"Fate questo in memoria di me"
sintesi della relazione di Rinaldo Fabris
Verbania Pallanza, 13 dicembre 1997
Il titolo dato all'incontro prende lo spunto dall'espressione riportata da Paolo e da Luca a riguardo della cena del Signore, del corpo donato e del sangue versato. Per due volte Paolo ripete "Fate questo in memoria di me", mentre Luca una volta sola. Sono gli unici autori che, riportando la tradizione delle parole di Gesù sul pane e sul calice, utilizzano questa formula che, sotto il profilo letterario, viene chiamata rubrica, cioè una piccola nota che nella liturgia è scritta in rosso, su cose da fare.
"Fate questo in memoria di me" è, nel testo biblico, presentato come parola di Gesù.
Al di là delle problematiche storiche, letterarie (se Gesù ha proprio detto "fate questo in memoria di me", che cosa ha detto altrimenti, che cosa intendeva eventualmente dire) sta il fatto che da venti secoli le chiese cristiane, nonostante le divisioni tra oriente e occidente, tra chiesa della riforma e chiesa cattolica, continuano a fare la cena del Signore, dando anche un significato diverso, soprattutto per quanto riguarda la tradizione riformata, ma richiamandosi sostanzialmente a questo gesto riportato nei vangeli sinottici e nella prima lettera di Paolo ai Corinzi, al capitolo 11.
Nel primo momento della riflessione ci dedicheremo alla lettura del testo di Paolo, alla sua comprensione e riattualizzazione, e in un secondo momento al testo lucano.
Alla lettura e ricomprensione del teso paolino desidero premettere alcune riflessioni riguardanti il fare memoria.
fare memoria
L'attuale crisi della memoria, conseguente all'accelerazione del tempo, tende a cancellare il passato e con questo anche lo sfondo indispensabile per capire le parole e i gesti di Gesù, la memoria biblica condensata nel corpus dei libri sacri.
Per il popolo del libro, o gente del libro come ci chiamano i musulmani, la memoria riguarda fatti e eventi fondanti, che hanno cambiato la storia (i musulmani si richiamano al libro come rivelazione comunicata al profeta). La storia viene raccontata, memorizzata, riattualizzata, mettendo in moto il processo della memoria.
La memoria ha a che fare con la nostra identità. Se per sfortuna o disgrazia perdessimo la memoria non sapremmo chi siamo. La possibilità di autocoscienza e di sapere chi siamo dipende unicamente dalla nostra capacità di ricordare avvenimenti, esperienze, con una correlazione tra il punto di partenza dell'autocoscienza iniziale e tutti i momenti successivi fino a quando avremo consapevolezza e lucidità. Altrimenti non sapremmo chi siamo.
Il funzionamento della memoria è uno degli aspetti più misteriosi, nello studio della neurologia. Probabilmente la memoria non è un archivio, come normalmente si pensa, (schede che estraiamo cercando di collegarle), ma un processo creativo. Non sappiamo cosa è conservato nei neuroni. Sappiamo solo che, quando si mette in circuito qualcosa che a livello emotivo richiama un certo fatto, un certo avvenimento, una certa esperienza che hanno modificato la nostra vita, vengono riattivate, di nuovo, leggere modifiche
Gran parte dei processi del cervello ci sono sconosciuti.. Non sappiamo come il cervello e la mente siano collegati e come funzionino. I processi sono noti: quando sono colpiti alcuni centri si perde la memoria, si perde la possibilità di linguaggio, di vedere, di ascoltare.
Il rapporto tra coscienza e questi processi non è noto, non è così chiaro.
Lo stesso vale per una comunità. Una comunità è autocosciente e si identifica, grazie alla sua memoria, al racconto della sua genesi e della sua trasformazione. Solo raccontandosi la comunità si ricrea, come l'identità della persona si ricrea nel racconto. Quando noi parliamo con gli altri e diciamo "come stai" e "che tempo fa" ci raccontiamo, parliamo del nostro mondo interiore, delle esperienze che fanno parte della nostra personalità.
Si può dire che la chiesa come comunità di credenti è nata dalla memoria di Gesù, facendo memoria di Gesù. E' riconosciuto anche sul piano storico-letterario: raccontando la passione morte e resurrezione, è nato il primo gruppo di testi che poi si sono progressivamente ampliati. I vangeli sono sorti non da un progetto di ricostruzione archivistica o storiografica, ma nelle riunioni di comunità domestiche che raccontavano gli ultimi avvenimenti di Gesù partendo dalla frazione del pane, come dice Luca. Al principio si ha l'antico racconto della passione, morte e resurrezione e poi, riandando indietro, il racconto di quello che Gesù ha fatto e ha detto, fino all'ultima tappa del racconto, la storia delle origini. Il natale è nato per ultimo, sul piano narrativo e letterario. Prima la cena, la celebrazione e dentro la celebrazione il racconto.
Non ha senso fare il rito senza il mito, senza il racconto. Non c'è logos senza racconto, che dà senso a quello che si fa, alla parola che si proclama.
Le parole e i gesti di Gesù, così narrati, sono stati poi riattualizzati e applicati alla comunità, ai suoi problemi e difficoltà. Cosa vuol dire perdonare, cosa vuol dire usare i beni? Ecco allora il ricordo delle parole di Gesù riguardo al perdono, all'uso dei beni: sono le parabole sulla misericordia, sulla riconciliazione, sulla speranza. Tutto il materiale viene così ricreato, ripartendo dai frammenti per ricostruire l'intera esperienza.
Allo stesso modo si può pensare che la raccolta dei 27 libretti, che formano il canone cristiano, è nata dal bisogno di conservare la memoria. Se i quattro vangeli custodiscono la memoria di Gesù, i detti di Paolo sono stati prodotti per fare memoria dell'apostolo, come si fa memoria di Gesù. L'apostolo a sua volta si richiama alla memoria fondativa della morte e resurrezione del Signore.
Questa premessa giustifica che noi, dopo venti secoli, continuiamo a leggere nelle nostre riunioni o assemblee attorno alla tavola, alla mensa, le parole del Signore e a ripetere i suoi gesti.
Iniziamo con il testo dell'apostolo Paolo che nella prima lettera ai Corinzi fa riferimento due volte all'esperienza della cena. La prima volta la chiama "mensa del Signore" o comunione, la seconda volta "cena del Signore".
Il primo testo si trova 1Cor 10, il secondo in 1Cor 11.
Il lessico della "memoria" nel Nuovo Testamento.
Prima di introdurci al testo riportato nella sua struttura, così come ci è conservato nei grandi codici o papiri, e nelle edizioni critiche del Nuovo Testamento, ci soffermiamo per un momento sul vocabolario o lessico della "memoria" nel Nuovo Testamento.
Mimnêskesthai, "ricordarsi": NT=23x (LXX 3x)
Mt3 Mc Lc6 Gv3 At2 Pl Eb4 Ap
Mnemonèuein, "ricordare": NT=21x (LXX 2x)2
Mt1 Mc1 Lc1 Gv3 At2 Pl7 Eb3 Ap1
Anamimnêskein, "ricordare": NT=6x (LXX 2x)
Mt Mc2 Lc Gv At Pl3 Eb1 Ap
Anàmnesis, "memoria": NT=4x (LXX 5x)
Mt Mc Lc1 Gv At Pl2 Eb1 Ap
Mnèia, "ricordo": NT=7x (LXX 15x)
Mt Mc Lc Gv At Pl7 Eb Ap
Mnemòsymon, "ricordo": NT=3x (LXX 1x)
Mt11 Mc Lc Gv At1 Pl Eb Ap
E' possibile rendersi conto della concentrazione semantica del lessico sulla memoria. Sono elencati tre verbi e tre sostantivi.
Il verbo "mimnêskesthai" ricorre 23 volte nel NT ed è il più utilizzato rispetto a "mnemonèuein" e a "anamimnêskein". Inoltre i verbi e i sostantivi relativi alla memoria ricorrono più frequentemente in Luca e in Paolo. Il "ricordarsi" prevale in Luca, nella formula biblica, "il Signore si è ricordato della sua misericordia", presente nell'Antico Testamento, nella versione greca dei LXX.
"Ricordare" ("mnemonèuein") ricorre frequentemente in Paolo. Quando Paolo scrive ai suoi cristiani, nella intestazione delle sue lettere così si esprime: "Mi ricordo di voi". Il ricordo dei cristiani sollecita la preghiera di ringraziamento di Paolo.
Sono interessanti due ricorrenze in Matteo e Marco riguardo alla catechesi sul significato del pane. Alla crisi dei discepoli perché hanno dimenticato il pane, i viveri, Gesù invita a riflettere: "Non vi ricordate quando ho spezzato cinque pani per cinquemila persone, quante ceste ne avete raccolto?". Ricordare significa comprendere, ricomprendere. La memoria fa capire la propria situazione a partire da un evento richiamato del passato: il gesto di Gesù va ricompreso nella memoria.
Tra i sostantivi è importante "anàmnesis", che ricorre nella lettera di Paolo a proposito di "Fate questo in memoria di me". Il greco dice èis tên emên anàmnesin, per la mia memoria. E' una forma che ricalca il linguaggio biblico ebraico.
Concludo con una curiosità. Il primo contatto con un testo, con un'esperienza è il linguaggio. Quando noi cerchiamo di riattivare la nostra esperienza del passato, facciamo ricorso sì a stati d'animo, a emozioni, a immagini, ma attraverso le parole, il linguaggio.
Si capisce così il rapporto tra memoria e linguaggio. Il rito è importante, ma il rito senza linguaggio è un rito che non comunica niente. Comunichiamo, infatti, attraverso la parola. E' la parola a svolgere una funzione creativa. Nelle parole noi ricreiamo il nostro passato.
Il termine "mnemòsymon", in Matteo e in Marco, è scelto per interpretare il gesto collegato con la cena. Una donna entra nella stanza dove Gesù è ospite e versa sul suo capo il profumo, un profumo prezioso di trecento denari. I discepoli si infuriano per lo spreco e Gesù prende le difese della donna, dicendo che lei ha fatto quanto era in suo potere anticipando la sua unzione. "Dovunque, vi assicuro, - afferma Gesù - sarà annunciato il vangelo, si farà ricordo (mnemòsymon) di lei".
C'è una differenza tra l'anàmnesis di Gesù, che si fa rivivendo la cena, e il ricordo di questa donna legata alla storia della passione del Messia. E' l'unzione del messia, ma in quanto crocifisso. Il suo gesto fa parte del racconto fondativo della memoria cristiana.
