Gv 14,1-31 (...vi ricorderà ciò che vi ho detto)
sintesi della relazione di Rinaldo Fabris
Verbania Pallanza, 14 dicembre 1997
lettura "laica" di Giovanni 14,1-31
Gv 14,1-31 "il Paraclito ... vi ricorderà ogni cosa ..."
Prenderemo in considerazione, sul tema della memoria di Gesù, un brano del vangelo di Giovanni dove ricorre l'espressione: "Il Paraclito che io vi invierò dal Padre, o che il Padre vi manderà nel mio nome (sono formule che mostrano il rapporto che c'è tra Gesù e il Padre, un rapporto triangolare tra Figlio Padre e Spirito) vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto."
E' uno dei testi in cui troviamo il lessico della memoria, i verbi ricordare e ricordarsi (mnemonèuein e mimnêskesthai). La parola "ricordare" anche nella lingua italiana, nonostante non ci pensiamo quando la usiamo, ha a che fare con il cuore, con il mettere nel cuore. Nella lingua francese è più esplicito il riferimento al cuore nelle espressioni "apprendre" o "savoir" "par coeur".
Nel testo c'è il riferimento allo Spirito che mette nel cuore la verità. Il cuore è una categoria che nella moderna riflessione laica verrà sostituita dalla coscienza, anche se non coincide del tutto. Il cuore, infatti, è sapienza, non è solo sentimento, ma anche intelligenza, mentre la coscienza, che pure indica l'autoconsapevolezza, sottolinea maggiormente la dimensione etica. L'interiorità è tipica del pensiero moderno.
Si incontrano, a questo proposito, tutte e due le tradizioni o culture, quella orientale semitica e quella greca occidentale e poi europea della conscentia. Coscienza è un termine latino che deriva dal greco ed è praticamente assente dalla bibbia greca. Si trova solo in un testo del Siracide. Verrà introdotto da Paolo nella lettera ai Corinzi, discutendo con quei cristiani e mutuando da loro il termine coscienza.
Ho così precisato la metodologia per affrontare il tema del ruolo dello Spirito come interprete di Gesù. Il problema anzitutto sta nel precisare che cosa è lo Spirito.
A questo proposito vi segnalo un lavoro fatto su un testo di Giovanni 4,23-24, "In Spirito e verità". E' uscito un libro1 edito dalle Dehoniane di Bologna, curato da Pier Cesare Bori, insieme a Gaeta, Mauro Pesce, Destro, che raccoglie contributi e lavori di studiosi della storia del pensiero filosofico. E' una rassegna della lettura laica del brano di Giovanni che va da Gioacchino da Fiore, ai riformati Lutero e Calvino, a Lessing, Rousseau, Hegel, Kant, fino ai pietisti. E' il risultato di due anni di lavoro (94-95) di un gruppo di ricercatori nel campo storico-religioso dell'Università di Bologna.
Questa lettura è interessante perché ci serve per comprendere cosa vuol dire spirito. La problematica dello spirito è molto vasta. Basta pensare a Hegel, alla sua "Fenomenologia dello spirito". Un filosofo che legge il testo di Giovanni tende a introdurvi la sua categoria, facendo piazza pulita della lettura storico-esegetica, cioè saltando a piè pari le problematiche culturali, storiche, filologiche, leggendo la parola "spirito" in prospettiva filosofica. Spirito così è colto come opposto a materia, a corpo, a fisicità. Spirito è uguale a interiorità o a ragione nella linea kantiana o hegeliana. Per Rousseau lo spirito è la religione del cuore, contrapposta alla religione dogmatica delle istituzioni. E' la religione naturale contrapposta alla religione culturale, positiva, istituzionale.
Oggi, diversi di questi atteggiamenti si ritrovano nella crisi e nella difficoltà di molti cristiani che si sentono a disagio nella religione istituzionale, dogmatica. E' però entrata in crisi, ed è una novità per la cultura europea iniziata con l'illuminismo, dal deismo inglese fino all'illuminismo tedesco, passando attraverso quello francese, la stessa idea di una religione etica.
Per Kant la religione corrisponde alla morale e la morale è quella dettata dalla razionalità, dal mio spirito e dalla ragione. Oggi è entrata in crisi l'equivalenza tra religione e etica. Anche l'aspetto etico è problematico, come l'aspetto dogmatico, disciplinare e rituale.
E' legittimo leggere i testi biblici in questo modo? Strumentalizzare il testo evangelico in funzione di ideologie non è altrettanto arbitrario come attribuire a Gesù o a una rivelazione una certa concezione storica di spirito?
Pier Cesare Bori, nell'introduzione, estende questa tematica anche al di là della cultura europea. Si pensi alle letture che fa Tolstoi, anche se siamo ancora nell'ambito della cultura illuminista francese, mediata dalla tradizione slava, o si pensi al concetto di spirito nelle culture asiatiche, nel mondo indiano. Sono un altro universo.
Cosa vuol dire lettura laica nella prospettiva della religiosità o del pensiero orientale asiatico? E' un altro orizzonte rispetto a quello della cultura europea.
Baruch Spinoza è stato il vero inauguratore di una lettura laica, non dipendente da un magistero o da una struttura ecclesiastica, non importa se cattolica o luterana. Non cambia molto sostituire al magistero della gerarchia della chiesa un magistero accademico. Il problema è dell'autorità interpretante.
Baruch Spinoza nel suo "Trattato teologico politico" propone la ragione come unico criterio per leggere la Scrittura, perché il mondo coincide con la realtà di Dio e il lume naturale è la ragione, è lo strumento adatto per interpretare sia la Scrittura che il mondo. Spinoza è arrivato a questa conclusione non per motivi ideologici, per riflessioni approfondite, ma a causa di un'esperienza storica, che ha vissuto come emigrante con la sua famiglia dalla Spagna. Un potere politico, legato al mondo religioso cattolico nella lotta contro i mori, ha operato una discriminazione nei confronti degli ebrei e la loro cacciata dalla Spagna nel 1492, con la ricerca della purezza del sangue e con il fenomeno dei marrani, degli ebrei falsi convertiti per salvarsi.
Spinoza ritiene che fino a quando la Scrittura, la religione, la morale saranno controllate da un potere politico religioso, non ci sarà la libertà di filosofare e di pensare e in genere non ci sarà libertà umana.
Lo stesso problema si trova in Rousseau, il quale sostiene che occorre ritornare alla religione naturale, perché quella positiva non ha fatto altro che massacri, dato che ci si è costantemente serviti delle contrapposizioni religiose per eliminarsi e sopraffare.
L'istanza che muove questi intellettuali è l'esperienza storica europea, che è stata contrassegnata da forme di violenza, di repressione e di lotta tra gruppi religiosi, dove la religione è stata a servizio di un potere, non importa se politico o religioso, è stata strumento del regno o del potere. Questa situazione ha spinto a ricercare le radici di questa violenza o di questa strumentalizzazione dell'esperienza religiosa, e a proporre percorsi alternativi, rispetto a quelli che hanno portato a queste gravi conseguenze.
La lettura che vi propongo del capitolo 14 di Giovanni terrà conto di queste istanze.
Il quarto vangelo, che ha l'espressione "adorare il Padre in spirito e verità" e "Dio è spirito", parla dello spirito come interprete, successore o vicario di Gesù. Il successore di Gesù, per il quarto evangelo, non è un apparato ecclesiale, non è una struttura, ma è lo Spirito di verità, chiamato il Paraclito.
Paraclito può essere reso con il termine intercessore, mediatore, avvocato e invocato. "Consolatore" non esaurisce il senso di Paraclito, vocabolo raro nella letteratura greca. E' l'interprete interiore, il custode della verità, del messaggio di Gesù.
E' un tema importante per capire tutta la problematica relativa al fare memoria e al ruolo dello spirito che Gesù promette, chiedendolo al Padre, nel fare memoria.
Il problema riguardante il rapporto tra spirito e memoria di Gesù, tra spirito e istanze interpretative, sarà affrontato al termine.
