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Una lettura "laica" di Lc 12,13-21 (uso dei beni)

sintesi della relazione di Rinaldo Fabris
Verbania Pallanza, 8 dicembre 1996

SOMMARIO

1. Il contesto (Lc 12,1-12)
2. il testo di Luca 12,13-21
3. Struttura del testo
4. Interpretazione analitica del testo
5. paralleli biblici
Conclusioni
Discussione

Si farà una lettura "laica", nel senso di una lettura popolare del testo. Non sarà proposto una lettura di tipo dotto od erudito, ma una lettura che si richiama alla tradizione religiosa popolare e che fa riferimento alla capacità di penetrazione e di intelligenza insita in ogni essere umano, quando va al di là della superficie, della apparenza, del manifestarsi esterno delle cose. Sarà quindi una lettura popolare e religiosa "profonda". In questa prospettiva "laico" non si oppone a religioso, ma ad una religiosità rituale o a una cultura erudita, raffinata, elitaria.

1. Il contesto (Lc 12,1-12)

Il testo è composto da un breve dialogo iniziale, seguito da una parabola, ripresa dalla tradizione popolare o sapienziale, e da una sentenza finale che applica la parabola ai lettori, agli ascoltatori del vangelo.
E' un testo molto semplice, lineare nella sua organizzazione, che corrisponde al modo di scrivere lucano. Spesso Luca introduce una parabola o un insegnamento di Gesù con una domanda di un interlocutore, che rappresenta il problema di una comunità di ascolto, di lettura, come potremmo essere noi o i destinatari della chiesa lucana.
Questo breve brano si inserisce nel grande discorso di Gesù collocato all'interno della sezione del viaggio. Infatti il capitolo 12 si apre con una istruzione o messa in guardia di Gesù nei confronti della ipocrisia dei farisei e degli erodiani: "Guardatevi dal lievito dei farisei, che è l'ipocrisia". Poi la sentenza proverbiale: "Non c'è nulla di nascosto che non sarà svelato né segreto che non sarà conosciuto".
L'invito è rivolto alle migliaia di persone che si calpestavano a vicenda: fa parte del linguaggio proverbiale di Gesù applicato alla vita spirituale o etica delle persone.
"Pertanto ciò che avrete detto nelle tenebre sarà udito in piena luce, e ciò che avete detto all'orecchio nelle stanze più interne, sarà annunciato sui tetti".
Questa svolta prelude a quello che incontreremo nella nostra parabola: il discorso intimo, segreto della persona sarà alla fine scoperto da Dio. Il soliloquio notturno del latifondista o del ricco proprietario o agricoltore viene svelato dall'intervento di Dio.
Questa istruzione itinerante di Gesù, seguito da un'enorme folla, prosegue con l'esposizione del primo criterio, quello della sincerità e dell'integrità con se stessi, come preludio alla verità del giudizio finale di Dio. Segue poi l'invito a fidarsi non della valutazione umana, terrena, ma di quella del giudice ultimo:
"Non temete coloro che uccidono il corpo, e dopo non possono fare più nulla. Io vi mostrerò chi dovete temere: temete colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettare nella Geenna".
La prospettiva del giudizio rimane sullo sfondo di questa istruzione, che prosegue con una nota sentenza proverbiale:
"Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati".
Dio tiene conto anche delle cose più minute.
"Cinque passeri non si vendono forse per due soldi? Eppure nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio".
Chi tiene conto di questo atteggiamento di Dio, che conosce le cose segrete e nascoste, deve avere il coraggio di schierarsi apertamente nei confronti di colui che sarà domani il protagonista del giudizio finale. A questo punto c'è la parola sul Figlio dell'uomo che decide del destino di ogni persona. Non bisogna preoccuparsi dei giudizi umani, perché in quei casi Dio darà lo Spirito per poter rispondere con sapienza. Bisogna preoccuparsi del confronto finale.
Dopo questa introduzione che occupa i primi dodici versetti del capitolo, inizia il dialogo tra Gesù e un interlocutore seguito poi dalla sentenza di carattere generale che dà il tema alla parabola sapienziale e all'applicazione.