La grande memoria eucaristica, quella che sta alla base dei vangeli, dell'identità della comunità, è fatta di tante piccole memorie, di fatti, di episodi, di persone anonime come questa donna. Il quarto Vangelo darà un nome a questa donna, Maria sorella di Lazzaro e di Marta.
Luca narra un altro episodio che non c'entra per nulla con la memoria della passione e che riguarda una donna, un'anonima peccatrice della Galilea, che la fantasia maschile ha identificato con Maria di Magdala.
I. LA "MEMORIA" DI GESÚ CRISTO NELLA CHIESA DI CORINTO (1Cor 11,17-34)
Passiamo all'analisi del testo, per riattivarlo nella nostra memoria, nell'autocoscienza di persone credenti che cercano il senso della propria vita, come responsabili del dono di Dio e come riconoscenti dell'esperienza della fede, da vivere insieme come comunità di battezzati.
Il testo fa parte del capitolo 11 in cui Paolo affronta anzitutto la questione della modalità di partecipazione delle donne nell'assemblea. Non si capisce bene a che cosa Paolo si riferisca quando parla di ciò che le donne devono tenere sul capo, se il velo o una certa acconciatura. A Corinto c'è il tentativo di alcune donne carismatiche, benestanti e di un certo rango di eliminare le discriminazioni femminili, intervenendo nell'assemblea e comportandosi con la stessa disinvoltura degli uomini, senza coprirsi il capo, o con un'acconciatura che richiamava quella degli uomini.
Paolo dice che possono pregare, profetizzare, ma tenendo conto della differenza che esiste e che risale alla creazione.
Poi prosegue con il testo da analizzare.
Il testo di 1Cor 11,17-33
17E mentre vi do queste istruzioni, non posso lodarvi per il fatto che le vostre riunioni non si svolgono per il meglio, ma per il peggio. 18Innanzi tutto sento dire che, quando vi radunate in assemblea, vi sono divisioni tra voi, e in parte lo credo. 19E' necessario infatti che avvengano divisioni tra voi, perché si manifestino quelli che sono i veri credenti in mezzo a voi. 20Quando dunque vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore. 21Ciascuno infatti, quando partecipa alla cena, prende prima il proprio pasto e così uno ha fame, l'altro è ubriaco. 22Non avete forse le vostre case per mangiare e per bere? O volete gettare il disprezzo sulla chiesa di Dio e far vergognare chi non ha niente? Che devo dirvi? Lodarvi? In questo non vi lodo!
''23Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane 24e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: "Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me". 25Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: "Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me". 26Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga. 27Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. 28Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; 29perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna. 30E' per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi, e un buon numero sono morti. 31Se però ci esaminassimo attentamente da noi stessi, non saremmo giudicati; 32quando poi siamo giudicati dal Signore, veniamo ammoniti per non esser condannati insieme con questo mondo.
33Perciò, fratelli miei, quando vi radunate per la cena, aspettatevi gli uni gli altri. 34E se qualcuno ha fame, mangi a casa, perché non vi raduniate a vostra condanna. Quanto alle altre cose, le sistemerò alla mia venuta.''
La crisi nella chiesa di Corinto: divisioni nel contesto della "cena del Signore"
17E mentre vi do queste istruzioni, non posso lodarvi per il fatto che le vostre riunioni non si svolgono per il meglio, ma per il peggio.
Il richiamo alle istruzioni, che Paolo è costretto a dare a motivo del caos e della confusione che esistevano a Corinto nel momento della preghiera carismatica, della preghiera ispirata, ma soprattutto per il modo di svolgimento della cena, rinvia a una parte immediatamente precedente della lettera: "Vi lodo perché in ogni cosa vi ricordate di me e conservate le tradizioni così come ve le ho trasmesse". La tradizione è un elemento fondamentale della memoria.
Abbiamo accennato all'inizio al rischio della mummificazione e della sclerotizzazione della memoria. Senza tradizione però non c'è la possibilità di vivere come comunità la cui radice si richiama ad un evento fondativo. Non solo la radice del kerygma, del credo, dei riti, ma anche della prassi disciplinare e morale. Sono inseparabili i tre aspetti di un'esperienza religiosa comunitaria: il credere, l'agire e il rivivere nella forma del rito. In altre parole: verità, prassi e alcuni riti simbolici che esprimono l'autocoscienza della comunità.
Paolo loda i cristiani di Corinto perché conservano la tradizione, però non può lodarli per il modo in cui fanno la cena.
Paolo fa un quadro molto essenziale della situazione e noi non siamo in grado di ricostruirlo pienamente. Dall'insieme della lettera si capisce che ci sono elementi di carattere socio-economico (divisione tra ricchi e poveri), divisioni di carattere culturale (gruppi di tradizione greca, latini benestanti, orientali, come ebrei convertiti e asiatici). Le nostre comunità di oggi sono molto più omogenee rispetto a quella corinzia, dove ci sono padroni e schiavi, uomini e donne. Ci sono anche divisioni per motivi caratteriali (persone portate a dominare in forza della loro esperienza). Tutto questo crea uno stato di frantumazione e tensione permanente della comunità.
18Innanzi tutto sento dire che, quando vi radunate in assemblea, vi sono divisioni tra voi, e in parte lo credo.
Paolo è rimasto a Corinto per un anno e mezzo dal momento della fondazione e ha contatti continui con questa comunità. Paolo vive sull'altra sponda dell'Egeo, in Asia, a Efeso e c'è la continua spola di operai che fanno trasporto di spezie, di prodotti agricoli e soprattutto di tessuti, ceramiche e bronzi. Corinto è una colonia rifondata da Giulio Cesare, è un porto importante, passaggio tra Asia e Roma.
In questa situazione c'è il rischio di perdere la memoria trasformando la cena in uno dei tanti convivi corporativi sociali. A Corinto i momenti sociali si vivevano a tavola presso il tempio. Una gara sportiva, la fine del varo di una nave, la conclusione di un lavoro, l'anniversario di un matrimonio erano occasioni per un invito presso il tempio di Serapide o quello di Asclepios, presso i quali si trovavano ristoranti, che servivano la carne immolata agli idoli.
C'erano anche i festini organizzati dai signori benestanti, che davano i ricevimenti.
Che differenza c'è tra la cena e questi festini?
Di questi festini abbiamo delle informazioni dalle lettere di Plinio. C'erano due tipi di menù. Uno per coloro che stavano all'interno della sala, gli amici del padrone, avevano bevande e cibi più raffinati. Un altro per la servitù e i dipendenti, che stavano nell'atrio, con vitto di qualità inferiore. Per Plinio è bene non fare cene di questo tipo, se si devono dividere così gli invitati.
Paolo richiama la memoria della cena per intervenire su questo problema.
Il nostro ritrovarsi come comunità avviene ancora nella forma conviviale. C'è da domandarsi se la cena può separarsi dalle discriminazioni e divisioni che frantumano la comunità che celebra la cena. Fare memoria è un commemorare un evento del passato o un mettere in discussione, partendo dalla memoria, la situazione presente, i rapporti che ci sono tra i membri di una comunità?
Paolo afferma che le divisioni sono causate dalla situazione culturale, etnica, sociale dei cristiani di Corinto. Lui stesso dirà che non ci sono molti nobili di rango elevato, né potenti a livello sociale ed economico e neppure molte persone colte. Alcuni però, e in particolare coloro che ospitano, sono di un livello abbastanza alto. Le case dove si fa la cena del Signore sono, infatti, di latini romani, come Gallio, Quarto e Erasto, nominati nella lettera ai Romani come ospitanti la comunità.
Il conflitto che Paolo vivrà con i cristiani di Corinto è in parte legato a questa mentalità: i corinzi volevano trasformare l'apostolo in una specie di cliente, mantenuto e pagato dal padrone. Paolo rifiuta di farsi pagare, facendoli arrabbiare, perché non sta al gioco del patronato.
La situazione suesposta è documentata dalle iscrizioni trovate a Corinto, dalle lettere di Plinio, dai documenti romani. Per capire l'intervento di Paolo riguardo alla cena, che ha al centro il ricordo della cena del Signore, occorre ricostruire la situazione sociale e culturale di Corinto.
Paolo fa una prima osservazione:
19E' necessario infatti che avvengano divisioni tra voi, perché si manifestino quelli che sono i veri credenti in mezzo a voi.
Le divisioni portano allo scoperto le discriminazioni che hanno radici culturali e sociali. Infatti si manifestano anche fuori della cena, anche se in essa esplodono in modo evidente, nel distribuire le vivande e nel consumarle. Il convivio di per sé dovrebbe essere segno di condivisone. Plinio stesso lamenta la sconvenienza e la scorrettezza di un signore che divide qualità di vitto e vivande in base al livello sociale dei convitati.
Paolo si richiama alla cena come lui l'ha ricevuta e trasmessa.
20Quando dunque vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore.
La cena del Signore non è un festino, un pasto sociale. E' cena del Kyrios, del Gesù crocifisso e risorto. Da qui viene la cena. Non è il padrone di casa ma il Signore che convoca la cena.
21Ciascuno infatti, quando partecipa alla cena, prende prima il proprio pasto e così uno ha fame, l'altro è ubriaco.
Limitandoci alla lettura di queste parole, forse non ne comprendiamo appieno il significato. Occorre tener presente la divisione tra clienti, servi, domestici e dipendenti. Quando le varie corporazioni o associazioni facevano il festino, lo facevano tra persone dello stesso rango. Ognuno era tenuto a portare qualche cosa. Nelle iscrizioni, infatti, è indicato che cosa si deve portare in questi incontri. I benestanti portavano le loro vivande e le mangiavano per conto loro, prima che arrivassero, al termine della giornata, gli schiavi, i dipendenti e i lavoratori.
Si può così capire perché uno è ubriaco e l'altro ha fame. I primi si sono già abbuffati, hanno già fatto il festino, mentre gli ultimi arrivati non trovano più niente di questo convito che dovrebbe essere un convito fraterno, nel contesto del quale poi si celebrava la cena eucaristica. Erano due momenti, ma non due cene distinte: il momento conviviale e poi la cena del Signore.
Allora Paolo si rivolge ai benestanti che hanno consumato tutto: "Se volete mangiare, mangiate a casa vostra, perché la cena del Signore non è un abbuffarsi".
22Non avete forse le vostre case per mangiare e per bere? O volete gettare il disprezzo sulla chiesa di Dio e far vergognare chi non ha niente?