Con istanze intendo autorità, luoghi, persone, strutture che interpretano il messaggio di Gesù. Nel mondo cattolico l'istanza ufficiale è il magistero. Proprio il rapporto con il magistero, come interprete autentico, autorevole, ultimativo del messaggio cristiano, non tanto sul piano dogmatico, dove non ci sono particolari conflitti, ma sul piano etico disciplinare, costituisce il vero punto critico nel modo di vivere da cattolici onesti la propria esperienza religiosa oggi. Su questo terreno c'è un conflitto per molti cristiani cattolici praticanti.
Ma il problema si pone ugualmente per il magistero accademico, cioè per chi in nome di una scienza, di una filologia, di una critica letteraria, o di una competenza sociologica o psicologica, afferma di indicare il vero messaggio di Gesù, assieme ad altre autorità che hanno gli stessi processi di legittimazione, come la carriera accademica, spesso legata a strutture di potere.
Il problema dello Spirito si pone sia per l'uno che per l'altro magistero.
In che senso lo Spirito può essere un dono liberatore, fatto continuamente ai credenti, da invocare e da accogliere?
il testo di Giovanni 14,1-31
Gesù è la via per accedere al Padre
1"Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. 2Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l'avrei detto. Io vado a prepararvi un posto; 3quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io. 4E del luogo dove io vado, voi conoscete la via".
5Gli disse Tommaso: "Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?". 6Gli disse Gesù: "Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. 7Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto".
Gesù è il volto del Padre
8Gli disse Filippo:"Signore, mostraci il Padre e ci basta". 9Gli rispose Gesù: "Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre? 10Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere. 11Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse.
12In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre. 13Qualunque cosa chiederete nel nome mio, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. 14Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò.
Gesù promette ai discepoli un altro Paraclito
15Se mi amate, osserverete i miei comandamenti. 16Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, 17lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi. 18Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi. 19Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. 20In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi. 21Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama.
La manifestazione/dimora di Gesù e del Padre
''Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui".
22Gli disse Giuda, non l'Iscariota: "Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?". 23Gli rispose Gesù: "Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. 24Chi non mi ama non osserva le mie parole; la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.''
Gesù promette ai discepoli il Paraclito
25Queste cose vi ho detto quando ero ancora tra voi. 26Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v'insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.
Gesù dona la pace ai discepoli
27Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dá il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. 28Avete udito che vi ho detto: Vado e tornerò a voi; se mi amaste, vi rallegrereste che io vado dal Padre, perché il Padre è più grande di me. 29Ve l'ho detto adesso, prima che avvenga, perché quando avverrà, voi crediate. 30Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il principe del mondo; egli non ha nessun potere su di me, 31ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha comandato. Alzatevi, andiamo via di qui".
Il brano è stato riportato per intero, in modo già strutturato, con il vantaggio di facilitarne la comprensione, ma con il rischio di pregiudicare un certo tipo di lettura.
E' bene giocare a carte scoperte e togliere l'illusione che noi possiamo accostarci a un testo senza precomprensioni e presupposti. Presupposto è la nostra lingua, la nostra cultura, le nostre esperienze.
Un testo tradotto nella nostra lingua è già un dato che ci condiziona. Siamo però liberi di rimettere in discussione tutto partendo dalle nostre letture, dall'esperienza della nostra vita.
Al centro di questo brano, che riporta il discorso di addio, abbiamo due promesse. Gesù promette ai discepoli un altro paraclito: "Vi darà un altro Paraclito il Padre, perché rimanga con voi per sempre, lo spirito di verità che il mondo non può ricevere". Viene poi ripresa questa promessa con altre espressioni: "Queste cose vi ho detto quando ero ancora tra voi, ma il consolatore, lo Spirito santo che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto".
Si tornerà a parlare dello Spirito nei capitoli 15 e 16, utilizzando sempre le espressioni "Spirito di verità" "Spirito santo" e "Paraclito".
Accanto alla tematica dello spirito si trova quella della pace che commenta il tema proposto fin dall'inizio e ripreso verso la fine "non sia turbato il vostro cuore", punto fondamentale per capire la promessa dello Spirito. Il turbamento come paura della morte è il dramma dell'esperienza umana che Giovanni interpreta come contesto nel quale si manifesta la luce che è vita. Per Giovanni tutto il messaggio è in funzione della vita. Ora se la vita è luce, la morte è tenebra. Il messaggio di Gesù coincide con la vita e probabilmente la verità va intesa in questa linea più che nella dimensione intellettiva, dottrinale, dogmatica. L'operazione fatta da Rousseau, da Kant, da Schleiermacher, la si ritrova anche nei lettori cristiani quando vedono lo spirito di verità come spirito della dogmatica e delle verità di fede. Esistono verità di fede, ma il problema è intendersi in che senso nella esperienza giovannea si parla di verità.
Stando vicini al testo, al linguaggio adoperato da Gesù, ci lasceremo interpellare dagli interrogativi, dalle domande, tipiche di un mondo che vuole trovare le ragioni del proprio aderire a Dio non come imposizione esterna accettata passivamente, ma come capacità fatta riscoprire dall'iniziativa di Dio creatore, che mette in moto le potenzialità dell'essere umano redento e liberato.
Il brano che leggerò fa parte di quello che è chiamato il "discorso di addio", formula letteraria, che corrisponde al testamento o ultime volontà di Gesù. Il partente, che sia il padre o il maestro, prima di lasciare il gruppo degli amici o dei figli, fa il suo testamento. E' un modello che si trova in tutta la bibbia, a partire da Giacobbe che fa il suo testamento parlando ai dodici figli, proseguendo con Mosè, Davide, fino a Natatia, il padre della famiglia dei Maccabei.
Si segue questo schema: un ricordo del passato, le prospettive riguardo al futuro, la crisi del presente. "Tempi duri vi aspettano" è il discorso fatto da tutti i padri e madri riguardo ai figli. Sono tempi difficili, e allora cercate di volervi bene, di andare d'accordo, di sostenervi. Ci sono crisi e divisioni e allora i due punti fondamentali del discorso di addio sono: l'unità dei discepoli nei confronti del conflitto o dell'ostilità del mondo e l'amore, il comandamento nuovo. Stare uniti e volersi bene, o meglio, l'unità nell'amore. E' la sostanza del discorso, sempre nella prospettiva del mondo che odia e combatte. "Come io e il Padre siamo una cosa sola così essi credenti siano una cosa sola, perché il mondo creda".
Dentro questo discorso testamentario, centrato sull'amore, comandamento nuovo per l'unità, il ruolo dello Spirito è quello di comunicare l'amore e di essere il garante della fedeltà a Gesù, il suo vicario o successore.
Gesù è la via per accedere al Padre
1"Non sia turbato il vostro cuore.
L'espressione "non sia turbato" la si ritroverà di nuovo verso la fine del brano, quando Gesù commenta il dono della pace: "Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore".
Il brano è definito nella sua unità letteraria: c'è una tema iniziale, c'è lo sviluppo, e poi la ripresa finale.
Sono tecniche compositive del mondo greco, ma anche della musica.
Il turbamento nel quarto vangelo è quello di Gesù nei confronti della morte. Gesù è turbato quando vede piangere Maria e i giudei per la morte dell'amico e del fratello di Marta e Maria: "Gesù turbato nell'intimo, si commosse e scoppiò in pianto".
Di fronte alla prospettiva della morte: "L'anima mia è turbata". Gesù è turbato nello spirito quando fa l'annuncio del traditore, dunque nella prospettiva della morte. Il turbamento è la paura della morte.
Si capisce qui il senso della pace. La pace non è il superamento dei conflitti o delle lotte, ma il superamento dell'angoscia di fronte alla morte. Per questo la pace che dà Gesù non è quella che dà il mondo, non è la pace come superamento di conflitti sociali, etnico-religiosi, ma il superamento di quella paura che ha l'essere umano di fronte al degrado, al disfacimento provocato dalla morte come minaccia della sua relazione vitale con Dio.