2. il testo di Luca 12,13-21

13Uno della folla gli disse: «Maestro, dì a mio fratello che divida con me l'eredità». 14Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?». 15E disse loro: «Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell'abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni». 16Disse poi una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto. 17Egli ragionava tra sé: Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti? 18E disse: Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. 19Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia. 20Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? 21Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio»

3. Struttura del testo

  1. Un racconto-dialogo offre lo spunto per il racconto della parabola (Lc 12,13-14);
  2. un avvertimento contro il rischio della cupidigia rivolto a tutti (Lc 12,15);
  3. la parabola del ricco proprietario agricolo (Lc 12,16-20):
    • presentazione del personaggio e della situazione (Lc 12,16bc);
    • monologo: domanda e risposta dell'uomo ricco (Lc 12,17-19);
    • intervento di Dio: domanda aperta (Lc 12,20);
  4. sentenza finale: applicazione della parabola (Lc 12,21).

4. Interpretazione analitica del testo

Riprendiamo ora la lettura del testo. Vedremo poi la struttura interna della parabola. Interessanti sono i due protagonisti - il latifondista, o uomo ricco, e Dio che interviene come una voce fuori campo - che esprimono due diverse valutazioni dei beni.
La figura dell'anonimo che interviene fa parte della tecnica redazionale di Luca, che introduce più volte questo personaggio, come rappresentante delle domande, degli interrogativi dei lettori lucani, e anche dei lettori attuali.

"Uno della folla ...",
è la folla che si accalca e accompagna Gesù, dopo che è stata da lui invitata a non mettere la maschera, perché quanto è nascosto sarà portato alla luce, e a praticare una giustizia non solo apparente - giustizia è seguire il Figlio dell'uomo, è schierarsi;

"... dice: «Maestro».
Gesù è interpellato come personaggio autorevole, come maestro, non solo però come colui che insegna cose religiose o morali. Nell'organizzazione sociale ebraica della comunità religiosa del primo secolo, il maestro è anche l'interprete della scrittura, di un testo nel quale ci sono leggi relative alla proprietà, alla distribuzione dei beni, all'organizzazione della comunità, e tra queste alla questione della eredità. Il maestro corrisponde al nostro giudice o magistrato, esperto di legge.

"Maestro, di' a mio fratello che divida con me l'eredità".
Ci sono testi biblici, nel libro dei Numeri o del Deuteronomio, che definiscono il modo di distribuire l'eredità. Il sistema ereditario ebraico, orientato a conservare i beni nella famiglia o nell'ambito della discendenza maschile, attribuiva al primogenito gran parte dei beni immobili (proprietà, case), e due terzi dei beni mobili. Si può intuire come in questo caso il primogenito, rispetto al secondogenito che si rivolge a Gesù per chiederne l'intervento come arbitro, voglia accaparrarsi tutto.
La bibbia non è solo una raccolta di riflessioni sull'esperienza di Dio. Una buona parte è dedicata alla legge sociale, civile e penale.

"Ma egli rispose".
Gesù si sottrae al ruolo di giudice, di magistrato. Il suo compito è un altro. E' maestro ma non per applicare alla vita le leggi che si trovano nella bibbia. Gesù va alla radice del modo di giudicare, di valutare i beni. Prima di essere un problema di codici e di tribunali, è un problema del cuore, di coscienza, di mentalità, di sapienza.

"O uomo ...".
"Anthropos", è un appellativo che allarga il discorso oltre il caso di due fratelli che litigano sui beni paterni.

"... chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?"
Gesù rifiuta di svolgere il ruolo di giudice, anche se un momento prima si è presentato come il Figlio dell'uomo ("colui che mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il figlio dell'uomo lo riconoscerà davanti a Dio"). Gesù sarà giudice, ma di un altro giudizio. Non dei terreni o delle case, ma della vita davanti a Dio.
"Figlio dell'uomo" è un titolo che Gesù applica a sé prendendolo dalla tradizione apocalittica dei testi apocrifi per presentarsi nel ruolo di giudice escatologico, nel tempo finale, del destino di ogni essere umano davanti a Dio. Non il "meristès", il mediatore, colui che fa la divisione, l'arbitrato, il notaio, l'esperto dei beni.

