al sinedrio presenta troppe difficoltà da renderlo altamente improbabile sul piano storico. La sede è illegale: la sede legittima è quella vicina al cortile del tempio e non la casa del sommo sacerdote. Il tempo è illegale: il sinedrio non può riunirsi di notte. Secondo la giurisprudenza giudaica corrispondente alle raccolte legislative della Mishna, II secolo dopo Cristo, una sentenza di morte non può essere pronunciata nello stesso giorno del processo. Inoltre una sentenza non poteva essere pronunciata e tanto meno eseguita alla vigilia di una festa o in giorno di festa.
Pertanto il dibattimento giudaico, stando a questi dati, difficilmente può essere ritenuto come un dato storico. È vero comunque che la legislazione da noi oggi conosciuta è risalente al II sec. ed è di indirizzo farisaico, mentre la giurisprudenza del sinedrio, dell'autorità templare ai tempi di Gesù, era di indirizzo sadduceo, ed è scomparsa, perché legata alla istituzione templare, con la distruzione di quest'ultima. In realtà non possiamo sapere in base a quale diritto Gesù sia condannato.
C'è comunque l'informazione data da Luca, in sintonia con Giovanni, circa un'unica riunione mattutina. Luca ha la preoccupazione costante di evitare i doppioni e di aggiustare le contraddizioni presenti nei vangeli. Elimina ad esempio la seconda moltiplicazione dei pani. Dato che Marco e Matteo raccontano di una riunione mattutina, un doppione rispetto a quella notturna, Luca ne elimina una.
Si può concludere che, stando alle indicazioni di Luca e di Giovanni di una riunione mattutina, riferita anche da Matteo e Marco, e alle difficoltà della riunione notturna, non c'è stato un vero processo con regolari accuse, dibattimento e sentenza, ma una specie di istruttoria per preparare l'accusa decisiva da fare davanti al procuratore romano. Quindi il sinedrio si è probabilmente riunito in maniera informale , mentre nella notte c'è stato un incontro da Anna e Caifa per interrogare Gesù ed elaborare l'accusa nei suoi confronti. Un vero e proprio processo non c'è stato. Gesù, dopo essere stato custodito di notte presso la casa di Caifa ed aver subito il dileggio delle guardie, viene condotto il mattino presto dal governatore.

accuse e incriminazione religiosa davanti al sinedrio.
Nell'udienza giudaica tutto il dibattito si svolge attorno a due capi di accusa: Gesù ha minacciato l'istituzione templare; si è proclamato messia, attribuendosi una autorità religiosa e politica.
"55 Intanto i capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una testimonianza contro Gesù per metterlo a morte, ma non la trovavano. 56 Molti infatti attestavano il falso contro di lui e così le loro testimonianze non erano concordi. 57 Ma alcuni si alzarono per testimoniare il falso contro di lui, dicendo: 58 «Noi lo abbiamo udito mentre diceva: Io distruggerò questo tempio fatto da mani d'uomo e in tre giorni ne edificherò un altro non fatto da mani d'uomo»" (Mc 14, 55-58).
Questa accusa si trova anche in Matteo. Mentre in Luca è trasferita nel processo di Stefano, seguace del Gesù che aveva minacciato il tempio e contraddetto la legge di Mosé. Quindi uno dei capi di accusa è l'attentato contro l'istituzione del tempio.
Il secondo capo di accusa: "60 Allora il sommo sacerdote, levatosi in mezzo all'assemblea, interrogò Gesù dicendo: «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?». 61 Ma egli taceva e non rispondeva nulla. Di nuovo il sommo sacerdote lo interrogò dicendogli: «Sei tu il Cristo, il Figlio di Dio benedetto?». 62 Gesù rispose: «Io lo sono! E vedrete il Figlio dell'uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo» (Mc 14, 60-62).
Queste ultime parole contengono una citazione tratta dal testo greco della bibbia di Daniele 13,7 e una citazione del salmo 110,1. Ora non è nello stile di Gesù una citazione di questo genere. Gesù si richiama alla bibbia, ma non è un esegeta, non cita i testi, si muove con grande libertà. Si richiama a Dio che fa sorgere il sole sopra i giusti e gli ingiusti, a Dio che dà la vita e la difende e la fa crescere. Non cita mai i testi.