E' il punto centrale del quarto vangelo e lo si ritrova all'inizio del programma del discorso testamentario: non abbiate paura, non abbiate timore, non lasciatevi turbare, perché vado nella casa del padre a prepararvi un posto.
E' chiaro così qual è il problema del discorso di addio e in quale contesto si colloca lo spirito, come colui che garantisce la fedeltà e l'impegno di Gesù. Lo spirito è ciò che Gesù ci lascia nel cammino verso la casa del Padre, verso l'incontro con Dio, nel tornare alle radici, alle origini, al Padre.
E' il cammino di ogni essere umano, che, partito da Dio, torna a Dio come Gesù. Lo Spirito ci accompagna, quando Gesù è assente o è partito: la morte è partenza e assenza, cioè non più visibilità e contatto con quella persona. Lo spirito prolunga la presenza di Gesù.
E' la problematica propria di ogni essere umano. Come è possibile vivere la relazione con l'invisibile e inaccessibile Dio nell'angoscia della precarietà del limite, che è la morte? Come è possibile credere in Dio quando ci lascia morire, ci lascia andare in questa specie di degrado che ci spaventa? Quando vediamo che le persone che fanno parte della nostra vita ci lasciano, ci chiediamo se abbia senso il vivere, se la vita sia una cosa buona. Il desiderio di felicità e di piena comunione che si spezza continuamente ha un significato, può richiamarci questo frammento di vita alla fonte che è Dio? C'è una fonte o non c'è nessuna radice e quindi non c'è nessuna meta, nessuna casa?
Adesso si capisce perché dopo l'invito "non sia turbato il vostro cuore" si ha subito la metafora della casa e della partenza e della via per andare alla casa, che è il tema centrale di ogni esperienza umana.
Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me.
La fede in Dio passa attraverso la fede nell'inviato, Gesù.
2Nella casa del Padre mio vi sono molti posti.
E' una metafora usata nel mondo biblico ebraico per indicare la comunione piena con Dio.
Se no, ve l'avrei detto. Io vado a prepararvi un posto; 3quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io.
Questa espressione ritornerà nell'ultima parte del discorso di addio, nella cosiddetta preghiera "sacerdotale". Quest'ultimo termine costituisce una lettura molto parziale che restringe il significato universale della preghiera di Gesù. Quando si dice che Gesù prega come il sacerdote durante la messa, si mette Gesù nella categoria sacerdotale e lo si strappa dall'appartenenza all'umanità che non è sacerdotale. La dimensione sacerdotale introduce una separazione con il resto degli altri fratelli.
Nella preghiera che Gesù fa nel capitolo 17, rivolgendosi al Padre, si dice così: "Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io".
Tutto il discorso finale di addio è in funzione della piena comunione che Gesù promette ai discepoli. La morte è intesa non come separazione definitiva, ma come partenza per un nuovo incontro, una nuova presenza, che va oltre le barriere della morte.
Noi siamo abituati a pensare in termini di immortalità, ad un andare nell'al di là e non riusciamo ad immaginarci che tipo di vita e di relazioni possiamo vivere oltre la barriera della nostra fisicità o della nostra esperienza visibile e sensibile.
Giovanni ha interpretato questo desiderio di piena comunione, come un essere nella casa del Padre in piena comunione come il figlio è col padre. Relazione familiare o di amore perché "siano dove sono io e contemplino la gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse", prima della creazione del mondo. La morte di Gesù come atto di amore, che rende possibile l'incontro degli esseri umani con Dio, come il Padre.
Poi prosegue con un problema che riguarda quelli che rimangono. Gesù ha percorso una strada, ha raggiunto una meta, ma non per essere un privilegiato, ma per tornare a riprenderli. La presenza di Gesù è nello Spirito.
4E del luogo dove io vado, voi conoscete la via".
E' la domanda che è presente in tutte le religioni e in tutte le ricerche filosofiche: qual è la strada per realizzare le istanze che noi abbiamo di verità e di felicità. Come sapere e vivere in modo cosciente e felice? Qual è la via?
5Gli disse Tommaso: "Signore, non sappiamo dove vai
In realtà Gesù ha detto "nella casa del Padre", ma il problema è che non sappiamo chi è il Padre, cosa vuol dire Dio Padre.
e come possiamo conoscere la via?".
E qui abbiamo le tre parole chiave, che sono tre categorie del linguaggio religioso, ma anche di ogni linguaggio umano
6Gli disse Gesù: "Io sono
E' la formula biblica di autopresentazione di Dio, che non è una definizione, ma un essere per. In Esodo: "io sono qui, sono io". Non "io sono colui che sono", formula ripresa dalla tradizione filoniana o dai LXX, lettura filosofica, legittima, ma che non coglie l'istanza esistenziale della formula.
la via, la verità e la vita.
Gesù è il tramite per arrivare al Padre, che è la vita. Si noti che l'obiettivo finale è vivere. Giovanni, al posto del linguaggio simbolico biblico ebraico "regno di Dio", mette la vita, senza specificare se vita spirituale o vita eterna, come noi facciamo abitualmente, ma la vita nella sua globalità.
Introducendo il suo vangelo Giovanni afferma che "tutte le cose in lui erano la vita e la vita era la luce". La vita lo è in assoluto. "Io sono la via per arrivare alla vita". In mezzo c'è la verità, grande tema della ricerca umana e della ricerca religiosa. Tutte le religioni pretendono di dire la verità sull'uomo e la verità su Dio.
Qual è la verità sull'uomo? Forse possiamo balbettare alcune esperienze che noi chiamiamo vere, alcuni frammenti di verità. La verità su Dio poi ci sfugge completamente, se Dio non si avvicina a noi per svelarsi. La parola verità è stata caricata di significati dottrinali astratti, intellettuali, soprattutto nel mondo greco. Nella tradizione biblica ebraica la verità è più nella linea della fedeltà, della qualità dei rapporti, e quindi coincide con l'amore.
Non vorrei però scadere nel moralismo o nell'eticismo, perché un amore non illuminato, non intelligente, può diventare altrettanto oscurantista e pericoloso di una verità astratta, imposta con la forza.
Bisogna essere attenti a tenere unite le due dimensioni: la fedeltà illuminata e la verità che attinga anche alle risorse dell'amore, dell'impegno, della volontà.
Mentre sul tema "vita", su cosa vuol dire vivere, c'è maggiore accordo, a partire dalle istanze più immediate fino alla pienezza di vita, alla qualità della vita. Il tema "via" è un termine abbastanza neutrale, perché la colorazione della via dipende dalla meta che sta al termine.
Gesù riprende la metafora introdotta dall'intervento di Tommaso ("non sappiamo dove vai" "non conosciamo la via").
Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.
Dunque Gesù è la via, e il Padre in questo caso sarebbe la vita, e potrebbe essere anche la verità che coincide con la rivelazione di Gesù.
7Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto".
Questa dichiarazione finale apre lo spunto per un altro intervento.
Giovanni ama la forma del dialogo, molto praticata nell'ambiente greco, dai dialoghi della tradizione platonica fino ai dibattiti interiori e non sempre letterariamente formulati della ricerca filosofica.
Gesù e il volto del Padre
8Gli disse Filippo: "Signore, mostraci il Padre e ci basta".
Tommaso chiedeva il luogo, la casa. Riemerge con Filippo la domanda: "mostraci" non solo nel senso di vederlo ma di renderlo presente, così sapremo qual è la strada e in che senso Gesù è la strada.
E' il vertice della domanda, dell'istanza del quarto vangelo, l'incontro immediato con Dio. Chi ha letto la prima pagina del quarto vangelo sa già la risposta: "Dio nessuno lo ha mai visto".
La domanda di Filippo è fuori posto, però torna al tema fondamentale di tutto il quarto vangelo: l'incontro diretto con Dio, l'esperienza del Padre, del Dio creatore e rivelatore.
Gesù dice ai giudei: "Voi non avete mai visto il volto di Dio né sentito la sua voce". Gesù si pone come unica voce e unico volto.
9Gli rispose Gesù: "Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre.