"E disse loro".
Si noti il passaggio dal problema singolo dell'eredità ad un problema che coinvolge tutti i destinatari che seguono Gesù. "Loro" è tutta la folla che lo sta ascoltando.
Incontriamo a questo punto la parola programmatica che è una specie di chiave musicale per leggere tutto lo spartito che viene proposto:

"Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia...".
All'inizio del capitolo si diceva: "Guardatevi dal lievito dei farisei", dall'ipocrisia. Qui si dice di non aver nulla a che fare con la peste che rovina i rapporti umani, che non si può risolvere con i codici o con l'applicazione rigorosa della legge. La soluzione è il distacco totale dalla cupidigia. La cupidigia è il desiderio sfrenato. Luca usa qui per l'unica volta una parola che si trova nelle istruzioni catechistiche cristiane: "pleonexìa", avere di più, il desiderio di accumulo dei beni.
La cupidigia non è solo il desiderio dei beni, ma l'agognare, il non averne mai abbastanza.

"... perché anche se uno è nell'abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni".
Con le parole "vita" e "beni" si ha il programma che verrà ora illustrato, con una storia che non ha bisogno di grandi informazioni culturali. E' un modo apparentemente ragionevole di comportarsi. La descrizione del ricco proprietario agricolo, che fa i progetti per il futuro, corrisponde a quello che la gente pensa normalmente. Quando vanno bene gli affari si pensa a come poter ingrandire l'impresa. Non viene contestato o messo sotto accusa questo aspetto, ma il rapporto tra beni e vita, cioè se i beni possono diventare fondamento, garanzia della vita.
Di quale vita si parla? Luca usa il termine "zoè", che non è la "psichè". "Zoè" è utilizzato per parlare della vita eterna, della vita piena. Luca lascia l'ambiguità, non dice se si tratti di vita biologica, di vita spirituale, di vita religiosa: è la vita nella sua globalità in rapporto ai beni.
Invece, all'interno del dialogo, quando il ricco proprietario ragiona tra sé: "Poi dirò a me stesso: Anima mia", troviamo il termine psichè, l'io profondo, l'energia vitale, l'autocoscienza della persona.
Quale rapporto esiste tra vita e beni? La risposta è nella parabola.
Nella prima parte la riflessione del ricco prescinde da ogni problematica religiosa e morale. L'attenzione non è posta sul modo in cui le ricchezze sono state accumulate. Il ricco non viene criticato perché ha guadagnato facendo lavorare i braccianti fuori orario, non pagandoli, sfruttando i commercianti. Semplicemente gli è andata bene, ha avuto fortuna.

"La campagna di un uomo ricco ..."
Non Dio o la sua provvidenza, ma la campagna di una persona che sta bene.

"... aveva dato un buon raccolto".
E' ciò che ogni impresario agricolo conosce come benedizione o fortuna.

"Egli ragionava tra sé:"
Si affronta qui il problema centrale, il significato della vita in rapporto ai beni. La mia vita dipende dai beni? Il mio futuro, la mia felicità, la pienezza di autorealizzazione della persona, dipende dai beni di cui posso disporre? Che cosa sono e quali sono i beni?

"Che farò?"
Si ricordi un'altra parabola riguardo ai due servi che hanno ricevuto, secondo Luca, dieci mine e tutti e due, a differenza del terzo che è preso dalla paura, si danno da fare per investire, moltiplicare i beni. Alla fine saranno accolti dal padrone come servi buoni perché hanno saputo investire, ampliare, fruttificare i beni.
Non viene contestata la capacità imprenditoriale, la creatività, l'energia, l'audacia, il darsi da fare. E' stimata da Gesù. Il problema non è la produzione dei beni, ma la gestione.

"Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti?"
E' l'atteggiamento di ogni contadino piccolo o grande o anche di un impresario di altre attività, che ragiona.

"Farò così"
Si noti come tutti i verbi siano al futuro.

"Demolirò tutti i miei magazzini e ne costruirò più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni"
Sono posti al sicuro quei beni, frutto di una annata fortunata.

"Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni per molti anni"
Qui appare la categoria del tempo, al futuro: l'annata e poi il progetto futuro. Disporre di molti beni per molti anni. La vita appare come una questione di durata e di tempo e l'abbondanza di beni appare come capace di ampliare il tempo, di prolungare la vita.
Sembra un raccontino, ma è il problema centrale di ogni essere umano. Più ci si inoltra negli anni e più ci si rende conto di quanto sia precaria l'esistenza. Il tempo è un momento, come dice Giobbe: "Ho appena girato lo sguardo ed è passata la mia vita". Ci si rende conto che il valore non è nella durata e nella disponibilità di disporre dei beni.