Si tratta pertanto di una lettura successiva fatta dai cristiani, che coglie comunque l'essenza del conflitto, che ha diviso Gesù dall'autorità giudaica: l'identità e l'autorità di Gesù. Gesù si presenta come il messia, il figlio di Dio, richiamandosi in parte alla speranza messianica degli ebrei, superando un messianismo puramente nazionale e politico.
Gesù si presenta come figlio dell'uomo. È una parola enigmatica che non si trova con contenuti messianici prima di Gesù. L'espressione di Daniele non è un titolo messianico, ma un modo di contrapporre questa figura, che è incaricata di esercitare il giudizio a favore degli oppressi, alle immagini del poter bestiale (leone, orso) che hanno dominato la storia. È un linguaggio apocalittico e visionario. Gesù ha preso l'espressione "uno della stirpe umana, un tipo d'uomo" caricandola di un significato nuovo, per esprimere la propria identità. I cristiani, dopo la pasqua, riprenderanno il testo di Daniele e lo collegheranno con il testo messianico del salmo, esprimendo così la propria fede.
In sintesi il dibattimento davanti al sinedrio condensa il conflitto storico tra Gesù e l'autorità del giudaismo. L'autorità non il popolo.

b) Ruolo dell'autorità romana nella condanna di Gesù

La scena di scherno durante la notte da parte dei servi è probabilmente un doppione della scena del dileggio fatto dai soldati.
Il racconto del rinnegamento di Pietro ha scoperte finalità parenetiche, esortative. Difficilmente può essere stato inventato, dato che di nessun capo storico si fanno racconti denigratori da parte dei seguaci. Semmai la tendenza è di liminare gli aspetti negativi e di idealizzare. È il ricordo di un momento di crisi dei discepoli emblematicamente rappresentati da Pietro, che rinnega tre volte Gesù per paura. Il gruppo dei discepoli non avrà conseguenze giudiziarie, ma il legame che avevano con il capo era pericoloso, dati i risvolti politici della vicenda di Gesù. Questo ci aiuta a capire l'assenza dei maschi ai piedi della croce, e la presenza delle donne, le quali, non avendo un ruolo sociale e tanto meno politico nella Palestina di allora, non correvano pericoli. L'immagine di Pietro sarà utilizzata per incoraggiare quei cristiani che erano chiamati nei tribunali, a deporre a favore di Gesù, a non lasciarsi intimidire e di non avvilirsi di fronte alle crisi.
Il processo di fronte a Pilato ha come centro l'accusa: Sei tu il re dei Giudei? (Mc 15,2). Questa accusa è il nucleo storico più sicuro di tutta la passione, confermata nel "titulus", nella tavoletta posta sulla trave della croce con il motivo della condanna ("Il re dei Giudei" - Mc 15,26). Gesù è accusato per la sua pretesa messianica e politica di essere il re dei Giudei, per la pretesa politico-religiosa di autonomia per la Palestina. E l'accusa di sovversione faceva scattare il meccanismo repressivo contro i rivoluzionari, la morte di croce.
Nella Tradizione cristiana, partendo dalla figura ideale tracciata dai sinottici, Pilato è la persona debole, costretto dalla piazza a giudicare e condannare controvoglia. Luca addirittura fa dire tre volte a Pilato: "Non trovo nessuna colpa in quest'uomo". La tendenza è quella di sgravare Pilato dalla responsabilità della condanna e di riversarla tutta sugli ebrei, per sgravare dall'accusa politica Gesù e di conseguenza il movimento cristiano di fronte ai sospetti alimentati dal fatto che il fondatore era stato ucciso come un ribelle dall'autorità romana. Luca farà intervenire anche Erode per confermare che Gesù non è un sovversivo, ma semmai un pazzo o un illuso. Il trasferimento da Erode, giustificato da Luca per il fatto che Gesù era galileo, è improbabile, dato che secondo il diritto romano la responsabilità non era legata al territorio ma alla persona.
Pilato è noto per la politica balorda fatta in Palestina, un amministratore romano che proviene dalla carriera militare, dell'ordine equestre, mandato in Palestina nel 26. Nel 36 verrà trasferito a Roma dal legato di Siria per rispondere all'ultima repressione violenta, che aveva provocato la morte di trecento samaritani sul monte Garizim. In quella zona calda, dove si intersecavano problemi di carattere religioso politico e culturale, Pilato gestiva il potere non in termini di diplomazia politica, ma in termini militari, risolvendo i problemi con l'uso della forza militare. Anche nel processo di Gesù, invece di risolvere il problema in termini politici, di correttezza amministrativa, Pilato tenta di agire con astuzia per non dare ragione agli ebrei, cacciandosi però in un pasticcio da cui non può uscire se non con la condanna di Gesù. Il legame perverso e segreto con l'autorità del tempio ha il sopravvento.