L'unico modo di incontrare Dio sono il volto e la voce, i gesti e le parole di Gesù.
E' l'aspetto più sconvolgente dell'esperienza cristiana. Gesù non è un mediatore tra i mediatori, ma l'unico.
Gesù non lo vediamo più, né lo ascoltiamo più, ma ci lascia lo Spirito.
Il Padre è inaccessibile, invisibile, si può vedere tramite il volto, ascoltarlo attraverso le parole, o vederlo nei gesti di Gesù. Ma Gesù è assente, è partito, è tornato alla casa del Padre. Rimane un altro con noi.
E' interessante questa lettura che ci propone il quarto vangelo che sembra molto semplice nella sua esposizione, in particolare questo dialogo, ma coglie i problemi fondamentali della ricerca umana, non solo di quella religiosa.
Come puoi dire: Mostraci il Padre? 10Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me?
E' una formula tipica di Giovanni: Gesù è un tutt'uno con il Padre.
Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere.
Le parole sono le opere e l'opera finale di Gesù è la sua morte e la sua morte è l'atto di amore portato all'estremo. Il Padre si rivela allora non nei discorsi o parole, ma nelle opere, e l'opera è compiuta nella morte, nell'amore portato all'estremo. Quindi il volto di Dio è quello di un uomo che ama fino a dare la vita.
Tutte le opere compiute da Gesù, dal dono di Cana alla risurrezione di Lazzaro, sono un dare la vita, un liberare, fino all'opera finale, il dono della sua vita: qui si rivela il volto di Dio.
11Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse.
12In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre.
Posso credere con la forza che rende possibile al discepolo compiere opere più grandi. Il "più grandi" non indica miracoli strepitosi, ma amare alla maniera di Gesù, ma con una estensione che va oltre l'orizzonte storico di Gesù. E' la prospettiva del superamento della morte e dell'apertura universale e missionaria.
13Qualunque cosa chiederete nel nome mio, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. 14Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò.
E' il terzo tema del discorso: la preghiera è efficace, grazie alla mediazione di Gesù.
Ad un cero punto dirà "il Padre stesso vi ascolterà perché voi lo amate", cioè siete aperti alla sua volontà e la preghiera coincide con la volontà del Padre, è totale trasparenza all'iniziativa di Dio. La preghiera non è un richiedere cose che Dio non vuole darci, se non pregato, ma è un accogliere quello che Dio da sempre vuole comunicarci, cioè la vita.
Qui appare il senso della preghiera in Giovanni, che è la sostanza dell'esperienza religiosa. Non è un forzare Dio chiedendo attraverso tecniche e formule cose strabilianti o strampalate, ma è conformarci pienamente alla sua volontà che coincide con la nostra pienezza di vita.
Per questo Gesù può dire: "Qualunque cosa chiederete nel mio nome, in comunione con me Figlio, la preghiera è esaudita nel momento stesso in cui è fatta".
Questo discorso è importante per capire che cosa è l'esperienza religiosa, che ha la sua sostanza nella preghiera come relazione vitale con Dio.
Gesù promette ai discepoli un altro Paraclito
Abbiamo la promessa dello Spirito, preceduta da una condizione per poterlo ricevere, secondo la maniera biblica di presentare il rapporto con Dio, secondo il modello cioè dell'alleanza. Dice Dio tramite Mosè: "Se voi osserverete le mie parole, custodirete i miei comandi, voi avrete la vita" "vi pongo oggi due cose, la vita e la morte, il bene e il male, scegliete il bene per avere la vita" (Deut 30). Vivere nella fedeltà a Dio e nell'amore del prossimo è la condizione per vivere nella libertà che è pienezza di vita. L'esclusione dell'alleanza è la morte.
Questo linguaggio lo si ritrova nel testo di Giovanni.
15Se mi amate, osserverete i miei comandamenti.
I comandamenti nel quarto vangelo indicano tutta la volontà di Dio, che si riassume in un solo comandamento, quello dell'amore reciproco, dove amare Gesù, osservare la sua parola o il comandamento o i comandamenti, cioè l'insieme della volontà del Padre sono realtà coincidenti, corrispondenti.
A questo punto c'è la preghiera efficace di Gesù che va al Padre, una preghiera che ottiene quello che domanda perché Gesù è in piena comunione come figlio.
16Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, 17lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere,
Se si parla di un altro consolatore, significa che il primo consolatore o paraclito era Gesù, mentre il secondo, lo Spirito, è un prolungamento o sostituto di Gesù, come vicario e successore. Per noi cattolici queste due parole "vicario e successore" ci rimandano alla figura del successore e vicario di Cristo. Il termine vicario è stato utilizzato nel contesto delle lotte per le investiture del periodo medioevale, per legittimare il potere spirituale, che decide anche della legittimità del potere politico.
Il problema della legittimazione del potere è un problema di sempre. Fino alla rivoluzione francese è stata Dio la fonte di legittimazione. Dalla rivoluzione francese in poi è il popolo, ma quale e in quale forma? E' il potere che si autolegittima? Nella tradizione religiosa il vicario di Cristo era in funzione della legittimità del potere. Tutta l'autorità viene da Dio, tramite Gesù, e il Vicario è colui che interpreta la volontà di Dio.
Nella prospettiva di Giovanni, il vicario, il sostituto, il successore di Gesù, è lo Spirito di verità.
La verità è un tutt'uno con la via e la vita. Gesù è la verità in quanto ama, compie le opere del Padre, che sono opere di amore, di liberazione dai limiti, e dal limite ultimo che è la morte. Gesù diventa liberatore tramite il dinamismo dell'amore portato all'estremo.
Lo spirito di verità, l'altro consolatore, che prende il posto di Gesù, è lo Spirito. In questo brano si precisa che lo spirito di amore, di verità, di fedeltà, non può essere accolto da quelli che non osservano i comandamenti, o non amano Gesù, cioè dal mondo, che è lo spazio della incredulità o del rifiuto. Il mondo nel quarto vangelo è il mondo del potere. Il principe di questo mondo è omicida e menzognero. Lo spazio della violenza che si serve del potere per dare la morte, che utilizza la menzogna, il rifiuto della verità e dell'amore, non può accogliere lo spirito di verità, che è lo spirito dell'amore, fonte della vita. Il mondo non lo può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce.
perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi.
Questo è un punto essenziale della religione del cuore o della religione dello spirito.
"Dimora presso di voi" e in questa prospettiva è come Gesù, che era tra i discepoli, ma anche "sarà in voi": questo è possibile solo allo Spirito. Solo lo Spirito dimora nell'intimo. Gesù era in mezzo ai discepoli, parlava, operava, era il consolatore, la guida, l'assistente, il maestro, l'assistente dei discepoli. Lo Spirito non sarà solo in mezzo, ma anche dentro di loro.
L'interiorità del maestro o dell'istruzione sarà a tal punto che Gesù potrà dire che introdurrà la verità nei cuori, farà da guida interiore. Questo è possibile solo grazie allo Spirito.
Noi ci domandiamo che rapporto esiste tra lo Spirito di Gesù e il nostro spirito, tra questa potenza di amore e il nostro desiderio di amare, tra questa coscienza del giusto rapporto con Dio e le nostre capacità conoscitive.
E' un altro aspetto della ricerca attorno al tema dello Spirito di verità, che ci fa ricordare o interiorizzare l'esperienza di Gesù.
18Non vi lascerò orfani,
Il padre quando parte promette la sua presenza. Gesù è il padre e i discepoli sono i figli.
ritornerò da voi.
Non siamo sicuri se il suo ritorno è mediante lo Spirito o è un altro ritorno. Ci sono queste due presenze di Gesù che non sono concorrenti.
19Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. 20In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi.
L'unione non è solo di Gesù con il Padre, ma anche con i suoi discepoli.
''21Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama.
Gesù conclude ritornando alla condizione iniziale. I comandamenti sono concentrati nell'unico comandamento dell'amore reciproco, che ha come modello e fonte l'amore di Gesù per i discepoli. E' l'amore di Gesù che rende possibile l'attuazione dei comandamenti attraverso il dono dello spirito.