"Riposati, mangia, bevi e datti alla gioia".
Questo programma, definito da quattro verbi all'imperativo, si trova anche nel Qoelet:
"Mi sono accorto che lavorare, costruire, ingrandire, darsi da fare è vanità, è inseguire vento.
Allora ho concluso che nulla di meglio per l'uomo è mangiare, bere, godere". E' una specie di antifona che chiude tutti i quadretti del Qoelet.
"Anche questo è vanità. Non c'è nulla di meglio per l'uomo che mangiare, bere, godersela nelle sue fatiche, ma mi sono accorto che anche questo è vanità, che anche questo viene dalle mani di Dio."
"Va, mangia con gioia il tuo pane, bevi il tuo vino, in ogni tempo le tue vesti siano bianche...".
E' il progetto di una persona che vive del presente. Il Qoelet non pensa che le sue case, i suoi campi, le sue imprese, sono il fondamento perché tutto è vanità. Il Qoelet ha coscienza della precarietà dell'esistenza azzerata dalla morte. Allora l'unico progetto è vivere nel presente, accogliendo i beni come dono di Dio. Non è una interpretazione edonistica, godereccia, ossessivamente attaccata al presente che sfugge. Il Qoelet vive con grande libertà i beni che ha prodotto o che la fortuna gli ha messo tra le mani, sapendo che questo è il destino che Dio gli ha affidato per dimenticare i giorni tristi e per non lasciarsi prendere dall'angoscia di fronte alla precarietà. La prospettiva è quindi diversa.
Non c'è nessuna nota moralistica in questa descrizione: costruire magazzini, riporvi il raccolto, riposare, tutto questo, in una prospettiva laica, è saggio, ragionevole, sapiente. Noi saremmo tentati di dire che è un materialista, un edonista che si interessa solo di riposarsi, di mangiare e bere, di godere. Gesù non si preoccupa di questo.
Neppure si critica il modo di acquisire ricchezza, le eventuali disonestà e sfruttamenti.
Il godere dei beni fa parte di una prospettiva ragionevole, laica.
Il problema è un altro. L'ho evidenziato nel confronto-contrasto tra due quadri: il monologo del ricco appare stolto solo quando interviene un'altra prospettiva che fa scoppiare il mondo di illusioni.
L'elenco delle parole che il ricco rivolge a se stesso mostra il pronome possessivo ripetuto quattro volte: i miei raccolti, i miei magazzini, i miei beni, anima mia. Il male non consiste nel fatto che sia ricco, che sia un avveduto impresario che pensa e progetta il suo futuro. Il male è in quel "mio" ripetuto, in cui non c'è spazio per nessun altro, e in cui non c'è apertura all'azione trascendente, di Dio.

"Ma Dio gli disse"
Il ricco pensava di essere solo: i miei beni, i miei raccolti, i miei magazzini, anima mia. La psiche, la possiedo io. Io appartengo a me stesso e a nessun altro. Non c'è nessun rapporto con l'esterno e con Dio.
Non si dimentichi il problema iniziale, quello di due fratelli che litigano sull'eredità del padre. Il problema è quale sia il destino dei beni di una persona dopo la morte. E' certo che i beni vanno agli altri, sicuramente non a chi li ha prodotti e accumulati. Allora la questione di fondo è se quei beni che necessariamente vanno agli altri probabilmente già prima della morte devono essere destinati agli altri. Solo questo è sapienza, il resto è stoltezza anche quando appare ragionevole, logico, normale secondo un modo laico di considerare la vita. Il problema non riguarda il modo di produrre né quello di ingrandire la attività produttiva, ma la chiusura in sé, in cui né Dio, che è l'orizzonte in cui si svolge l'esistenza, né gli altri hanno spazio. La verità è rappresentata dalla lacerazione, dal cambiamento di orizzonte, di prospettiva provocato dalla morte.
La morte non è vissuta come angosciosa esperienza traumatizzante, propria del Qoelet e del Siracide, secondo i quali è la sventura peggiore che possa capitare ad un uomo che sta bene, che vive felice, pieno di beni, mentre invece è un evento fortunato per l'uomo che non può più vivere, che non trova più nessun gusto.
Dio, nella parabola lucana, apre un'altra prospettiva e interpella questa persona perché possa collocarsi in un altro orizzonte.