Si noti l'accostamento tra la motivazione religiosa e quella sociale.
Innanzitutto il disprezzo della "chiesa di Dio". Ekklesìa, nel mondo greco, è la convocazione, che si faceva per prendere le decisioni importanti in una polis. In questo caso non è la convocazione dei benestanti, di quelli che hanno le vivande e che possono mangiarle per conto loro. Qui è l'ekklesìa di Dio. Chi convoca e definisce l'identità di questa convocazione, non è il padrone di casa. Non è Gaio, latino, che convoca gli amici per fare un festino, ma è Dio.
E volete far star male chi non ha niente? Quelli che arrivano alla fine?
Che devo dirvi? Lodarvi? In questo non vi lodo!
E' qui ripresa la formula iniziale: non posso lodarvi perché venite meno alle istruzioni che stanno alla base della comunità come ekklesìa di Dio e non solo come ekklesìa profana e perché, nello stesso tempo, riducete la cena del Signore alla cena profana. Per fare la cena mangiate a casa vostra. Se volete abbuffarvi come persone che vogliono esprimere in questo il loro status sociale, fatelo per conto vostro, ma non nella assemblea di Dio.
Il discorso di Paolo è molto chiaro se lo si inserisce sullo sfondo sociale ed economico di Corinto.
La tradizione della "cena del Signore": "fate questo in memoria di me"
Al centro di tutto si trova il ricordo, la memoria. Va collocata qui la memoria che mette in crisi il modo di far la cena per ricuperare l'autentica cena del Signore e la vera ekklesìa, la comunità santa, la santa convocazione.
23Io, infatti,
Questo "infatti" è la motivazione che giustifica quello che Paolo ha detto: "voi disprezzate la chiesa, voi non fate la cena del Signore". Per valutare una situazione di crisi, Paolo torna alla memoria. Non possiamo far la psicanalisi o una lettura psicologica del nostro presente, ma bisogna tornare al momento fondativo: la memoria come momento critico per capire le nostre devianze e trovare la direzione giusta.
ho ricevuto dal Signore
è la cena del Signore. Sul piano storico noi sappiamo che Paolo non era presente alla cena di Pasqua. Paolo "ha ricevuto" tramite la catena dei tradenti, che risalgono a Gesù, che adesso è il Kyrios. Nel linguaggio di Paolo il termine Kyrios equivale al Signore biblico. Per i lettori greci, non familiarizzati con la lingua della bibbia greca, quando leggono Kyrios intendono "padrone". Il vero Signore e padrone è Gesù. E' lui che stabilisce come fare la cena e cosa vuol dire assemblea.
quello che a mia volta vi ho trasmesso:
Paolo è trasmettitore di una memoria che ci rimanda alla fonte della nostra identità, il Signore.
il Signore Gesù,
si noti l'accostamento strano: Gesù è l'uomo storico, crocifisso, che è il Signore.
nella notte in cui veniva tradito,
qui c'è tutto il vangelo. I vangeli sono nati da questa frase. Il racconto dell'arresto, della condanna, della crocifissione. Probabilmente questo racconto veniva fatto nel momento in cui i primi cristiani erano seduti a mensa e spiegavano quello che stavano facendo: perché prendevano il pane, il vino, quale differenza tra questo banchetto e quello degli ebrei, o tra questo banchetto e quello che si fa al tempio di Serapide, con le bistecche offerte prima alla divinità. E' ricordo come racconto della passione.
Il tradire di cui si parla probabilmente non è solo il tradimento di Giuda, ma tutta la serie di consegne. Il vangelo di Marco, da cui Matteo dipende, racconta la passione in questa forma: Gesù viene arrestato e consegnato ai sacerdoti, i sacerdoti lo consegnano a Pilato, Pilato lo consegna ai soldati per essere crocifisso. E' questo il "tradire", il consegnare: è tutta la storia della passione.
prese del pane 24e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse:
E' il rituale della cena ebraica, rinnovato, riattivato da Gesù. Sarebbe interessante analizzare il gioco di memorie qui contenuto. Gesù prende il pane e lo dà ai discepoli, fa memoria di un'altra cena, che rimanda ad un altro evento.
Probabilmente noi viviamo come esseri umani e come esseri credenti in una catena di memorie. Ognuno ha la memoria di suo padre e sua madre: senza questo non saprebbe chi è.
Gesù rimanda ad un'altra memoria, quella dell'esodo e della pasqua.
"Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me".
E' la prima dichiarazione che collega la gestualità di Gesù e la sua parola con l'attualità. La comunità si raccoglie e perciò è cena del Signore, assemblea di Dio, in quanto fa memoria. Far memoria non è un dire le parole e ripetere i gesti, ma vivere i rapporti che nascono da quella memoria, cioè il corpo donato e il sangue versato.
Il rischio della ritualizzazione sterilizzata, mummificata, vale anche per le parole. Si possono dire parole che non esprimono rapporti e che soprattutto non cambiano rapporti. Sono parole a vuoto, che non toccano la vita, ma coprono e mascherano i reali rapporti. Lo stesso vale per un rito che non mette in discussione i rapporti.
Ho tentato di descrivervi la situazione nella quale Paolo ripropone la memoria come giudizio, che mette in crisi: non è la cena del Signore perché è tradito il senso del corpo donato, anche se si ripetono materialmente i riti e sono ripetute formalmente le parole. Non è più eucaristia.
E' impressionante questo testo se applicato poi, nel corso dei secoli, alla relazione tra fare memoria e i rapporti della comunità.
25Allo stesso modo,
Il rito cristiano opera qui una semplificazione della cena ebraica pasquale, lasciando da parte tutto quello che c'è tra la benedizione sul pane e la terza coppa che chiude la cena. In mezzo c'è il mangiare l'agnello, il discorso. La cena ebraica era un riattivare la memoria e il più piccolo dei partecipanti faceva la domanda al babbo sul perché del mangiare in modo diverso, le erbe amare, l'intingolo, l'agnello. Il papà rispondeva raccontando, ciò mettendo la persona, che veniva introdotta nella comunità, a contatto con la memoria fondativa, quella dell'esodo.
E' fondamentale capire il meccanismo della cena ebraica, nella quale si inserisce poi l'eucaristia cristiana.
dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: "Questo calice è la nuova alleanza
"nuova alleanza" è una formula di Geremia: l'alleanza interiorizzata.
nel mio sangue;
Il sangue è la vita.
fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me".
Fare memoria vuol dire entrare nella logica del dono che Gesù fa di sé, del corpo che è per voi, del sangue che è alleanza, rapporto nuovo che nasce dall'iniziativa di Dio.
Applicazione alla situazione della comunità di Corinto
Vediamo ora come Paolo applica questa memoria alla situazione della chiesa corinzia, sullo sfondo di una città greco-romana del primo secolo.
26Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice,
Non è il pane e il calice, ma questo pane e calice, quello sul quale Gesù ha detto le parole: è il corpo dato e il sangue della nuova alleanza.
voi annunziate la morte del Signore finché egli venga.
Si ritrova in questa espressione tutta la forza innovativa della memoria, che non è un ripetere o riandare al passato, ma vivere al presente, in attesa del compimento futuro, l'evento fondante. Voi annunciate, proclamate, non perché dite che "il Signore è morto e risorto", ma perché, prendendo il corpo come corpo del Signore e il sangue come sangue dell'alleanza, voi rendete presente in una dichiarazione solenne la morte di Gesù, che è il Signore risorto, nella prospettiva del compimento, nell'attesa della sua venuta. Vi è il ricordo del passato ("prese nella notte in cui veniva tradito") che viene attivato nella gestualità e nelle parole della comunità, vi è la attualizzazione presente perché il Signore è presente adesso con la sua morte e c'è anche la prospettiva futura perché tornerà come Signore nel compimento della storia ("finché egli venga"). E' un proclamare permanente nell'attesa della sua venuta.
Le conseguenze sono non sui sentimenti o stati d'animo, ma sul modo di vivere i rapporti nella comunità, che hanno il loro centro di verifica nel corpo e sangue del Signore.
27Perciò chiunque in modo indegno
Il "modo indegno" è quello prima indicato, quando uno ha fame e l'altro è ubriaco, quando sono disattesi i rapporti fraterni, per cui i ricchi approfittano delle loro possibilità e i poveri sono "messi a disagio". L'indegnità ha a che fare con il tipo di rapporti che si esprimono all'interno dell'assemblea, dove si fa la cena del Signore.
mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore.
cioè non annuncia la morte, ma sarà lui responsabile della morte. La morte viene attuata in questo non riconoscere la morte del Signore. Il corpo del Signore non è solo il pane, ma il corpo-comunità, che Paolo chiama corpo del Signore. La comunità è il corpo visibile del Signore. Chi disattende i rapporti fraterni e considera la cena del Signore come un pasto profano per fare sfoggio del proprio potere, disprezza e non riconosce il corpo del Signore.
28Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; 29perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna.
Il corpo ecclesiale ha la sua fonte e la sua radice nel corpo dato di Gesù, che fonda rapporti di amore, di accoglienza reciproca. Chi non riconosce la comunità come corpo del Signore, non riconosce l'atto fondativo, cioè l'autodonazione di Gesù, che si vive non ripetendo a parole dei riti, ma lasciandosi trasformare da quello che si vive. Trasformare vuol dire cambiare i rapporti, per cui noi, come comunità, siamo il corpo del Signore.
In Paolo le due espressioni "corpo di Cristo" e "corpo del Signore" tendono a sovrapporsi. Corpo di Cristo è l'eucaristia, corpo del Signore è la comunità. La prima esperienza è fonte e modello della seconda.
30E' per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi, e un buon numero sono morti.
Il Signore è presente, ma è presente non come il Signore che salva. Le esperienze traumatiche, di alcune malattie e alcune morti, che vi hanno impressionato - Paolo in questo caso non sottilizza troppo - sono conseguenza del peccato. Non si incontra il Signore risorto, perché, separandosi dal fratello, ci si separa da lui. Ecco perché ci sono molti ammalati e infermi e un buon numero sono morti.
31Se però ci esaminassimo attentamente da noi stessi, non saremmo giudicati; 32quando poi siamo giudicati dal Signore, veniamo ammoniti per non esser condannati insieme con questo mondo.
Se il Signore ci giudica con questi segnali che ci sono nella comunità è perché vuole ammonirci per risparmiarci il giudizio di condanna alla fine.
Istruzioni finali
33Perciò, fratelli miei, quando vi radunate per la cena, aspettatevi gli uni gli altri. 34E se qualcuno ha fame, mangi a casa, perché non vi raduniate a vostra condanna. Quanto alle altre cose, le sistemerò alla mia venuta.