In questo passo si parla di una manifestazione di Gesù e del Padre, distinta da quella dello Spirito.
La manifestazione/dimora di Gesù e del Padre
Il testo che segue è stato utilizzato dalle letture spirituali dei grandi mistici occidentali, da quelli renani fino a quelli spagnoli (Giovanni della Croce e Teresa d'Avila): la dimora di Dio, il castello interiore... Il tema della presenza di Dio è un tema fondamentale dell'esperienza religiosa, mistica.
Chi mi ama
Chi crede in me crede in Gesù come inviato di Dio e lo accoglie. E' una adesione interiore, vitale, che è amore.
sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui".
22Gli disse Giuda, non l'Iscariota:''
Si tratta del terzo intervento del discorso. In tutto si hanno quattro interventi: il primo, che non abbiamo preso in esame, è quello di Pietro, poi ci sono i tre interventi di Tommaso, Filippo e Giuda, e da ultimo ci sarà un intervento collettivo di tutti. Il dialogo tra Gesù e la comunità dei suoi discepoli mette in luce i problemi della comunità di Giovanni, la quale rappresenta ogni gruppo di credenti, che si interroga sul modo di incontrare Dio attraverso Gesù che non c'è più, che non si vede, che non si ascolta. Abbiamo le sue parole, la tradizione viva, ma chi ci garantisce che quelle parole sono quelle che ha detto Gesù, e che il modo di intenderle e di praticarle è quello inteso da Gesù? E' il problema di tutte le tradizioni religiose, ma potremmo dire di ogni esperienza di pensiero che utilizza le varie riflessioni e i diversi contributi offerti nella storia dell'umanità.
Domanda dunque Giuda non l'Iscariota
"Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?".
Questo è un interrogativo specifico della prima comunità: perché Gesù risorto non si è manifestato agli estranei, a quelli che l'hanno condannato? Era auspicabile una rivelazione esplicita, chiara, convincente di Gesù risorto a Caifa, a Ponzio Pilato, ai Giudei che l'hanno condannato? Qui si pone il problema di come avviene l'esperienza di fede: se può essere imposta da un'azione potente di Dio che superi le resistenze umane oppure se deve percorrere il cammino della adesione interiore, per cui Dio non può manifestarsi laddove c'è una resistenza dell'essere umano. "Come ti manifesti a noi e non al mondo?" Il mondo, come vi ho detto, è lo spazio dell'incredulità, del rifiuto, della violenza.
Rispose Gesù (e torna alle condizioni che vi ho detto prima, dove la fede è la prassi di amore: amare, credere, praticare i comandamenti):
23Gli rispose Gesù: "Se uno mi ama, osserverà la mia parola
che è lo stesso dei comandamenti: la parola di Gesù è il comandamento dell'amore.
e il Padre mio lo amerà e noi
non solo Dio, ma insieme, il Padre e Gesù
verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui.
La presenza dello Spirito e la presenza di Gesù e del Padre, sono la stessa o sono due presenze distinte? Poiché è lo Spirito che prepara la dimora del Padre e di Gesù è inseparabile la presenza dello Spirito da quella del Padre e da quella di Gesù?
Probabilmente Giovanni tende a distinguere, sul piano teorico, il dono dello Spirito dalla presenza di Gesù e del Padre. Di fatto, lo Spirito è la presenza stessa di Gesù e del Padre, passando attraverso il cammino di fede che coincide con l'attuazione della sua volontà.
24Chi non mi ama non osserva le mie parole; la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
Amare, credo che l'abbiate già intuito, è la trascrizione del linguaggio più neutrale del credere. Amare uguale credere. Non a caso, il discepolo amato è il modello dei credenti.
Queste cose vi ho detto quando ero ancora tra voi
Tutto quello che noi leggiamo nei vangeli sono parole del passato, che escono dal passato, da un libro scritto e diventano parola viva, presenza e azione di Dio, grazie allo Spirito.
Siamo qui ad un punto cruciale di ogni esperienza religiosa, in particolare per la nostra esperienza ebraico cristiana. La parola ebraica ruàh, femminile, vuol dire il respiro, il soffio, il vento, l'energia che muove, l'aria. Lo stesso vale per spiritus in latino o pneuma in greco. Pneuein è spirare. Ora, la nostra parola, quella che noi diciamo la parola, è un articolo del soffio, è aria articolata, in un certo modo, che nasce, certo, dalla coscienza, dal pensiero.
Adesso si può capire il rapporto che nella bibbia c'è tra parola e spirito: si parla del profeta ispirato, che parla sotto l'impulso dello spirito, per cui quella parola è spirito. Spirito nel linguaggio biblico vuol dire forza, non chiacchiera, suono inefficace, ma qualcosa che opera. Come il mondo è stato fatto dal soffio di Dio, dalla parola efficace, così il profeta parla producendo quello che dice, operando.
Questa parola, poi, messa per iscritto, si dice ispirata perché la parola detta sotto la potenza dello spirito è anche scritta sotto questa potenza. Quando noi leggiamo la parola scritta se ci lasciamo guidare dalla forza che è lo spirito, quella parola torna ad essere efficace e viva. E' parola detta nello spirito, scritta nello spirito, letta nello spirito. Questo dinamismo dell'azione creatrice e comunicante di Dio, che noi chiamiamo spirito, sta dentro quel processo di comunicazione che passa attraverso la parola. E possiamo adesso leggere l'espressione del quarto vangelo sullo spirito che vi ricorderà.
Gesù promette ai discepoli il Paraclito
25Vi ho detto queste cose quando ero ancora tra voi.
Sono parole del passato, parole di Gesù, da ricordare
26Ma il Consolatore
quello che prende il posto di Gesù
lo Spirito Santo
altra formulazione per indicare lo spirito di Dio. "Santo" indica la trascendenza. Vorrei che fosse chiaro fin dall'inizio che nel linguaggio biblico, che è presente anche nel nostro mondo, ma tende ad essere stemperato a causa del dualismo greco, spirito vuol dire forza, vuol dire potenza, in contrapposizione a carne, che vuol dire debolezza, fragilità, morte.
Spirito uguale vita, potenza di Dio. Lo Spirito santo è lo spirito trascendente. Mentre la carne è legata al passato, e dunque alla memoria che muore, lo spirito, in quanto è forza creatrice, è aperto al futuro ed è alla radice della vita. Allora, lo Spirito Santo o spirito di Dio, che è il consolatore,
che il Padre manderà nel mio nome
grazie alla mediazione di Gesù
egli vi insegnerà ogni cosa
Il magistero di Gesù sarà completo solo grazie allo spirito, maestro interiore
e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto
Si noti che lo Spirito vi ricorda tutto quello che Gesù ha detto, tutta la rivelazione storica di Gesù, ma non solo. Sullo sfondo c'è quella parola che era all'inizio presso Dio, per mezzo della quale il mondo è stato fatto, che era già presente nel mondo, che sta all'origine di tutta la tradizione biblica. Si può dire allora che lo Spirito vi ricorderà le parole di Gesù che sono l'ultima e definitiva comunicazione di Dio.
Memoria delle parole/gesti di Gesù nel Quarto Vangelo (Gv 2,17.22; 12,16)
17I discepoli si ricordarono che sta scritto: Lo zelo per la tua casa mi divora...
22Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.
Nel capitolo 2, nell'episodio in cui interviene nel tempio per allontanare le attività commerciali, la vendita di animali, i banchi dei cambiavalute, Gesù entra come Figlio, col simbolo del giudizio del messia, con il flagello, e ad un certo punto Giovanni, dopo questo primo quadro dell'intervento purificatore o riformatore di Gesù, fa questo commento: i discepoli si ricordarono - dopo aver parlato dell'intervento come Figlio che con pieno diritto entra nella casa del Padre per purificare la casa del Padre - "si ricordarono che sta scritto...", dove "si ricordarono" non è solo "essi pensarono che c'era un testo nella bibbia", ma "compresero" quel testo della scrittura "Lo zelo per la tua casa mi divora".