Ma Dio gli disse: "Stolto"
Ciò che si è letto sino ad ora del dialogo notturno del grande impresario ricco appare come ragionevole, saggio, sapiente.
Nel linguaggio biblico la stoltezza non ha un significato solo etico ma religioso o spirituale.
Nel Salmo 14 viene così rappresentato il ragionamento dell'ateo:
"Lo stolto pensa: non c'è Dio". Lo stolto non si interessa di Dio, Dio è al di fuori dell'orizzonte. Lo stolto non fa nessun riferimento alla fonte della vita, a colui che dà i beni in funzione della vita piena e definitiva.

"Questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita"
Si noti il passaggio da anima mia, i miei beni, i miei magazzini, i miei raccolti alla tua vita, che non appartiene a te. Si noti anche il riferimento alla notte, alla morte improvvisa, senza possibilità di progettare. La notte è una metafora dell'esperienza umana. Mentre la vita è come una giornata, anche se il ricco progetta di avere a disposizione i beni per molti giorni e molti anni, la notte rappresenta la morte, l'interruzione improvvisa del corso regolare delle giornate che si alternano giorno e notte.

"ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà?".
L'applicazione finale è un po' fuori tema. Non si accorda perfettamente con la situazione richiamata da questa storia sapienziale esemplare, del dialogo notturno del ricco e dell'intervento di Dio, che come un lampo improvviso illumina l'esistenza, mostrando la stoltezza di chi fonda la vita sui suoi beni.

"Così è di chi accumula tesori per sé ..."
Questa parte dell'applicazione riassume molto bene l'atteggiamento del ricco centrato su se stesso.
Resta invece enigmatica la seconda parte, non si capisce cosa voglia dire l'arricchire davanti a Dio:
"e non si arricchisce davanti a Dio".

Solo il seguito dell'istruzione di Luca apre uno spiraglio nella prospettiva religiosa della ricchezza davanti a Dio, tenendo conto che Dio è colui che dà i beni e può diventare il fondamento della vita. E' una lettura che non è integrata con la dinamica del testo o della parabola.
Se si va oltre nel vangelo di Luca si trova la spiegazione dell'arricchire davanti a Dio. Non è arricchire ringraziando Dio dei beni o offrendoli a lui. Per Luca arricchire davanti a Dio è il contrario del tenere i beni per sé. Quei beni che con la morte necessariamente vanno agli altri, già durante la vita devono essere orientati agli altri nella comunicazione o distribuzione.
Infatti il testo di Luca prosegue con una istruzione rivolta ai discepoli: "Non preoccupatevi per la vita cosa mangiare e cosa bere, o per il corpo come vestirlo. Il Padre vostro sa cosa avete bisogno". Poi continua al verso 33 del capitolo 12:
"Vendete ciò che avete, datelo in elemosina, fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano, la tignola non consuma. Perché dove il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore".
I raccolti che immagazziniamo, i beni, che la vita ci ha dato, anche attraverso la tua capacità creativa, imprenditoriale, di lavoro, tutto questo viene posto al sicuro, diventa un arricchimento davanti a Dio, quando vendiamo ciò che abbiamo, e lo diamo in elemosina. I beni distribuiti sono i beni messi al sicuro, sono quelli che garantiscono la vita.
Luca spiegherà molto bene questo al capitolo 16, quando racconterà la storia dell'amministratore astuto, che, prima di essere licenziato, si fa i clienti futuri, facendo gli sconti del 50% e del 20% sul grano e sull'olio, "così anche voi procuratevi amici con la ricchezza. Quando vi verrà a mancare questa, essi vi accoglieranno nelle dimore eterne". Sono i poveri che vi raccomanderanno presso Dio.
I beni non ci appartengono e pertanto non si può fondare su di loro la vita definitiva, la quale è precaria. La vita definitiva non dipende dall'aver messo da parte i beni per il futuro. Il futuro non è nelle nostre mani e quindi non può essere fondato sull'accumulo che proietta l'esistenza in avanti.