Se si tratta solo di una pasto profano, potete consumarlo a casa vostra, ma se celebrate la cena del Signore, in cui si accoglie il fratello nell'autodonazione che ha la sua fonte nel gesto di Gesù, allora dovete aspettare che arrivino anche i lavoratori del porto, i ceramisti, i tessili, i poveri della comunità.
La "memoria" di Gesù Cristo nella tradizione paolina (2Tm 2,8)
8Ricordati che Gesù Cristo, della stirpe di Davide, è risuscitato dai morti, secondo il mio vangelo, 9a causa del quale io soffro fino a portare le catene come un malfattore; ma la parola di Dio non è incatenata!
Possiamo concludere, tralasciando altri testi che meriterebbero di essere letti, ma non sono essenziali nel nostro discorso, con un brevissimo testo della tradizione di Paolo, inviato alla chiesa di Efeso, tramite il discepolo Timoteo, al quale viene indirizzata la lettera, sulla memoria di Gesù conservata da Paolo, ritrasmessa e fatta circolare nella comunità. Si ha questa catena di trasmissione: Gesù, Paolo, i discepoli, le comunità paoline. Si tratta di un testo molto bello sulla memoria fondativa non riferita alla cena, ma al mistero pasquale che l'apostolo rivive nella sua persona. La separazione che noi attuiamo tra rito e vita, tra le parole e i gesti, ci impediscono di cogliere la connessione profonda che esiste tra loro nel linguaggio di Paolo quando parla dell'eucaristia o della comunità.
8Ricordati che Gesù Cristo, della stirpe di Davide,
Gesù è il messia
è risuscitato dai morti, secondo il mio vangelo,
La memoria è alla base dell'annuncio cristiano che fa Paolo
9a causa del quale io soffro fino a portare le catene come un malfattore; ma la parola di Dio non è incatenata!
La memoria di Gesù sta alla base della libertà dell'apostolo e dell'audacia dei suoi discepoli. E' un altro aspetto della memoria che verifica la comunità nelle sue relazioni giuste e che fonda l'annuncio e la libertà dell'apostolo che fa l'annuncio.
riflessioni conclusive del primo momento
° la "memoria" di Gesù Cristo, morto e risorto, è il contenuto essenziale del Vangelo e sta alla base della fede cristiana;
° la "memoria" dell'autodonazione di Gesù Cristo è il criterio per verificare la qualità dei rapporti nella comunità/chiesa di Dio, che è il suo "corpo" visibile nella storia;
° la "memoria" della parola del Signore per credenti è il criterio per valutare le loro scelte personali e comunitarie.
II. LA "MEMORIA" DI GESÚ CRISTO NELLA TRADIZIONE SINOTTICA (Lc 22,14-30)
"Fate questo in memoria di me" è, come abbiamo visto, una formula che ricorre due volte nel capitolo 11 della prima lettera ai Corinzi, dove Paolo ripropone la tradizione della cena del Signore, come criterio per valutare i rapporti all'interno della comunità, divisa e frammentata a causa delle distinzioni economiche, culturali e sociali. La cena del Signore diventa uno stimolo permanente alla verifica.
Il testo di Paolo che abbiamo letto insieme costituisce la prima testimonianza storicamente documentata della tradizione eucaristica.
Paolo l'ha consegnata a cristiani di Corinto, trasmettendo, nel 50/51, quello che ha ricevuto a metà degli anni 30, all'inizio della sua esperienza cristiana, quando è venuto a contatto con le comunità di Siria e Palestina (Gerusalemme e Antiochia), dove ha fatto l'esperienza della cena del Signore, ricevendo da queste comunità, assieme al kerygma, all'annuncio della morte e della resurrezione del Signore, il racconto della cena. Paolo si richiama sempre a questa tradizione, a questa trasmissione: "anzitutto vi ho trasmesso che Cristo morì per i nostri peccati" o "dal Signore ho ricevuto e vi ho trasmesso...".
Una documentazione di qualche anno più tardiva come documento scritto è quella riportata da Luca nel capitolo 22 del suo vangelo e che ha il corrispondente in Matteo e in Marco. Matteo e Marco però dipendono da una tradizione differente, detta palestinese, rispetto a quella di Luca più vicina a quella di Paolo, detta antiochena. Sono abbinate la tradizione paolina consegnata a Corinto e la tradizione lucana nella quale si usa la stessa formula "il calice della nuova alleanza" o "l'alleanza nuova nel mio sangue". Matteo e Marco parlano solo di "sangue dell'alleanza".
Nei testi della scrittura chiamiamo "cena del Signore", "eucaristia", ciò che a partire dal medioevo si è chiamato, con un termine alquanto brutto, "messa", cioè congedo.
Ai tempi della riforma liturgica l'espressione "Cena del Signore" non venne utilizzata perché sapeva troppo di protestantesimo, di riforma, mentre è la formula più antica, quella utilizzata da Paolo. Alcuni proponevano di riprendere il termine tridentino e della tradizione cattolica di "sacrificio" o "sacrificio della messa". Ma nei testi della scrittura mai la cena è chiamata sacrificio.
La cena è convito. Certo ha un senso sacro, ma il sacrificio è un'altra cosa, ha a che fare con la morte di Gesù. Ma la morte di Gesù è sacrificio a modo suo. Non è uccisione che placa la divinità, come il sacrificio pagano.
Paolo ci ha già, in parte, fatto scoprire cosa significa far memoria della morte di Gesù, nel vivere le relazioni fraterne di dono e di accoglienza, che hanno la loro radice nel dono che Gesù ha fatto della sua umanità, nel "corpo per voi" e nel "sangue della nuova alleanza", nel vivere rapporti nuovi fondati sulla iniziativa di Dio, come sognava Ezechiele e soprattutto Geremia ("l'alleanza nuova sarà quella che io fondo mettendo la legge, l'amore, nel cuore"). Con la formula di Paolo e di Luca noi siamo vicini a questo sogno di Geremia realizzato.
Il vantaggio del testo lucano è di collocare la cena del Signore o l'eucaristia al centro di una più ampia struttura: prima c'è la cena pasquale ebraica, al centro l'esperienza cristiana o cena eucaristica, da ultimo il riflesso che ha questa esperienza sui rapporti tra i discepoli. La cena è così inserita in un contesto più ampio, non isolando, come avviene nella formula della tradizione liturgica, le parole di Gesù, estrapolate e inserite in una preghiera di ringraziamento, di invocazione.
La struttura narrativa di Luca ci consente di agganciare la cena di Gesù con la memoria pasquale ebraica e poi con la vita della comunità, con i rapporti. E' inseparabile la cena dalla comunità, per cui fare memoria ha a che fare con i rapporti che si vivono nella comunità.
Il testo di Lc 22,14-30
''14Quando fu l'ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui, 15e disse: "Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, 16poiché vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio". 17E preso un calice, rese grazie e disse: "Prendetelo e distribuitelo tra voi, 18poiché vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non venga il regno di Dio".
19Poi, preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: "Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me". 20Allo stesso modo dopo aver cenato, prese il calice dicendo: "Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi".
21"Ma ecco, la mano di chi mi tradisce è con me, sulla tavola. 22Il Figlio dell'uomo se ne va, secondo quanto è stabilito; ma guai a quell'uomo dal quale è tradito!". 23Allora essi cominciarono a domandarsi a vicenda chi di essi avrebbe fatto ciò.''
24Sorse anche una discussione, chi di loro poteva esser considerato il più grande. 25Egli disse: "I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori. 26Per voi però non sia così; ma chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve. 27Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve.
28Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove; 29e io preparo per voi un regno, come il Padre l'ha preparato per me, 30perché possiate mangiare e bere alla mia mensa nel mio regno e siederete in trono a giudicare le dodici tribù di Israele.
Il "memoriale" della pasqua ebraica
14Quando fu l'ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui, 15e disse: "Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, 16poiché vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio". 17E preso un calice, rese grazie e disse: "Prendetelo e distribuitelo tra voi, 18poiché vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non venga il regno di Dio".
Queste due dichiarazioni di Gesù, premesse alla vera e propria cena eucaristica o istituzione liturgica dell'eucaristia cristiana, ci consentono di collegare l'eucaristia con le sue radici ebraiche. Qui si parla esplicitamente di Pasqua. Solo Luca riporta il duplice intervento di Gesù, prima delle parole sul pane e sul calice.
Un momento prima Luca racconta la preparazione di questa pasqua per iniziativa di Gesù, che manda i discepoli nella città, dove troveranno un signore che porta una brocca d'acqua. Nella casa in cui entrerà dovranno chiedere al padrone di casa dove si trova la stanza in cui Gesù possa mangiare la pasqua con i suoi discepoli. E' Gesù che prepara e predispone per la pasqua.
Il testo prosegue: "Vi mostrerà una sala al piano superiore grande e addobbata". La sala superiore è quella degli amici, degli ospiti, quindi è la sala di un personaggio benestante, di una persona che può affittare o mettere a disposizione una sala con tappeti e divani per la pasqua.
"Essi andarono e trovarono tutto come era stato detto loro e prepararono la pasqua". Poi di questa pasqua non si racconta nulla se non questi due interventi di Gesù che precedono le parole sul pane e sul calice.
Il primo intervento, il desiderio di mangiare la pasqua, allude alla sua pasqua, al suo passaggio, alla sua morte e resurrezione: la pasqua che Gesù celebra con i discepoli, in qualche maniera prelude e anticipa la pasqua del regno. "Non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio".
Per capire queste parole di Gesù dobbiamo collocarci nella tradizione ebraica, secondo la quale nella notte di Pasqua si ricordano quattro notti.
Il testo che ci servirà come guida si trova nel capitolo dodici dell'Esodo. Si interrompe la narrazione dell'uscita dall'Egitto, degli interventi di Dio per liberare il suo popolo dalla paura e dalla repressione faraonica, per inserire le istruzioni sul modo di far la pasqua.
A metà del capitolo dodici, dopo aver precisato come va preparato l'agnello, come va mangiato, si dice: "Questo sarà per voi un memoriale". Incontriamo il termine ebraico le zikkarôn che verrà tradotto poi in greco con "anàmnesis. Il "le" corrisponde a "eis" greco, e significa "in funzione di". Sarà un ricordo.