C'è un caso analogo a questo episodio. Pilato aveva deciso di portare l'acqua a Gerusalemme dal sud della Palestina con un acquedotto. Per finanziare l'impresa si accorda con l'autorità templare di prelevare il denaro dal tesoro. Il popolo, quando lo viene a sapere, organizza una manifestazione davanti al palazzo. Pilato sguinzaglia tra la folla soldati vestiti in abiti civili, ordinando loro, ad un dato momento, di bastonare la gente. Molti rimangono uccisi. Questo è il rapporto tra Pilato e gli ebrei: accordi a livello di vertice per la spartizione del denaro e contrasto con la popolazione. Nel processo di Gesù c'è lo stesso procedimento: accordo con l'autorità per eliminare Gesù e uso delle guardie del tempio manovrate dai sacerdoti.
La vicenda di Barabba potrebbe rientrare negli stratagemmi utilizzati da Pilato per risolvere la questione non in termini di correttezza amministrativa. Non esistono però, sul piano storico, documenti che comprovino l'esistenza di amnistie in Palestina in occasione delle festività pasquali. Probabilmente si tratta di un vago ricordo della tradizione cristiana di un'amnistia e della liberazione di un condannato politico, di nome Barabba. L'episodio è stato utilizzato per il suo valore emblematico: il popolo preferisce il criminale a Gesù portatore di libertà, anche se non di tipo politico nazionalistico. Inoltre se Pilato era disposto a liberare Gesù al posto di un pericoloso rivoluzionario ciò significava che il fondatore del cristianesimo non era politicamente pericoloso.
La vera sentenza di morte verrà pronunciata da Pilato, dato che in Palestina, provincia romana, solo il rappresentante dell'impero poteva pronunciare ed eseguire sentenze di morte. Il sinedrio poteva trattare cause criminali riguardanti l'aspetto religioso, ma non pronunciare o eseguire sentenze di morte. Le uniche eccezioni si sono verificate durante due interregni: Stefano nel 37 e Giacomo nel 62. Quindi il sinedrio non poteva trattare il caso di Gesù e condannarlo a morte.

c) la morte di croce

La morte di croce è preceduta dalla degradazione e umiliazione organizzata dai soldati. Questa è la vera scena di dileggio collegata al processo come appendice. Il re dei Giudei viene portato nel cortile e lasciato in balia dei soldati, delle truppe ausiliarie (non composte da ebrei, impediti da motivi religiosi e dalla comprensibile diffidenza dei romani, ma da siriani, edomiti e greci, che odiavano cordialmente gli ebrei). Il dileggio consiste nella scimiottatura dell'investitura regale: la porpora, la corona di foglie secche o di rami, il saluto "salve, re dei Giudei", la genuflessione e il bacio che diventa sputo. È il preludio della crocifissione.
A noi sfugge l'aspetto orripilante e degradante della morte di croce a causa di una lettura simbolica e religiosa. La croce era talmente oscena antiumana e antiestetica che gli scrittori greci non la menzionavano neppure. Nella letteratura latina si trova nelle commedie di Plauto, usata come insulto nei dialoghi degli schiavi: "figlio della forca", "degno della croce" oppure "che tu possa portare la croce". Le parole e l'immagine della croce, come dice Cicerone, devono essere tenute lontane dalle orecchie e dagli occhi di un cittadino romano.
Anche negli evangeli c'è un'operazione di censura: la crocifissione non viene descritta. Si accenna all'offesa della mirra, la bevanda drogata, allo spogliamento delle vesti riletto con il salmo 22, alla iscrizione. "Poi lo crocifissero" (Mc 15,23). Se non ci fosse il racconto di Giovanni sulla resurrezione, con l'episodio di Tommaso che viene invitato a mettere il dito nelle piaghe, non sapremmo come Gesù venga crocifisso, se con le corde o con i chiodi. La iconografia tenterà allora, con contraddizioni anatomiche, di far passare il chiodo sui due piedi sovrapposti e nel palmo delle mani. Nel 1968 è stato trovato in un antico cimitero vicino a Gerusalemme la tomba di un crocifisso, che confermerebbe la sepoltura di Gesù in un sepolcro normale e non in una fossa comune. Sono stati ritrovati una tavoletta di acacia, il resto del chiodo di ferro infisso ancora nei due calcagni accostati, le ossa del polso segnate dai chiodi e le tibie spezzate. Questo ritrovamento è interessante anche perché ci aiuta a capire la mentalità degli evangelisti e dei cristiani del I secolo e il loro silenzio sulla crocifissione giudicata oscena. Gli evangelisti descrivono la provocazione, la degradazione, il dileggio che la morte del crocifisso suscita.
