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sintesi della relazione di Rinaldo Fabris
Verbania Pallanza, 19 dicembre 1998

Gli ebrei fino al secondo secolo a.C., al tempo dei martiri a causa della fede, non si interessarono molto dell'aldilà, oltre la morte. Il futuro, tanto del singolo individuo che dell'intera umanità e del mondo, non va oltre la storia.
La speranza di un futuro ultimo si fa strada su un terreno fecondato da elementi religiosi e culturali che occorre prendere in considerazione.
Innanzitutto la fede in Dio creatore del mondo e signore della storia favorirà il formarsi della prospettiva di una nuova creazione e la fede in un Dio fedele agli impegni dell'alleanza farà sorgere l'idea di resurrezione per chi è ucciso a causa della fede. Così pure favorirà la speranza in futuro oltre la storia la fede in un Dio giusto e l'esperienza di persone che non hanno avuto giustizia in questo mondo.
La cultura dell'antico medio oriente poi, in particolare quella mesopotamica e egiziana, fornirà materiali per l'elaborazione della speranza ebraica nell'aldilà.

1. La speranza escatologica

Momento fondamentale è l'esperienza traumatica dell'esilio, epoca nella quale sorge una nuova coscienza individuale, prima assorbita in quella collettiva.
Nei profeti, anzitutto, l'azione salvifica di Dio, il vivente, è garanzia di vita e di resurrezione. In particolare Osea nel 7° secolo ("al terzo giorno ci farà rialzare noi vivremo alla sua presenza") e Ezechiele nel 6° secolo preparano il linguaggio della resurrezione sia individuale che collettiva, anche se impiegano un linguaggio metaforico per annunciare il ritorno nella terra o per scongiurare la minaccia dell'invasione.
Nei libri sapienziali emerge il problema di coniugare la fedeltà del Dio vivente e il destino dell'essere umano, che per Giobbe è totalmente circoscritto entro la vita presente. Giobbe vuole avere giustizia in questa vita e spera in un Dio riscattatore, salvatore
Nel 2 Maccabei si giunge a enunciare il tema della resurrezione non più come metafora, ma come realtà, come risposta alla morte del resistente, conseguenza della fedeltà a Dio. La madre e i suoi sette figli martiri esprimono la speranza in un futuro oltre la morte. La resurrezione viene vista come un nuovo atto creatore di Dio. Il Nuovo Testamento non aggiungerà nulla di nuovo, se non la resurrezione di Gesù, all'idea di resurrezione come nuova creazione da parte di Dio. Non c'è attesa di un giudizio finale, ma passaggio immediato alla nuova vita. La resurrezione è vista come reintegrazione di tutto l'essere umano.
Nel libro della Sapienza si parla di anime dei giusti, di immortalità. Il linguaggio platonico utilizzato (immortalità, incorrutibilità) deve essere letto, a differenza di quanto solitamente si fa, secondo la prospettiva della cultura ebraica: l'immortalità non è una qualità dell'anima rispetto al corpo mortale. L'essere umano muore e la potenza di Dio creatore lo fa vivere nella sua interezza.

2. Giudizio di Dio e giorno del Signore

Giudizio di Dio e giorno del Signore sono categorie fondamentali riguardanti la realtà ultima.
Anzitutto è bene sottolineare che il giudizio di Dio è l'azione a difesa dell'indifeso, del povero, del debole, di chi non ha giustizia. I Profeti utilizzano la categoria del giudizio per denunciare l'infedeltà del popolo all'alleanza. Il giudizio di condanna è la conseguenza del rifiuto alla conversione.
"Il giorno del Signore" è una espressione impiegata per parlare del giudizio di Dio. Anche l'ira di Dio è legata al giudizio: indica la dimensione affettiva, emotiva, passionale del rapporto tra Dio e il suo popolo. Dio si adira come un padre, o una madre o uno sposo di fronte al tradimento. Restiamo talvolta scandalizzati di fronte ad un Dio che non corrisponde al Dio aristotelico impassibile o al modello dell'uomo che controlla e gela le proprie emozioni. L'esperienza religiosa deve coinvolgere integralmente l'essere umano, anche con le sue passioni.
La categoria del giudizio appare già con Amos, in cui il giorno del Signore appare come giorno di tenebre e di oscurità, immagine ripresa dai profeti successivi, fino ai vangeli sinottici quando parlano dell'oscurità che avvolge la terra nel momento della morte di Gesù, giorno decisivo del giudizio.
Anche Isaia (2,10-22) presenta il giorno del Signore come giorno del giudizio, come intervento di Dio nei confronti di Israele che ha abbandonato il rapporto di fedeltà all'alleanza e ha riposto la propria fiducia nei prodotti delle proprie mani, negli idoli o nelle potenza politica e militare. L'intervento di Dio, presentato con l'immagine del terremoto, porta allo scoperto il male per eliminarlo.
Per Sofonia il giorno del Signore (Dies irae) è un giorno di strage, con lo scopo ultimo di salvare il giusto che si affida a Dio. Per Gioele (2,1-2.10-11) il giorno del Signore è vicino, è incombente come una invasione straniera, come una distruzione che minaccia la città. Questo modo di parlare sarà ripreso nel Nuovo Testamento. Non si tratta di incutere terrore o paura, ma di invitare alla conversione.
Rimane il problema di una insufficiente distinzione tra male e persone che commette il male.

3. Testi apocalittici

In Isaia (24-27) si parla di resurrezione, ma in termini metaforici, indicando il ritorno nella terra al popolo deportato.
Ezechiele (38-39) parla della guerra escatologica: Dio farà giustizia contro le nazioni prepotenti, contro Gog re di Magog. Il testo fornirà materiale all'unico testo interamente apocalittico della Bibbia: l'Apocalisse.

Conclusioni

Quello che conta, al di là del linguaggio utilizzato, è la fedeltà di Dio, del Dio della creazione, dell'esodo, dell'alleanza. L'intervento efficace di Dio porterà alla piena rivelazione delle sua fedeltà e nello stesso tempo fa appello alla fedeltà del giusto: l'alleanza implica una duplice fedeltà.
Tutta la terra e il cosmo sono sconvolti dall'intervento di Dio. Nel momento finale si ha lo stesso respiro universale ed ecumenico del momento iniziale, quello della creazione. La storia di Israele è parabola rappresentativa della storia dell'intera umanità.
La fede nel Dio creatore consente di pensare alla fine non come distruzione, ma come salvezza, come creazione di "cieli e terra nuova".

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