Segue un dibattito fra Gesù e i capi: "Con quale diritto fai queste cose? Quale segno per autorizzare il tuo intervento?" "Distruggete questo tempio - risponde Gesù - e io lo farò risorgere". Commenta l'evangelista: egli parlava del suo corpo, non del tempio materiale. "Quando fu resuscitato i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo e credettero alla scrittura e alla parola detta da Gesù". Qui il ricordarsi è un tutt'uno con il comprendere alla luce del compimento. La resurrezione dà compimento al suo intervento riformatore del tempio, il tempio ricostruito in tre giorni che è il suo corpo, ma annunciato dalla parola di Dio. Tutta la rivelazione viene ricompresa alla luce dell'evento finale della resurrezione. Qui è chiaro cos'è ricordarsi. Non è un ripensare, un fare memoria, un archivio interiore, ma è un ricomprendere alla luce dell'avvenimento definitivo tutto il passato e la prospettiva, come vedremo adesso, del futuro. E' fondamentale questa maniera di intendere il ricordarsi da parte di Giovanni. Si potrebbe dire che la stesura dei testi evangelici non sarebbe stata possibile senza questo ricordarsi che è frutto dello spirito, cioè un ripensare, un ricomprendere il senso dei gesti e delle parole di Gesù alla luce dell'evento conclusivo, che è la sua morte e resurrezione.
Tutto ciò è ancora ribadito nel capitolo 12, al versetto 16, a proposito dell'ingresso, o meglio dell'accoglienza di Gesù a Gerusalemme per la festa di Pasqua. I pellegrini escono con le palme per accogliere il re che entra come il vincitore o liberatore.
16Sul momento i suoi discepoli non compresero queste cose; ma quando Gesù fu glorificato, si ricordarono che questo era stato scritto di lui e questo gli avevano fatto.
Sul momento, dice Giovanni, commentando questo episodio, i suoi discepoli non compresero queste cose, ma quando Gesù fu glorificato si ricordarono. E' chiaro che non è un ripensare, ma un ricomprendere, andare al cuore, cogliere il senso pieno del testo di Zaccaria, sul messia che entra come re pacifico. Le parole della scrittura e i gesti di Gesù sono ricompresi alla luce della Pasqua, della resurrezione: questo è "memoria". Adesso si può capire in che senso "lo spirito vi ricorderà ogni cosa". E' questo ricomprendere, fatto entrare nel cuore, a dare senso a tutta la storia di Gesù.
alcune conclusioni
Traggo alcune conclusioni o punti sui quali riflettere insieme al termine di questa ricerca sul "Fate questo in memoria di me".
Stando ai testi che abbiamo letto tra ieri e oggi, soprattutto a quest'ultimo testo di Giovanni, che ha un orizzonte meno confessionale, con il tema dello spirito, dello spirito di verità che è comunione con il Padre, di Gesù che, partito, ci ha lasciato la traccia, la via, dello spirito fa da maestro lungo questa via, possiamo così condensare il fare memoria:
1- Innanzitutto il fare memoria riguarda certamente le parole, i gesti, l'atto finale di amore, ma soprattutto una persona: "fate memoria di me". L'accento sulla persona ci libererebbe forse da preoccupazioni puramente dottrinali, istituzionali o disciplinari. Fare memoria della persona di Gesù è rendere possibile l'incontro con l'inaccessibile, invisibile Dio. Si può dire allora che fare memoria è un problema della nostra identità, certo, ma anche di fedeltà a Gesù. "Se mi amate", dice il quarto vangelo: questo è fare memoria di lui, della sua persona, come atto di donazione. Parole che danno senso all'atto finale, che è atto di amore, e non solo come fallimento o tragedia.
2 -Secondo: fare memoria è rivivere la fedeltà di Gesù nelle nuove situazioni, che cambiano, nelle situazioni di conflitto, di crisi, di assenza di Gesù, e anche di rottura nell'ambito della comunità. Giovanni ha il problema del conflitto interiore e del conflitto esterno. Sono due aspetti, questi, che sono permanenti: la tensione con un mondo che non accoglie (mondo come spazio della violenza, dell'incredulità o della menzogna che ha connivenze dentro di noi). Quindi si tratta di vivere la fedeltà in questo contesto conflittuale, esterno, ma anche all'interno delle persone e delle esperienze ecclesiali, confessionali. Rivivere nelle nuove situazioni la fedeltà di Gesù, non solo la fedeltà a Gesù, ma la fedeltà di Gesù, di Figlio, obbediente fino al dono della vita, che ama gli amici fino a dare la vita. Questa fedeltà è quella che noi ricordiamo rivivendo la stessa fedeltà. E questa è la via nella quale ci conduce lo spirito. Vivere la fedeltà di Gesù come Figlio e come amico che dona la vita per gli amici.
3 - Lo spirito di Gesù, che è lo spirito di Dio, lo Spirito Santo come dice il vangelo, spirito di verità, è la garanzia dinamica della fedeltà, in quanto ci conduce in questo cammino di fedeltà facendo appello alle nostre risorse profonde. Un testo successivo di Giovanni dice così: "Quando verrà lo spirito vi guiderà alla verità tutta intera". Non è Mosè che guida il popolo verso la terra promessa, non è Giosuè, non è una struttura esterna, non è la legge, ma è lo spirito che fa da guida, prende il posto della legge esterna, si pone come la legge interiore dell'amore. E' la garanzia dinamica della fedeltà: guida e maestro interiore. E potremmo dire anche: è colui che ci apre al futuro perché si dice: vi annunzierà le cose future. Cioè, la rivelazione, storicamente, è compiuta, ma è rivelazione aperta. Qual è il senso della nostra vita, del mondo e della storia umana è ancora da definire ed è una dimensione, dicevo, che sta all'orizzonte, verso il quale ci conduce questo spirito, che interpreta le parole di Gesù, il suo messaggio storico, ma con la prospettiva del compimento finale, futuro.
E qui io torno alle domande iniziali sul rapporto tra questo maestro interiore, questa garanzia che ho chiamato successore e vicario di Gesù e le interpretazioni, il magistero istituzionale, storico, il magistero gerarchico per i cattolici, il magistero accademico per le chiese riformate. Anche se i riformati fanno appello allo spirito come maestro per interpretare la scrittura, alla fine poi si ritorna alla disciplina delle chiese o al ruolo che hanno le accademie per quanto riguarda la lettura laica, le autorità, che pur facendo appello alla razionalità, poi fissano anche le regole e i criteri per dare una lettura dei testi evangelici. Io modestamente aggiungerei che lo spirito di verità che non è l'apparato disciplinare, che non è neppure un pacchetto di dogmi, è un tutt'uno con la fedeltà nell'amore. In questo c'è un'autonomia dello spirito che non è licenza o arbitrio, perché il correttivo nei confronti dell'arbitrio è proprio la fedeltà all'amore. Ed è la parola storica di Gesù, ma resa attuale dallo spirito che guida i credenti in questa fedeltà.
Discussione
D. riferendomi a quello che ha detto adesso dello spirito, non vedo tanta differenza tra la lettura di ieri e quella "laica" di oggi. Mi sembra che un credente deve leggere laicamente la bibbia, perché questo corrisponde alla laicità di Gesù. Mi ritrovo pienamente in quello che lei ha detto oggi, così come in quello che lei ha detto ieri, anche per il modo rispettoso e non dogmatico con cui è stata proposta la lettura dei testi.
R. Io avevo fatto una premessa riferendomi alla lettura del libro "In spirito e verità" che raccoglie i contributi di un seminario, fatto a Bologna, relativi a una ricerca sul testo del vangelo di Giovanni, dove "laico", nell'Europa dalla Rivoluzione francese in poi, è lettura anticonfessionale, o fuori delle confessioni, dove spirito, ho detto, è la razionalità, e la religione uguale etica, per contrapporsi ad un uso politico della religione, come nel caso della repressione spagnola e poi delle lotte di religione francesi e dell'Europa del nord.