"I passanti lo insultavano" (Mc 15,29), così incomincia il racconto del quadro della crocifissione.
Il dileggio è rappresentato da tre gruppi: i passanti, i sommi sacerdoti, i crocifissi ai quali si associano i presenti e i soldati. Questi tre gruppi rappresentano il fronte estraneo al dramma di Gesù.
I passanti dicevano: "Tu che distruggi il tempio e lo riedifichi in tre giorni, salva te stesso scendendo dalla croce". I sommi sacerdoti: "Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso! Il Cristo, il re di Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo". "E quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano" (Mc 15, 30-32).
In Matteo la provocazione è presentata in termini più espliciti: si fa cenno al fatto che Gesù si è proclamato figlio di Dio e che questo tipo di morte è la smentita più clamorosa di questa pretesa. Lo stesso si trova in Luca. Agli occhi del non credente la morte di Gesù appariva come il fallimento totale di essere il rappresentante, l'inviato, il figlio di Dio. È il silenzio assoluto di Dio. Dopo ci sarà un frammento di risposta da parte di un gruppo minoritario, che rappresenta il tentativo di recuperare il senso di quella morte.
La morte di Gesù è preceduta da un duplice grido, un grido di preghiera e un grido inarticolato. "Alle tre Gesù gridò con voce forte: Eloì, Eloì lemà sabactani?, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" È l'inizio del salmo 22. Una possibile interpretazione della morte di Gesù potrebbe venire dal fraintendimento di cui parla l'evangelo: "Ecco, chiama Elia!". Di qui l'offerta dell'aceto con la spugna e l'attesa: "Aspettate, vediamo se Elia viene a toglierlo dalla croce". Elia era il soccorritore dei moribondi. Gesù è lasciato nella solitudine più totale. Dio non interviene e Gesù con un altro grido muore.
Il quadro più drammatico della crocifissione è quello offerto da Marco, senza tentativi espliciti di interpretazione religiosa, ad eccezione della successiva risposta del centurione. Matteo e Luca hanno dato invece una lettura più apologetica della morte di Gesù, cercando di eliminare lo scandalo.
Secondo Luca Gesù muore perdonando, invocando il Padre e affidandosi a lui. "Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno" (Lc 22,34). Alcuni codici hanno censurato questa preghiera ecumenica di Gesù perché sembrava scagionare gli ebrei. Ma l'ignoranza, nella prospettiva lucana, non si identifica con il non sapere e quindi con la non responsabilità. Non avrebbe senso perdonare chi non è responsabile. Anche negli Atti, nei discorsi pronunciati da Pietro ("I vostri capi per ignoranza lo hanno condannato") e da Paolo ("I capi di Gerusalemme per ignoranza lo hanno condannato") ritorna lo stesso concetto. La parola ignoranza nel testo di Luca non è non sapere ma è una formula tecnica per indicare il non riconoscimento di Gesù come messia. Paolo agli intellettuali dell'Aeropago dice: "Passando sopra i tempi dell'ignoranza Dio ora ordina a tutti gli uomini di ravvedersi" (At 17,30). L'ignoranza di Luca cioè non è il non sapere ma la non conoscenza religiosa, che per gli ebrei significa non riconoscere Gesù come messia, nonostante le Scritture, e per i pagani non riconoscere il vero volto di Dio, cioè l'idolatria. È la definizione del peccato storico per gli ebrei e per i pagani. Gesù chiede perdono per il peccato storico di Israele. Nel linguaggio evangelico il perdono è sempre per un peccato.
In questa prospettiva si comprende anche il perdono dato al crocifisso che gli muore accanto e che riconosce Gesù come giusto e innocente: "Ricordati di me quando sarai nel tuo regno". Gesù gli risponde: "In verità ti dico, oggi sarai con me in paradiso" (Lc 23,42-43). La salvezza inizia sulla croce.