Il "fate questo in memoria di me" di Gesù deriva da questo contesto. Non è solo una rubrica, è la trascrizione di questa parola dell'Esodo. La pasqua ebraica è memoriale dell'Esodo. "Sarà un memoriale per voi, lo celebrerete come festa del Signore, di generazione in generazione lo celebrerete come rito perenne".
Gli ebrei che celebrano la pasqua, secondo le interpretazioni dei maestri della tradizione rabbinica, debbono considerarsi come se fossero essi stessi usciti dall'Egitto. Ogni ebreo che celebra la pasqua rivive l'Esodo. E' questo il senso del memoriale. Non è un riandare al passato, ma rivivere l'esperienza attraverso il racconto e il rito.
Il testo prosegue con il dialogo che deve avenire tra il padre e il figlio e si conclude così, in modo solenne: "la notte di veglia fu questa per il Signore per farvi uscire dal paese d'Egitto. Questa sarà una notte di veglia per tutti gli israeliti di generazione in generazione" (Es 12,42).
Questo versetto dell'Esodo è così interpretato nei commenti in lingua aramaica, una specie di parafrasi del testo ebraico: nella celebrazione della Pasqua si ricordano quattro notti: la notte della creazione, la notte del sacrificio di Isacco (è la notte il momento degli eventi decisivi), la notte dell'Esodo (la nostra veglia pasquale prende lo spunto da questi antichi racconti: infatti si legge il testo del Genesi, il testo del sacrificio di Isacco, il passaggio del mare), e infine la quarta notte, la notte attesa della venuta del messia, quando si porrà alla testa dei liberati mentre Mosè chiuderà le schiere. Nella notte di pasqua, la quarta notte è quella in cui verrà il messia. "Non la mangerà più finché non si compia nel regno di Dio".
Gesù vive la pasqua e consegna la memoria di tutto il suo progetto, che è il regno, nella convivialità che richiama la storia ebraica, la liberazione fondativa (il popolo nasce da un atto di liberazione: le dieci parole non sono altro che l'impegno del popolo a vivere nella libertà nella quale Dio ha collocato coloro che ha fatto uscire dalla condizione di schiavitù), in attesa del compimento. "Non berrò più del frutto della vite, finché non venga il regno di Dio".
Gesù nella sera dell'arresto, nella sera della cena d'addio o cena pasquale, si colloca in questa lunga memoria che trapassa il presente e va alla venuta finale.
Paolo nel suo commento, aveva riportato le parole di Gesù sul pane e sul calice: "Questo pane è il mio corpo dato per voi" "questo calice è la nuova alleanza del mio sangue" "tutte le volte che voi mangiate ... e bevete ... annunciate la morte del Signore finché egli venga". E' la quarta notte, la notte del messia, dopo quella della creazione, del sacrificio di Isacco (sacrifico che per gli ebrei dà valore a tutti gli altri, in quanto atto di obbedienza di Abramo e di Isacco), della liberazione. L'ultima notte è la grande notte del compimento del regno, della venuta del messia.
La memoria quindi non è congelata nel passato, non è una memoria ripetitiva, ma una memoria che apre al futuro: nei gesti e nelle parole della cena si annuncia la morte del Signore finché egli venga. Probabilmente il "Maranà tha", con cui Paolo chiude la prima lettera ai Corinzi e col quale si chiude l'Apocalisse, era l'acclamazione eucaristica "Vieni Signore": una venuta che sigilla tutta la storia che va dalla creazione al compimento finale del Regno. La memoria eucaristica sta al centro di questa storia.
Noi forse abbiamo perduto questo ampio orizzonte dell'eucaristia, ridotta spesso ad una ripetizione materiale di parole e di gesti, incapace di cogliere l'animus che ha guidato l'esperienza ebraica che ancora oggi continua nella cena pasquale e sulla quale si innesta la speranza di Gesù e il suo gesto.
Subito dopo abbiamo le parole tradizionali che acquistano tutto il loro spessore e la loro risonanza dalla cornice richiamata.
Ciò che vi ho detto sulle quattro notti è riportato nei testi scritti in aramaico, come commento o parafrasi della bibbia ebraica, in un codice trovato nella biblioteca vaticana nel 1956, che risale come tradizione al II secolo. Si tratta di tradizioni scritte.
Per quanto riguarda la tradizione orale si sa che gli ebrei leggevano la bibbia in ebraico e dopo uno o due versetti interveniva sempre il traduttore, che parafrasava o commentava in aramaico. Al tempo di Gesù la bibbia veniva letta in ebraico, ma solo i pochi colti la capivano. Fin da ragazzo Gesù ha sentito leggere la bibbia in ebraico, ma con quel commento sulle quattro notti indicate nei codici risalenti al secondo secolo.
Il "memoriale" della pasqua di Gesù
19Poi, preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: "Questo è il mio corpo che è dato per voi;
Al testo di Paolo aggiunge "dato"
fate questo in memoria di me".
Luca colloca questo imperativo di Gesù tra le parole sul pane e quelle sul calice. Paolo lo ripete dopo quelle sul calice.
20Allo stesso modo dopo aver cenato,
La formula è uguale a quella di Paolo. In Marco e Matteo non si trova questo riferimento al "dopo aver cenato". Si tratta del terzo calice della cena pasquale ebraica. E' il calice con il quale si rende grazie a Dio per la liberazione. All'inizio c'è la benedizione sul primo calice di vino. Il secondo calice è bevuto dopo il racconto e il terzo è quello del ringraziamento, quello che Paolo chiamerà la coppa della benedizione. Nella prima lettera ai Corinzi al capitolo 10 Paolo afferma: "La coppa che noi benediciamo non è forse comunione con il sangue, il pane che noi spezziamo non è forse comunione con il corpo?". L'espressione "coppa della benedizione" probabilmente era un'espressione tecnica o tradizionale della cena ebraica.
prese il calice dicendo: "Questo calice è la nuova alleanza
E' l'alleanza di cui parla Geremia, che consiste nella legge o nell'istruzione di Dio nel cuore.
nel mio sangue, che viene versato per voi".
Questa espressione richiama un gesto compiuto da Mosè, che sta sullo sfondo delle parole di Gesù. La scrittura ci riporta una edizione ridotta e semplificata del discorso fatto da Gesù. Si tratta, infatti, di formule che risentono del linguaggio liturgico. Non sono la registrazione materiale di quello che Gesù ha detto.
Sullo sfondo c'è il tema dell'alleanza sigillata con il gesto del sangue.
Al capitolo 24 dell'Esodo, dove si narra della conclusione dell'alleanza al monte Sinai, fondata sulle dieci parole, Mosè scende dalla montagna con le tavole, documento del patto, e con tutte le istruzioni, si rivolge al popolo e il popolo accetta l'impegno: "tutti i comandi dati dal Signore, noi li eseguiremo". Poi c'è un gesto simbolico. Mosè ordina ai giovani di preparare il sangue delle vittime, erige dodici stele o lastre di pietra come rappresentanti del popolo, incarica alcuni giovani israeliti di offrire olocausti e sacrifici di comunione al Signore.
Ciò che interessa non è l'uccisione o la distruzione delle vittime, quanto il sangue, che è l'elemento che verrà ripreso dalla tradizione cristiana.
Mosè mise metà del sangue delle vittime in vari catini e versò l'altra metà sull'altare (l'altare rappresenta il Signore). Quindi prese il libro dell'alleanza, lo lesse alla presenza del popolo e di nuovo tutti ripetono: "Quanto il Signore ha ordinato noi lo faremo e lo eseguiremo".
A questo punto avviene l'atto finale, fondato sulla parola proclamata e sul rito del sangue.
"Allora Mosè prese il sangue e asperse il popolo".
Metà del sangue è usata per aspergere il popolo con la formula: "Ecco il sangue dell'alleanza (Luca ha preso da qui) che il Signore ha concluso con voi sulla base di queste parole (le dieci parole dell'alleanza, l'impegno a vivere nella fedeltà a Dio e al prossimo)".
Il sangue è il simbolo di comunione. Nell'antropologia ebraica il sangue è vita, e in quanto vita crea il legame con Dio. Per questo il sangue non può essere utilizzato, ma versato ai piedi dell'altare perché appartiene a Dio. Il sangue asperso sul popolo e versato sull'altare crea un legame di comunione vitale tra Dio e l'altro partner dell'alleanza, il popolo.
A questo punto possiamo tornare al gesto e alla parola di Gesù. La coppa della benedizione e del ringraziamento contenente il vino è condivisa dai presenti e viene da Gesù collegata alla propria morte, al suo sangue versato, che sigilla l'alleanza, chiamata nuova.
Nell'antropologia biblica il sangue è vita e Gesù utilizza questo simbolo di vita: non è la morte che sigilla l'alleanza, ma il suo sangue, l'atto di amore, il sangue versato.
E' un punto fondamentale per capire ciò di cui facciamo memoria. Facciamo memoria di un morto, di un defunto o di un vivente? Facciamo memoria di un vivente che è vivente in forza del suo impegno di amore.
Nel contesto dell'Esodo è l'impegno del popolo, sigillato dal simbolo di vita, dal sangue, non la morte degli animali.
Si potrebbe discutere di questa problematica che non è del tutto chiarita a livello religioso, ma è fondamentale per capire la comunità cristiana che è fondata su questo atto di amore, non sulla morte. La morte è solo il contesto nel quale si rivela la fedeltà di Gesù, che è la concretizzazione della fedeltà di Dio.
Probabilmente la pratica, presente in Israele, dei sacrifici come uccisione di vittime, cioè di tori, di ovini sull'altare, squartati, dissanguati, mangiati nel piazzale del tempio, proviene dal mondo cananaico. Il santuario di Gerusalemme, infatti, prende il posto del vecchio santuario di Canaan, la cittadella dei Gebusei, dove Davide trasporterà l'arca e suo figlio costruirà il tempio, che comporterà tutto l'apparato sacerdotale e il modo di venerare Dio con i sacrifici proprio di Canaan.
Chi viene dalla tradizione dell'Esodo, come unico segno di comunione tra i liberati, ha un pasto, il mangiare l'agnello. Ciò che crea comunione non è la morte dell'agnello, ma il mangiare insieme e su questo gesto di comunione si innesta il gesto di Gesù.