Spinoza è l'inauguratore di questa lettura cosiddetta laica, dove laica significa fuori della chiesa, fuori delle confessioni, prescindendo anche dalla trascendenza e prescindendo anche dalle appartenenze confessionali. A voler essere fedeli a questa metodologia, diciamo così, noi potremmo prescindere dalla bibbia come testo ispirato, o dalla bibbia come testo confessionale, da un vangelo come proprietà di una chiesa. Potremmo prescindere anche dalla fede in Gesù Figlio di Dio. Non a caso in queste letture si propone Gesù come modello di esperienza umana o di esperienza religioso-umana, ma mettendo anche fra parentesi letture confessionali, letture ecclesiali e la stessa idea di una rivelazione storica che per questi illuministi coincide con il dato della coscienza. Rousseau si domanda: perché Dio per parlare a Jean-Jacques Rousseau deve passare attraverso Mosè? Perché non può rivolgersi direttamente a questo poveraccio, se mi ha fatto cosciente, libero, se è un Dio serio? E' una domanda è legittima. Che ruolo ha la rivelazione storica, con tutto l'apparato di strutture, istituzioni, religioni positive? Questa è l'istanza laica.
Ma potremmo mettere fra parentesi tutto questo e rimane: osservare il comandamento che è la fedeltà a Gesù vissuta nel rapporto con Dio-Padre e nel rapporto con gli amici. E su questo terreno io mi incontro con quelle istanze laiche nate dal bisogno di disinnescare i meccanismi di violenza che hanno contrassegnato il fanatismo religioso europeo nei secoli passati, che forse non sono più oggi, perché conosciamo altri fanatismi oggi. Nell'ultimo secolo sappiamo che in realtà gli stermini e i massacri sono avvenuti al di fuori dell'istanza tipicamente confessionale, religiosa, anche se può essere stato autorizzato come carburante, pensiamo all'antisemitismo, che ha autorizzato il carburante dell'antigiudaismo, ma non è un'istanza tipicamente religiosa quella che ha portato le lotte, le guerre, i massacri politici delle grandi guerre. Io credo però che anche mettendo fra parentesi, per rispetto di un dialogo con chi non condivide né la rivelazione biblica, né Gesù Cristo Figlio di Dio, né la chiesa, io posso trovarmi in un accordo di fondo: lo spirito, che è spirito di verità, corrisponde al bisogno che ha l'essere umano di vivere, di vivere in rapporti giusti, di dare senso alla sua vita. Tutto questo nel linguaggio di Gesù si chiama: osservare il comandamento o lasciarsi guidare da questo maestro interiore che prolunga la sua presenza nell'umanità. Questa è una lettura, diciamo così, laica, anche se io ho diritto di rivendicare quell'altra lettura storica che non è conflittuale e, come diceva bene lei, non aggiunge né toglie nulla a quella che è una lettura onesta di una persona che non esclude l'apertura al trascendente, non pretende di catturarlo o dominarlo, ma non lo esclude, e questa è onestà intellettuale.
D. Dagli autori della Riforma mi pare che sia stata recuperata quella dimensione a cui ha accennato, quella dello Spirito presente in ciascuno di noi, di modo che ciascun credente può accostarsi e penetrare il significato della scrittura. Ma l'opposizione dei riformatori non era soltanto nei confronti di un'autorità ecclesiastica che stabilisse modalità, criteri di lettura e contenuti di verità, ma anche nei confronti di una ragione umana, che pretendeva di essere lei la chiave di interpretazione della Scrittura. La contrapposizione potrebbe esserci tra spirito e un certo tipo di ragione.
Probabilmente lettura "laica" vuol dire anche non accettare una ragione che pretenda la verità assoluta nell'interpretare. La consapevolezza dell'esistenza di una pluralità di prospettive nessuna delle quali con il monopolio della totalità della verità, comporta per un non credente l'apertura a letture "religiose" e per un credente a letture "laiche".
R. Lo spirito non deve essere ridotto solo alla razionalità. La capacità di riflettere in modo sapienziale (una razionalità che bagna le sue radici anche nel cuore, come dice Rousseau, nel sentimento, nella volontà, dove noi prendiamo le decisioni) implica una razionalità aperta, aperta all'orizzonte della trascendenza, che non esclude in modo aprioristico, dogmatico, un di più, un oltre. Credo che sia l'istanza propria della razionalità, portata alle estreme conseguenze. Applicando questo principio all'esperienza religiosa è necessario non appiattirsi sul piano della prassi, dell'etica.
L'esperienza religiosa ha anche bisogno della comprensione, di dar senso, significato, in termini sapienziali, e non è solo regolamento dei comportamenti. La religione non è uguale a etica. E' un amore illuminato. Lo spirito di verità è l'amore, ma amore illuminato, intelligente, sapienziale. Queste due componenti di non appiattire la religione sul piano puramente morale e etico, e di non precludere la dimensione che sta oltre le capacità comprensibili, di intelligenza umana rendono possibile un dialogo con le persone laiche, che hanno da guadagnare in una prospettiva che lascia aperto il discorso religioso, che non lo chiude, che non lo blocca in nome di vecchie polemiche, come l'uso politico della religione, che ha giustificato in parte questo sospetto.
La premessa di Pier Cesare Bori al libro parla del rapporto dialettico e fecondante della lettura ecclesiale, religiosa e confessionale e della lettura laica. Sono due letture compresenti.
La chiesa riformata, che fa appello al ruolo dello Spirito come guida interiore, non può prescindere dalla parola storica di Gesù, che è un punto di riferimento storico; non può prescindere dall'istanza della comunità. Quindi non si tratta di un soggettivismo arbitrario, non è un prescindere dalla dimensione storica, che ha la concretezza del testo, che va interpretato. Non è il singolo soggetto, fuori di una comunità e di una tradizione, dove la comunità ha radici anche nel passato. Si torna così al problema del fare memoria, che non è trascurare tutto ciò che c'è tra il testo e il noi oggi, tutto il cammino, che è esperienza, che noi chiamiamo tradizione viva della chiesa. Su questo tema oggi c'è maggiore attenzione anche da parte del mondo della riforma..
D. E' proprio vero che in questo secolo non ci siano state guerre di religione? Anche nella ex-Iugoslavia? Se per i cattolici e per gli evangelici il territorio dove si fa missione e dove si evangelizza non è più ritenuto una proprietà in esclusiva, per gli ortodossi lo è ancora, e anche in modo violento.
R. Quando parlavo di guerre di religioni mi riferivo alla esperienza francese di massacri fatti non solo da credenti di diversa confessione, ma in nome della appartenenza religiosa.
Nei Balcani la differenza religiosa ha influenzato una conflittualità che aveva componenti esterne, etniche e quando la componente etnica viene a coincidere con un'appartenenza religiosa la conflittualità viene incentivata.
Ci sono problemi irrisolti, come quelli della violenza islamica, che utilizza l'esperienza religiosa come carburante e giustificazione di una lotta all'interno di gruppi politici, come in Algeria oggi. E' vero che l'elemento religioso qui viene utilizzato, strumentalizzato e in qualche maniera fornisce giustificazioni, anche se formalmente gli schieramenti non sono in nome dell'appartenenza religiosa.
La chiesa ortodossa, all'interno della grande Serbia, è stata per lo meno ambigua nel prendere posizione. Però, anche se la chiesa ortodossa si identifica con la Serbia, la sua autorevolezza come chiesa è molto precaria dopo sessant'anni di comunismo. Comunque non c'è stato un pronunciamento chiaro contro le forme di violenza, e ci sono state anche forme di rappresaglia e di distruzione dovute alla diversa appartenenza confessionale, con chiese e conventi distrutti.
C'è il problema dell'ambivalenza tra una appartenenza ufficiale e un ruolo effettivo.
Si parla di Europa cristiana o cattolica quando di fatto i cristiani davvero praticanti sono poco più del dieci per cento.