Matteo completa il quadro della morte di Gesù allargando l'aspetto teofanico. Nel momento in cui Gesù muore si squarcia il velo del tempio, avviene un terremoto "le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono. E uscendo dai sepolcri, dopo la sua resurrezione, entrarono nella città santa (Mt 27, 51-53). Dunque come risposta al grido di Gesù: Dio mio Dio mio, perché mi hai abbandonato avviene qui la teofania, il terremoto, la resurrezione, la vittoria sulla morte e l'inaugurazione dell'ingresso nella città santa, la Gerusalemme non solo terrena ma anche quella del cielo. E, come conclusione, la proclamazione del centurione: "Davvero costui era figlio di Dio" (Mt 27,54).
La crisi della morte di Gesù, il silenzio di Dio, viene per il momento sospeso e quelli che assistono, il centurione, i parenti e le donne, intravvedono qualcosa della resurrezione. Matteo ha addirittura anticipato la vittoria sulla morte nel momento in Gesù muore.
La morte è il giudizio sul mondo, espressa con il linguaggio biblico, cioè con le tenebre ("le tenebre in pieno giorno" dicevano Gioele e Amos) lo scuotimento della terra e lo squarciarsi del velo del tempio, cioè la soppressione delle vecchie istituzioni e l'accesso a Dio senza le barriere del tempio ebraico.
Infine la sepoltura. Probabilmente Gesù è stato sepolto per iniziativa non di amici ma di un ebreo simpatizzante, Giuseppe d'Arimatea. Il ricordo della tomba è in relazione con la prima esperienza della resurrezione da parte delle donne.

Considerazioni conclusive.
1) La morte di Gesù sta dentro la storia umana. È l'effetto di quel peccato storico che nella Palestina degli anni 30 si chiama gestione romana dell'occupazione e gestione politica del tempio. I due poteri si trovano alleati nell'eliminare Gesù, nel condannarlo e nel crocifiggerlo.
2) La morte di Gesù è in relazione con la morte di tutti i giusti e innocenti della storia. Non a caso i vangeli proietteranno sull'immagine del crocifisso il giusto del salmo 22 e 69 (le vesti divise, l'aceto, l'insulto dei nemici). Gesù sta dentro questa lunga storia di passione dove i giusti, i malati, i perseguitati, i processati hanno pagato con la loro vita la fedeltà e la scelta di giustizia.
La morte di Gesù è degradazione fisica e morale che svela il volto inumano della morte, legata alla perversità umana. La morte di Gesù è il grido di un'umanità che non si rassegna a questa esperienza di morte: è il duplice grido, la grande domanda rivolta a Dio: "Perché mi hai abbandonato?". È un grido che sale non solo dalla croce di Gesù ma da tutti i crocifissi della storia.
3) La risposta di Dio avviene in Gesù crocifisso, non solo in quei segni della manifestazione teofanica. La risposta di Dio viene espressa dai protagonisti che assistono al dramma della croce. Ci sono quelli che sono espressione del peccato storico e restano scandalizzati dalla crocifissione del giusto, di uno dei tanti falliti, e c'è un piccolo gruppo di minoranza, formato non dai seguaci di Gesù ma dalle donne e da un ufficiale straniero, che intuisce che Dio sta dalla parte di Gesù e non da quella dei gestori del potere religioso, culturale e economico. Questi frammenti di risposta aspettano l'illuminazione della pasqua.
Concludo con le parole di Paolo, che esprimono l'atteggiamento cristiano di fronte alla morte di Gesù: "Noi annunciamo un Messia impiccato. I giudei cercano un Dio dei miracoli, onnipotente, i greci cercano un Dio ragione, logico (Dio potenza o Dio ideologia: sono le immagini di Dio da sempre cercate e create dagli uomini). Questo Dio impiccato, fallito, è follia per quelli che immaginano un Dio logico ed è impotenza per quelli che immaginano un Dio miracolo. Ma quelli che credono, quelli che restano aperti all'azione gratuita di Dio, in Gesù riconoscono la sapienza e l'onnipotenza di Dio, cioè di colui che dà senso (la sapienza) e colui che salva (l'onnipotenza), strappando l'uomo dall'impotenza del peccato che genera la morte".

Sintesi dell'esposizione tenuta da Rinaldo Fabris, a Pallanza, nei giorni 19 e 20 marzo 1983, non revisionata dal relatore.

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