Può sembrare che si stia divagando, invece si tocca qui il punto cruciale dell'intendere la memoria cristiana. Gesù non è un sacerdote, non è di stirpe levitica, non è di famiglia aronnitica. Non può quindi fare sacrifici nel tempio. Difatti Gesù va nel tempio per parlare, per discutere, per pregare, per fare qualche gesto che richiama quello dei profeti sul tempio purificato. Gesù non fa sacrifici. Non è sacerdote. Da laico presiede la cena e dà un senso nuovo alla cena dell'Esodo: è la cena del dono della sua umanità, il corpo e il sangue, che prende il posto del sangue delle vittime simbolo di comunione. Ma la comunione così sancita è un'alleanza nuova, quella sognata da Geremia, che si fonda sull'atto d'amore di Gesù, sul corpo dato, sul sangue versato, in attesa del compimento del regno.
Il progetto di Dio che libera il suo popolo, che crea, che accoglie l'obbedienza di Isacco e del padre Abramo, si compie nell'autodonazione di Gesù: di questo si fa memoria.
Quando si usa il termine sacrificio, andrebbe subito fatta la precisazione: è sacrificio in quanto atto d'amore, non in quanto distruzione di una vita o uccisione di una persona.
Non si può chiamare cosa sacra l'uccisione di una persona, o la distruzione delle vittime, pratica diffusa presso molte culture: la distruzione, il consumare o distruggere una vita per placare una divinità. Questa idea di sacrificio non è nella tradizione dell'esodo, non è nella tradizione cristiana. Gesù viene ucciso per un atto criminale, cioè per l'intervento dell'autorità romana su iniziativa dell'autorità ebraica, del gruppo che controllava il sinedrio, non del popolo. E' un atto criminale che non ha nulla di sacro. Quello che trasforma la morte di Gesù in memoria fondativa è il suo modo di affrontare la morte come atto di amore. Corpo dato e sangue versato: questa è alleanza, rapporto con Dio.
Nel volto di Dio che si rivela in Gesù non ha senso rendere grazie a Dio per una cosa non buona. La morte è il negativo, l'antidivino, l'anticreaturale, è contro il progetto della creazione. La morte di Gesù, come uccisione violenta, è un crimine della storia, come tanti crimini contro persone giuste o fedeli al loro compito, perpetrati dal potere o prepotere umano.
La crisi nella comunità dei discepoli
Dalla cena del Signore, collocata sullo sfondo della pasqua, viene ricavato ora una specie di statuto.
Ci sono due istruzioni: la prima riguarda il tradimento, la seconda il dibattito tra i discepoli, che deve confrontarsi con l'autodonazione di Gesù di cui si fa memoria in quanto atto fondativo della comunità.
Anche questa parte del testo di Luca deve essere colta come una specie di prolungamento o di risonanza delle parole di Gesù sul pane e sul calice. La memoria riguarda anche il modo di vivere i rapporti, sia di Giuda come dei discepoli.
21"Ma ecco, la mano di chi mi tradisce è con me, sulla tavola.
Paolo collocava la cena nella notte in cui Gesù veniva tradito. In Luca si aggiunge il primo atto di consegna o tradimento.
22Il Figlio dell'uomo se ne va, secondo quanto è stabilito; ma guai a quell'uomo dal quale è tradito!". 23Allora essi cominciarono a domandarsi a vicenda chi di essi avrebbe fatto ciò.
E' interessante questa annotazione di Luca. Il tradimento non è solo un fatto del passato. La commensalità continua. Chi partecipa alla cena, facendo memoria di Gesù, è un potenziale traditore. Tutti possono essere traditori. Ognuno pertanto si interroga.
Stendere la mano è rompere la legge conviviale. E' questo il senso del tradimento: partecipare alla mensa e approfittare di questa fiducia e confidenza per consegnare Gesù.
Primo insegnamento di Luca: chi partecipa al corpo donato e al sangue versato, il sangue del martire, in cui si vive l'alleanza nuova, è un potenziale traditore, come era Giuda.
Luca non svela subito chi sia il traditore, mentre Marco e Matteo lo indicheranno prima del racconto della cena. Giovanni, invece, non racconta l'eucaristia, ma la lavanda dei piedi, che è un altro modo di vivere il rapporto con Gesù e tra di noi, quindi un altro modo di fare memoria: lavarsi i piedi è donare la vita. E' l'amore che purifica, che lava.
Luca inserisce l'accenno al tradimento durante il racconto della cena proprio perché l'eucaristia è il luogo in cui verifichiamo i rapporti con Gesù e il rischio del tradimento è presente a ogni epoca della storia.
C'è un'altra forma del negare la relazione con Gesù e il senso del fare memoria.
Fare memoria non è il ripetere dei riti. Una volta che abbiamo collegato il sangue e il corpo con l'atto d'amore, comprendiamo che l'eucaristia si vive a livello di relazione.
La seconda forma di infedeltà si manifesta nel dibattito su chi è più importante. E' l'arrivismo, la concorrenza, i ruoli. E' un problema tipico, la peste, di tutte le comunità soprattutto a livello di autorità. E' il problema della gestione della comunità. Mentre Matteo e Marco hanno collocato questo tema sulla via della croce, Luca l'ha messo nella sala superiore dove Gesù consegna la sua memoria, che è il suo atto d'amore. Di fronte a questo atto d'amore c'è il possibile tradimento di ogni commensale, ma anche un'altra forma di tradimento.
24Sorse anche una discussione, chi di loro poteva esser considerato il più grande. 25Egli disse: "I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori.
Luca qui mette un po' di umorismo: i potenti sfruttano la gente e la gente fa i monumenti ai loro dominatori. E' capitato in tutte le generazioni.
26Per voi però non sia così; ma chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve. 27Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve.
Queste parole sono pronunciate durante la cena, nel momento in cui Gesù prende il pane e dice "questo è il corpo dato", prende il calice e dice "questo è il sangue versato" uguale "nuova alleanza".
In che modo Gesù è servo? Con il suo atto di donazione. Chi è autorizzato a rappresentare Gesù come servo nella comunità? Gesù è presente nel servizio di amore e tutti quelli che servono per amore sono segno, presenza di Gesù.
E' inseparabile fare eucaristia e vivere rapporti di reciproco servizio. Gesù si rende presente sia nella parola e gesto sul pane e sul vino come nel servizio di autodonazione.
Formalmente questo è stato mantenuto, perché è difficile modificare i testi. Però i testi possono essere manipolati, si può dare loro un altro senso o contenuto.
Conosciamo l'autopresentazione, dal medioevo in poi, dei rappresentanti di Gesù nella chiesa cattolica: servo dei servi, servus servorum. Lo stesso vale per tutti i superiori delle comunità religiose. Il superiore dei frati, ad esempio, si chiama "ministro", ma chi tra voi, quando sente la parola "ministro", pensa alla parola latina "minister", che vuol dire servo?
Presiedere l'eucaristia vuol dire rivivere il gesto di Gesù che dona la vita nella forma di servizio.
Noi comprendiamo il senso profondo, vero, dell'eucaristia quando la cena è presieduta - beninteso a nome di Gesù, che è sempre l'unico presidente, ma che sacramentalmente, come segno, è visualizzato, rappresentato dal cristiano che ha ricevuto l'incarico - da una persona che arriva fino al martirio. Ci sono alcuni casi di persone che hanno vissuto l'eucaristia fino al martirio, come Oscar Romero, per il quale l'eucaristia era rivivere il senso della liberazione e dell'alleanza fino a rischiare la vita.
Comprendiamo così la verità dell'eucaristia e del servizio che rende presente Gesù servo: "sto in mezzo a voi come colui che serve". Gesù è presente nell'eucaristia nel segno del pane, nella comunità di coloro che sono tenuti insieme dal suo amore e nella persona che rende presente il suo servizio sino al dono della vita.
Il dono estremo della vita non sempre si può richiedere alle persone, ma ha senso presiedere la comunità a nome di Gesù, che è l'unico che convoca la comunità, solo se l'attività pastorale è svolta come un'attività di servizio tesa a raccogliere, a radunare, a mettere insieme la comunità.
Questo brano lucano che vi ho proposto è molto denso: la cena pasquale, al centro della quale la perla dell'eucaristia e poi due maniere di partecipare il rischio del tradimento e anche di sfigurare il ruolo del servo, che è Gesù, il quale serve in quanto dona la vita, non perché dice belle parole o esprime la sua attitudine ad essere disponibile per la comunità.
La commensalità nel regno di Dio
Un'altra maniera di vivere la memoria dell'eucaristia nell'esistenza di tutti i giorni, e non solo nel momento rituale, lo si trova nelle ultime parole che Gesù rivolge ai discepoli, prima di parlare del rischio futuro.
28Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove; 29e io preparo per voi un regno, come il Padre l'ha preparato per me, 30perché possiate mangiare e bere alla mia mensa nel mio regno e siederete in trono a giudicare le dodici tribù di Israele.
Con queste parole Gesù si richiama a quello che ha detto all'inizio: "Finché si compia la pasqua nel regno di Dio", "finché venga il regno di Dio". E in questo regno Gesù diventa servitore: "possiate mangiare e bere alla mia mensa".
E' interessante l'immagine di quelli che l'hanno accompagnato nelle prove, partecipando anche al rischio della passione (arresto, condanna, portare la croce).
La mensa eucaristica, che si vive oggi nel reciproco servizio, soprattutto da parte di chi rappresenta Gesù come presidente della mensa, prelude e prepara alla mensa del regno.
Sono presenti tutti i passaggi: la mensa ebraica che Gesù rivive, la mensa che ricorda la sua passione, il dono del suo corpo e del suo sangue e il convito finale dove i discepoli, che sono i fedeli che hanno attraversato le prove seguendolo, sono dei partecipi di questa mensa di Gesù. Come il Padre preparerà per lui la mensa, così la promette anche ai suoi che sono candidati alla signoria, alla regalità per giudicare le dodici tribù di Israele, in rapporto alla convocazione del popolo ebraico.
La "memoria" delle parole di Gesù nel cammino della fede pasquale (Lc 24,6-8; 24,44-49)
Concludiamo la lettura di Luca con un breve testo riguardante il ricordo delle parole di Gesù che ci aiuta a comprendere il senso della passione, morte e resurrezione del Figlio dell'uomo (Lc24,6-8) e poi della missione dei discepoli (Lc 24,44-49).
Fare memoria viva è capire che Gesù non è congelato nel passato, non è finito nella morte, che Gesù è il vivente, che si incontra nel nostro cammino e ci invita a proseguire la sua missione annunciando ai popoli il perdono e la conversione.
Luca insiste sull'esperienza del ricordo come nascita della fede pasquale.
I due angeli, i due testimoni dicono alle donne che vanno a cercare Gesù nella tomba:
"Perché cercate tra i morti colui che è vivo?