Certo fa problema che non ci siano oggi pronunciamenti chiari ed espliciti, da parte delle autorità giuridiche islamiche, nei confronti della violenza sanguinaria che coinvolge civili inermi.
Stesse lamentele potrebbero essere rivolte nei confronti della chiesa cattolica perché nell'ultimo conflitto mondiale non c'è stato un pronunciamento chiaro di condanna pubblica da parte di Pio XII della pratica dello sterminio.
Un missionario, cappellano militare in Argentina, mi chiedeva se in Tommaso d'Aquino ci sono delle ragioni per giustificare la tortura. Tommaso d'Aquino giustifica la pena di morte citando Aristotele, ma non l'idea di potere torturare una persona per estorcerle informazioni, anche per nobili motivi, anche per combattere il terrorismo. Il fine non può giustificare certi mezzi.
D.Può fornire altre delucidazioni sul senso dell'io sono di Gesù alla luce dell'io sono dell'Esodo?
R. "Io sono colui che sono" è più una formula filosofica debitrice alla traduzione dei LXX, nell'ambiente ellenistico di Alessandria e poi soprattutto da Filone, che identifica la formula con l'essente o l'atto puro di Aristotele. L'io sono biblico è una relazione dinamica. "Io ci sono", "sono qui", "sono io", "sono qui con te" si potrebbe tradurre. Esprime l'impegno di Dio a favore di.
L'io sono non è un'autodefinizione di Gesù, ma si potrebbe tradurre "io sono per te via, per arrivare alla vita, tramite la verità, che è l'amore".
D. A proposito di intolleranza, la concezione di Gesù come unico mediatore inevitabilmente ha ripercussioni sul modo di intendere il rapporto con le altre religioni. Sulla Stampa di oggi c'è la presentazione di un libro che sostiene la solita tesi dei monoteismi come fonti di intolleranza e violenza. Affermare che c'è un unico Dio, una unica verità significa non tollerare altre concezioni di Dio, altri itinerari della riflessione e dell'esperienza umana.
Un mistico sufi dell'anno mille venne crocifisso dai suoi perché affermò "io sono la verità", esprimendo con questo l'esperienza profonda religiosa, comune tra i mistici di tutte le religioni, di profonda unione con il divino.
R. Una volta che si fa della verità un pacchetto di dichiarazioni astratte o di regole di comportamento, si apre la strada all'intolleranza. Quando io possiedo la verità sia teoretica, che morale, giuridica, politica ritengo le altre concezioni errori che vanno combattuti in maniera diplomatica, o più spiccia con la eliminazione.
Ma se io sono la verità nella forma di Gesù, in quanto via al Padre, che passa attraverso l'amore, che si manifesta nella morte, cioè nel non potere o nell'antipotere - l'unico potere che ha Gesù è quello di dare la vita per amore - non c'è spazio per l'intolleranza o l'uso del potere per imporre la mia idea di Dio.
Se Dio è verità in quanto amore e l'amore passa attraverso il dono fino alla morte per rendere liberi gli amici, o per far vivere gli altri, non potrò mai usare la mediazione o verità che è Gesù per togliere la vita, ma solo per inverare quell'istanza di amore, di vita, di verità che c'è nell'altro.
La problematica di Gesù unico mediatore è un elemento di discussione tipico con gli asiatici. Fuori della cultura ebraica e cristiana non si capisce il perché di un mediatore ebreo della cultura ebraica, che poi è stato catturato dai cristiani ed è diventato europeo ...
"La parola era nel mondo come luce che illumina ogni essere umano perché il mondo fu fatto attraverso di lui". Prima ancora della rivelazione storica ebraico cristiana c'è la parola che è vita e perciò luce degli uomini. Gli scrittori di Alessandria del terzo e quarto secolo e gli autori moderni nel dialogo interreligioso si richiamano a questa presenza del logos. La parola creatrice e la parola luce, illuminazione.
Questo è collegabile con l'ultima parola del discorso di addio, come parola che è lo spirito di verità presente in tutti gli esseri umani, per cui quando viene tra i suoi viene a casa sua, perché sono quelli che hanno ricevuto la vita tramite la parola creatrice.
Gesù storico, Gesù dei vangeli, Gesù della chiesa non è più proprietà dei cristiani da usare come arma contundente o di intolleranza o violenza nei confronti di chi non appartiene a questa verità, a questa cultura, a questa chiesa.
Non bisogna stemperare dicendo che Gesù è solo un simbolo della ricerca comune di tutti gli esseri umani, ma ritenere che Gesù è nella linea dell'amore e mai si potrà usare la verità di Gesù in funzione antiumana o violenta.
D. Non ha proprio senso la preghiera di domanda?
R. "Qualunque cosa chiederete al Padre nel mio nome egli ve la darà". Paolo può dire che è lo Spirito che prega dentro di noi, e prega secondo i disegni di Dio e perciò è preghiera efficace che ci conforma alla volontà di Dio.
La concezione secondo la quale la preghiera ci dà un potere sulla storia, che è il potere di Dio, è pericolosa se non viene letta nel senso di Paolo e Giovanni. Il Padre sa già le cose di cui abbiamo bisogno: è inutile che andiamo a scocciarlo con interminabili domande come fanno i pagani. Se preghiamo come figli, il Padre ci dà quello che da sempre ha deciso di darci, purché ci si apra al suo dono di Padre o si viva in atteggiamento filiale.
L'idea della preghiera come potere su Dio o appropriazione del potere di Dio è il sogno rischioso di onnipotenza. Se precisiamo che il potere di Dio, che viene trasmesso nella preghiera, non è un potere di dominio o di controllo, ma è un potere di amore - torniamo qui al volto di Dio come ce lo rivela Gesù - io non posso fare quello che voglio nella storia, perché ho diretti contatti con il Padre eterno e ho una comunicazione speciale di raccomandato, ma ho il potere di amare come ci ha rivelato Gesù. Dio guida la storia, ma alla maniera di Dio e sappiamo che Dio non interviene con incursioni da onnipotente, ma nella linea dell'amore e della libertà, lasciando lo spazio alle cause seconde.
Resta il problema del miracolo, che pone grosse difficoltà per una persona che considera la creazione come opera di Dio: Dio sospende, fa delle eccezioni? Il miracolo inteso come azione dell'amore di Dio, che controbilancia il limite, la malattia e la morte è una manifestazione di amore. Se non è in questa linea è solo un arbitrio. Il miracolo come intervento particolare di Dio per privilegiare qualcuno pone la domanda: gli altri sono figli bastardi, dato che non vengono miracolati? Se invece lo si vede come segno dell'amore che guida tutta la creazione e un segno più intenso di amore, perché Dio vuole la vita e non la morte, in questo senso il miracolo confermerebbe l'apertura dell'amore di Dio che non è prepotenza, arroganza, ma è cura della creazione, partendo dalla legge stessa della creazione che Dio rispetta o lascia agire, senza né sospenderla né contraddirla. Abbiamo così chiarito il senso di potenza o azione sulla storia. Non si tratta di onnipotenza arbitraria, ma è potenza dell'amore che segue la logica della vita.
D. Quale spazio alla preghiera?
R. Senza preghiera non riusciamo a vivere l'esperienza religiosa. C'è la preghiera esplicita. C'è la preghiera che io vivo lungo tutto il corso della mia vita come conformità alla volontà di Dio. C'è la preghiera tematizzata in cui io sto davanti a Dio in maniera cosciente, usando formule, atteggiamenti, stati d'animo: è un rendermi attento all'azione di Dio che ha possibilità di entrare esplicitamente nella mia vita grazie alla mia apertura. In questo senso la preghiera non è solo un di più, ma è la sostanza del vivere e del vivere credente.
C'è bisogno non solo della preghiera implicita che accompagna la vita del credente, ma della preghiera esplicita perché la prima non si stemperi. Se uno non ha attenzione esplicita a Dio, facendo spazio cosciente alla sua iniziativa, corre il rischio che tutta la sua vita sia estranea alla logica di Dio, estranea perché non è amore che crea la vita, ma ricerca di sé o prevaricazione.