Lasciate la tomba, non è quello il luogo in cui trovate Gesù.
6Non è qui, è risuscitato. Ricordatevi
L'esperienza di pasqua è frutto di un ricordo. Questo vale anche per noi: solo facendo memoria di quello che Gesù ha detto, ad esempio nell'eucaristia, noi riascoltiamo la sua parola.
come vi parlò quando era ancora in Galilea, 7dicendo che bisognava che il Figlio dell'uomo fosse consegnato in mano ai peccatori, che fosse crocifisso e risuscitasse il terzo giorno". 8Ed esse si ricordarono delle sue parole.
La fede nasce da questo ricordo che ci fa comprendere il senso della morte di Gesù. Gesù non sta in una tomba, non è solo il crocifisso, ma è colui che doveva attraversare la morte per arrivare alla gloria, alla resurrezione.
La stessa considerazione la si ritrova nel dialogo con i due discepoli di Emmaus.
Gesù fa ripercorrere ai discepoli il passato da Mosè ai profeti, rileggendo quello che si riferiva a lui. Poi spezza il pane e i loro occhi si aprono. Lo spezzare il pane era ciò che era stato fatto nella sala superiore, con il collegamento tra il pane e il dono della sua vita.
Non è possibile che Gesù resti nel passato della morte, perché il dono della sua vita è l'atto di amore che gli fa attraversare la barriera della morte. Allora è presente: "si aprirono i loro occhi".
Ritorna il tema del ricordo nella ultima istruzione che Gesù dà agli undici che sono riuniti, dopo che lo hanno riconosciuto come Signore.
44Poi disse: "Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi". 45Allora aprì loro la mente all'intelligenza delle Scritture e disse: 46"Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno 47e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. 48Di questo voi siete testimoni. 49E io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall'alto
Ricordando le parole di Gesù si comprende la scrittura e attraverso la scrittura la nostra missione.
Il nostro presente di inviati ad essere testimoni con la forza dello Spirito nasce da questo ricordo delle parole di Gesù che a sua volta rimette in circolo, in attività, la memoria biblica. I vecchi libri che riguardavano la storia di Mosè, la storia dei profeti, riguardano il profeta Gesù.
Attraverso le parole di Gesù noi comprendiamo la nostra missione che è lo statuto, la vita stessa della comunità cristiana.
Possiamo concludere asserendo che Luca, tra gli evangelisti, è il più esplicito sul tema della memoria, perché solo lui ha la formula "fate questo in memoria di me" e ha quelle espressioni sul ricordo lungo tutto il cammino della pasqua, quelle sulle donne e sui due discepoli di Emmaus. Si tratta della memoria della parole di Gesù che rileggono il documento della memoria biblica per lanciare la comunità verso la missione.
E' fondamentale per noi tornare al centro dell'esperienza cristiana, la morte e resurrezione di Gesù come atto di amore, che viene riproposto nella esperienza della cena, gesto e parola sul pane e sul calice. Noi siamo chiamati, come i discepoli, a lasciarci coinvolgere da questa memoria, che esce dal passato e viene di nuovo vissuta come esperienza di comunità, che, ricordando quello che Gesù ha fatto e detto, capisce non solo chi è, ma anche che cosa deve fare e soprattutto come deve vivere i propri rapporti per essere fedele a questa memoria.
Alcune conclusioni sul testo di Luca
° La comunità cristiana fa memoria di Gesù Cristo, del dono della sua vita nella morte - corpo dato e suo sangue versato - quando partecipa alla mensa eucaristica per condividere il suo stile di servizio;
° la memoria delle parole di Gesù, conservate nella tradizione dei discepoli, sono la base del cammino di fede in cui si riconosce che egli è il Cristo e il Signore;
° la memoria delle parole di Gesù è la chiave per comprendere le Scritture come fondamento dell'annuncio universale del perdono e della conversione con la forza dello Spirito santo.
Discussione
D. Una memoria che esclude le donne?
R. Ho raccolto alcune osservazioni che mi sono state fatte e alcune richieste di approfondimenti o chiarimenti. Le propongo subito.
Mi è stato detto che la memoria pasquale ebraica ha, come centro, la cena familiare (il papà con i figli e la sposa), mentre nella cena cristiana le donne sembrano essere state escluse. Perché ci si è preoccupati di escludere l'elemento femminile dalla cena pasquale alla quale si richiama Gesù per proporre la sua memoria, o meglio l'atto di amore, il pane e il calice, il corpo e il sangue dell'alleanza nuova? Si tratta qui di memoria come esclusione? E' fedeltà alla memoria di Gesù o è memoria censurata?
Non si tratta solo di curiosità, il problema che soggiace è quello relativo alla presidenza della cena. A chi è detto "fate questo in memoria di me"? E' detto a un gruppetto di persone che hanno ricevuto un incarico e che perciò sono state consacrate a essere sacerdoti? Oppure è rivolto a tutta la comunità, che fa memoria in quanto partecipa con quello spirito che Paolo ci diceva di accoglienza e Luca di servizio? Paolo ci chiedeva di capire che cosa stiamo facendo se mangiamo e beviamo in modo indegno, non accogliendo o disprezzando chi non ha niente.
Rimane l'esclusione femminile. Che operazione è avvenuta in questo caso?
L'operazione di circoscrivere il gruppo, non menzionando le donne, è presente più volte nella scrittura. Spesso oggi viene utilizzato l'argomento del silenzio: siccome non si parla di donne allora non ci sono.
Sarebbe interessante collegare la fondazione della comunità cristiana con la morte di Gesù rivissuta e riattualizzata nella presenza eucaristica con il dono dello Spirito. E' la vera nascita della chiesa. Nel capitolo primo degli Atti, accanto agli undici, che tornano nella sala superiore, si dice che erano presenti delle donne: "Stavano insieme perseverando concordi con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù e con i fratelli di Lui". Poi il racconto prosegue con l'elezione di Mattia per avere il dodicesimo, perché per Luca si tratta dell'intero Israele, e si narra la discesa dello Spirito.
Secondo alcuni la discesa dello Spirito su coloro che sono nello stesso luogo, riguarderebbe solo i dodici e non tutti i presenti.
Ci troviamo di fronte al problema di stabilire da chi è formata la chiesa. E' formata dai dodici, ma in quanto rappresentanti di tutto Israele (dodici tribù di Israele), e non come capi o presidenti. Che i dodici abbiano anche questo ruolo non significa che non siano i rappresentanti dell'intera chiesa. Luca si è preoccupato dei dodici, per il riferimento a Israele: Gesù prese posto a tavola assieme agli apostoli. Luca non menziona le donne.
Ma provate a immaginare una cena pasquale, alla quale normalmente le donne partecipavano, senza la presenza femminile?.
D. In Luca si parla di donne che facevano parte del gruppo che seguiva Gesù, pertanto è presumibile che fossero presenti alla cena. I vangeli inoltre contengono un annuncio di liberazione incarnato, e quindi in parte soffocato, in culture profondamente maschiliste e nonostante questo trapela ogni tanto lo sguardo liberatorio di Gesù (donne discepole, donne testimoni).
R. Ci sono due problemi, quello della memoria esclusa e quello della memoria deformata. Fare memoria e comprendere quello che Gesù ha detto deve far i conti con il fatto che, ciò che è riportato, è filtrato da una mentalità maschilista.
Luca menziona, nel capitolo 8, quel gruppetto formato dai dodici e dalle donne. Al momento della risurrezione il gruppo delle donne riceve l'incarico di testimoniare, ma gli apostoli non credettero perché dicevano "sono fantasie" di donne. Luca così si contraddice, a causa della mentalità maschilista che lo induce a fondare ufficialmente la fede su un elemento maschile.
Anche in Paolo si trovano simili incoerenze. Mentre, infatti, per un verso ha quella dichiarazione liberante "non c'è schiavo né libero, giudeo né greco, uomo né donna, per un altro verso nella lettera ai Corinzi tutto questo viene censurato e dimenticato.
Allora come interpretare la memoria? Che cosa è stato conservato e ricordato? Cosa vuol dire far memoria oggi? E' ripetere un passato secondo quegli schematismi antropologici legati alle condizioni culturali, sociali dell'epoca?
Dovremmo in questo caso applicare fondamentalisticamente quello che c'è nella bibbia ebraica e nei testi cristiani, che sono frutto della cultura del tempo, dato che Dio parla con linguaggio umano.
Io credo che fare memoria vuol dire non solo comprendere quello che Gesù ha voluto dire con il filtro della cultura dell'epoca, ma anche partendo dalle nuove istanze, che sono frutto dell'azione dello Spirito, che "vi condurrà alla verità tutta intera". C'è un cammino della comunità cristiana, come dice molto bene il Vaticano II: cresce la comprensione delle cose tramandate attraverso l'esperienza e lo studio dei credenti in comunione con i loro pastori. Il cammino della chiesa consente di attivare la memoria e interpretarla in modo diverso.
"Fate questo in memoria di me" non è solo un conservare materialmente le parole, ma capire l'intenzione e riviverla anche secondo l'esperienza che lo Spirito ci ha condotto a fare nel cammino della chiesa.
La fedeltà alla tradizione quale fedeltà richiede? Una fedeltà mummificata o una fedeltà dinamica, che è la fedeltà che normalmente abbiamo nella nostra vita? Io non posso pensare di essere fedele alla mia famiglia ripetendo gli schematismi dei miei genitori, ma rivivendo l'animus, lo spirito che avevano. Altrimenti resteremmo eternamente bambini, sempre dipendenti.
Il tema del velo in Paolo fa parte della memoria deformata. E' memoria deformata quando noi facciamo diventare quell'elemento (l'imposizione di un copricapo), che nel contesto di Paolo ha un senso, una norma disciplinare, quasi dogmatica.
D. Noi donne non ci sentiamo accolte in chiesa come persone a pieno titolo, addirittura si stanno riproponendo forme di esclusione da funzioni che erano state introdotte nella fase postconciliare.
D. Si intersecano a questo proposito due aspetti del problema dell'a chi è rivolto il "fate questo in memoria di me", solo alla componente maschile o anche a quella femminile, solo ad alcuni o a tutta la comunità? Chi è il soggetto di questa memoria? La risposta a questa domanda ha una rilevanza ecumenica, in particolare nei confronti della componente evangelica che ha valorizzato molto la dimensione comunitaria nel porre questi gesti. Proprio il gesto della comunione, della vita donata, del sangue versato è diventato un gesto della separazione, forse anche perché si è dato più importanza agli aspetti disciplinari o dottrinali piuttosto che alla dimensione dell'esperienza di fede. Ancora capita oggi di celebrare l'eucaristia tra cattolici tra i quali regna estraneità e indifferenza e in un incontro profondo tra cristiani di varie confessioni non è possibile celebrare insieme la cena del Signore perché prevalgono aspetti disciplinari e dottrinali.
Lo stesso si può dire della recente istruzione vaticana tesa a regolamentare in modo restrittivo il campo d'azione dei laici nella pastorale. Può essere chiamata pastorale comunitaria quella nella quale il ministro, più che colui che serve, è colui che detiene il potere di fare quasi tutto?
R. Il testo lucano è interessante: "io sono in mezzo a voi come colui che serve, non come i capi". Gesù continua ad essere presente nell'attitudine al servizio, non in quella di chi è primo. Quando prevale questa logica si è infedeli alla memoria, come si è infedeli alla memoria quando si tradisce.
Prevale spesso nella chiesa la logica del litigio. Bisogna tornare all'attitudine di Gesù nell'essere servi nel dono della vita, che è il vero servizio, non una patina esteriore di servizio che è in realtà comando.
Ma chi è il soggetto del "fate questo in memoria di me"? I dodici apostoli o la comunità?
Io sono partito da Paolo, perché Paolo ha una documentazione sul piano storico precedente alla stesura di Luca o di Matteo e Marco.
Probabilmente la costituzione del gruppo che rappresenta Gesù è qualcosa di molto lento, di progressivo, che nasce a Pentecoste.
Per Paolo il soggetto è la comunità. Paolo riporta due volte la formula "fate questo in memoria di me", che rinvia all'esperienza vissuta dell'esodo. Gli imperativi "giudicate, accostatevi, accoglietevi", stanno ad indicare che se si vuole veramente fare memoria del corpo donato e del sangue versato e annunciare la morte del Signore finché egli venga, bisogna riconoscere il corpo del Signore, evitando i disordini discriminatori tra i patrones e i servi propri della villa romana o del pasto romano. L'eucaristia non è la consacrazione delle divisioni, è il superamento di queste divisioni, in forza di quell'atto di amore che noi viviamo partecipando all'eucaristia.
A Corinto chi presiedeva l'eucaristia quando non c'era Paolo? Probabilmente è quello stesso gruppo familiare che guida la comunità. Ma l'attualizzazione del sacramento nel fare memoria è di tutta la comunità che celebra, anche se con la presidenza di quelli che annunciano la parola, come Stefano e la sua famiglia.
Si deve qui parlare di ordinazioni, di consacrazioni? E' vero che Paolo riconosce una certa gerarchia nella comunità: "Dio ha disposto prima gli apostoli, poi i profeti, poi i maestri", poi vengono tutti gli altri carismi: è la gerarchia della parola, non un'investitura di tipo giuridico. Chi annuncia la parola che convoca, che è memoria, l'annuncio della morte e resurrezione di Gesù, costui è anche colui che dice le parole della cena che sono le parole del kerygma, della morte e resurrezione di Gesù.
Attualmente nel dialogo con la chiesa della riforma il problema non è la presenza o la non presenza di Gesù nella eucaristia, perché se si leggono bene i testi dei riformati, di Lutero e di Calvino, si parla di presenza, con un linguaggio filosofico diverso da quello della tradizione cattolica.
Il problema è quello della continuità nel ministero. E' una continuità nella linea apostolica? Continuità apostolica nel senso storico giuridico, di una catena ininterrotta di imposizione di mani oppure una continuità nella linea della fede (chi condivide la fede degli apostoli è apostolico)?
In questa prospettiva ci sarebbe una via di incontro.
Il vero ostacolo resta il primato. Infatti si concorda sul ministero ordinato, che non è solo una investitura dal basso, ma un dono dello Spirito, una continuità della fede apostolica.
Eucaristia e ministero sono inseparabili, una volta che si arriva a capire che l'eucaristia è celebrare la morte e resurrezione di Gesù, con la sua presenza reale, comunque noi spieghiamo questo reale, il problema che rimane è quello del ministero del vescovo di Roma. E' il vero ostacolo alla comunione.
A proposito del senso di incoerenza che si percepisce per il fatto che si può fare l'eucaristia tra cattolici che sono estranei l'un l'altro, mentre non si può fare tra cristiani che credono fermamente in Gesù, che non hanno divisioni tra di loro in termini di rapporti, perché rimane il problema della presenza reale o simbolica, della consacrazione valida attraverso un ministro ordinato, occorre dire che se è vero che non condividiamo la stessa fede non possiamo porre il sacramento di comunione.
La domanda è: realmente non condividiamo la stessa fede, oppure c'è solo una divisione che alla fine è il non riconoscimento della comunione con il successore di Pietro?
Con le chiese ortodosse c'è accettazione della intercomunione, perché esiste una continuità nel ministero e il concetto di sacramento.
D. Perché nella catechesi è pochissimo presente la dimensione del sangue versato? L'eucaristia è sempre presentata generalmente come il pane spezzato, mentre è rimossa la dimensione del sangue versato.
R. Le cose sono complicate dalla prassi perché la partecipazione effettiva dei bambini e degli adulti si riduce al pane. L'esclusione della specie del vino, per ragioni di polemiche, di convenienza, di semplificazione, ha fatto perdere molto del segno e quindi della catechesi.
Il fare memoria è anche questa fedeltà, che non è solo materiale. Per alcuni la fedeltà alla memoria diventa ossessiva, al punto che bisogna ripetere meccanicamente e con assoluta precisione le parole di Gesù, mentre esistono nelle stesse scritture ben quattro edizioni. Allora non si tratta semplicemente di fedeltà alla parola materiale. Il duplice segno del corpo e del sangue, del pane e del vino, non è una questione estetica o di abbellimento, ma ha a che fare con il segno nella sua completezza. Noi abbiamo dimezzato il segno.
Questo pone un problema di fedeltà alla memoria. E' vero che la fedeltà è all'amore, allo spirito, però se crediamo al sacramento, questo è anche parola e segno.
D. Il problema del soggetto del fare memoria coinvolge il modo in cui i laici prendono parte al rito della messa. Si dice che si va a "sentir messa", non a essere soggetti, non a essere protagonisti di una vera comunità.
R. E' un problema sempre più avvertito da parte delle giovani generazioni. Ho presente un campo di giovani scouts tenutosi a novembre a Monte Subiaco. Il problema che emergeva da questi capi educatori era quello di portare i ragazzini alla messa, per i quali era ritenuta insopportabile e soprattutto la predica. Farli entrare in questo universo sembra un'impresa disperata. E' un altro mondo. Come riavvicinare la sensibilità degli adolescenti (e anche quella degli adulti) al rito della messa? La parte che viene avvertita come più noiosa e che suscita la maggiore estraneità è proprio quella centrale, quella più solenne. Sembrava che traducendo i testi in italiano la partecipazione sarebbe stata assicurata. Il problema non è la lingua, ma i rapporti che si creano. C'è un assistere passivo senza entrare in sintonia. E' un problema fondamentale. Perché il processo di iniziazione, che inizia con il battesimo in cui è coinvolta la famiglia, prosegue con la prima comunione che è la grande festa del bambino, e infine si conclude con la cresima, che è però il congedo totale: la fine della partecipazione all'eucaristia.
E' drammatico per le comunità che il processo di iniziazione alla fede finisca con il fallimento totale. Rimettere di nuovo in rapporto la vita con il rito: questo è il problema. Naturalmente la vita, i rapporti nella comunità indicati da Paolo o il servizio di Luca, hanno il loro momento fondativo o di verifica nell'eucaristia. Ma attualmente l'eucaristia è un fatto privato. Io vado ad assistere, faccio la mia comunione. Questo mette in discussione i rapporti che ho con la comunità e con le comunità (famiglia, lavoro, comunità di credenti). Il problema di fondo è quello della memoria che non viene vissuta come memoria che cambia il mio presente e mi dà coscienza di chi io sono, non come privato credente, ma come corpo di Cristo. I cristiani hanno coscienza di essere il corpo visibile di Gesù come comunità?
D. Molti ritengono la causa di questo progressivo sfaldamento o perdita di significanza del celebrare l'eucarisita, l'essere passati, a causa della riforma liturgica, dal vecchio rito latino ricco di mistero a quello più banale di oggi e allora si cerca di tornare all'antico.
R. L'istruzione sottoscritta da ben sei congregazioni romane per dire quali siano gli spazi vietati ai laici, tra cui il distribuire da soli l'eucaristia, quasi a voler dire di non toccare la zona sacra riservata, questo ha creato un senso di reazione nel mondo tedesco, dove vi è una certa prassi. Non è solo dal basso questo restaurare, ma anche con documenti dall'alto.
D. C'è soprattutto il problema di capire i simboli e le metafore proprie del linguaggio e dei gesti religiosi. Cosa vuol dire "agnello di Dio" per un bambino che non sa cos'è un agnello?
R. Il problema non è quello di tradurre, ma quello del linguaggio simbolico, metaforico, che rimane oscuro fino a quando non si ritrova il contesto narrativo.
Nelle famiglie ci sono forme, che chiamo gergali, per cui tra fratelli e sorelle c'è un epiteto o un soprannome, che presuppongono delle narrazioni, delle storie legate a quell'epiteto. Quando si dice quell'epiteto si ha dentro tutta una narrazione.
Nelle nostre comunità mancano le narrazioni. Dietro la formula "agnello di Dio" c'è una narrazione vitale, emotiva, per cui quella formula non è vuota.
Il contesto narrativo non è solo un dire parole, ma un dire parole in una rete di rapporti. Se non c'è questo cammino di relazioni raccontate, tutto rimarrà cifrato. Il nostro dramma è che non riusciamo a creare quei rapporti in cui il racconto funziona. Vale per la famiglia come per i rapporti nella chiesa.
D. Bisogna tentare di ricreare certi rapporti di comunità per dare vitalità al rito.
''A Graz, abbiamo vissuto una settimana assieme senza accorgerci dell'appartenenza confessionale, ma nella cerimonia di chiusura ci hanno divisi.
Nel postconcilio si erano diffuse le messe domestiche: si celebrava la messa e poi si cenava insieme. Ma l'atmosfera conviviale si creava dopo la messa.''
Diverso il caso delle esperienze fatte in questi "fine settimana": la messa era la conclusione di una esperienza di un giorno e mezzo trascorso insieme a discutere e a riflettere, ed era vissuta intensamente.