5. paralleli biblici

Vi sono un paio di testi biblici che stanno sullo sfondo, che confermano la lettura sapienziale fatta, che non fa riferimento al Dio creatore, al Dio redentore, al Dio della storia e tanto meno a Gesù Cristo, alla morte in croce. Si tratta solo del senso della vita di un impresario, che potrebbe essere anche un semplice contadino non ricco, perché il ragionamento lo può fare chi dispone di molti beni, ma anche chi riesce a progettare il suo futuro, che può essere la casa costruita, la pensione, l'assicurazione sulla vita. Il problema è: come posso fondare la mia vita, qual è la garanzia?
Ascoltiamo questa parabola che sta sullo sfondo, del maestro del secondo secolo conosciuto come Gesù ben Sira, il Siracide, al capitolo 11,14-19:

14Bene e male, vita e morte,
povertà e ricchezza, tutto proviene dal Signore.
15Sapienza, senno e conoscenza della legge vengono dal Signore;
carità e rettitudine sono dono del Signore.
16Errore e tenebre sono per gli empi
e il male resta per i malvagi.

Dopo questa introduzione sulla realtà fatta a coppia, dialettica, continua:

17Il dono del Signore è assicurato ai pii
e il suo favore li rende felici per sempre.

Per sostenere questa tesi, che ai giusti è garantito il futuro - non dimenticate che il Siracide non crede nell'al di là, come Giobbe, ma crede nella vita in rapporto a Dio e dunque il favore di Dio è per chi si affida a lui, per chi mette la propria sicurezza in lui - dice:

18C'è chi è ricco a forza di attenzione e di risparmio;
ed ecco la parte della sua ricompensa:
19mentre dice: «Ho trovato riposo; ora mi godrò i miei beni», (si ritrova qui l'espressione del monologo notturno del ricco agricoltore)
non sa quanto tempo ancora trascorrerà;
lascerà tutto ad altri e morirà.

E' lo stesso schema della parabola, del ragionamento dell'impresario che viene interrotto dalla parola di Dio, che porta allo scoperto la stupidità e la stoltezza di chi fa conto dell'accumulo dei beni per progettare il suo futuro.
Poi prosegue:

20Sta fermo al tuo impegno e fanne la tua vita,

invecchia compiendo il tuo lavoro.
21Non ammirare le opere del peccatore,
confida nel Signore e persevera nella fatica,
perché è facile per il Signore
arricchire un povero all'improvviso.
22La benedizione del Signore è la ricompensa del pio;
in un istante Dio farà sbocciare la sua benedizione.

Dio è in grado di arricchire un povero mentre porta allo scoperto la precarietà del ricco che fa conto dei beni accumulati.

Completiamo la lettura con un secondo testo del Qoelet. Al capitolo secondo e al capitolo quinto si ha lo stesso quadro, contrapposto e antitetico, tra chi pensa di vivere perché ha i beni e la morte che porta allo scoperto la precarietà dell'esistenza, che quindi non può fondarsi sull'accumulo dei beni.
Qoelet 2,17-23:
17Ho preso in odio la vita, perché mi è sgradito quanto si fa sotto il sole. Ogni cosa infatti è vanità (meglio: inconsistenza) e un inseguire il vento. 18Ho preso in odio ogni lavoro da me fatto sotto il sole, perché dovrò lasciarlo al mio successore. (coscienza acuta della precarietà del vivere).
19E chi sa se questi sarà saggio o stolto? Eppure potrà disporre di tutto il mio lavoro, in cui ho speso fatiche e intelligenza sotto il sole.
(non si dimentichi che l'inizio dell'istruzione di Gesù sulla sapienza nel modo di vivere, in cui rientra anche la valutazione dei beni, riguardava la successione, l'eredità).
Anche questo è vanità!
Non so se chi verrà dopo di me sprecherà i beni che io ho accumulato con tanta intelligenza e senso del risparmio.
20Sono giunto al punto di disperare in cuor mio per tutta la fatica che avevo durato sotto il sole, 21perché chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà poi lasciare i suoi beni a un altro che non vi ha per nulla faticato. Anche questo è vanità e grande sventura.
Questo vale anche per le imprese culturali. Che uso ne faranno? Allora la vita dipende dai beni oppure dalla comunicazione di questi beni sin da ora, in una prospettiva, che in questo caso è religiosa, ma non perché Dio ti ha comandato di aiutare i poveri, ma per il senso intrinseco della vita e dei beni dentro l'orizzonte di questa vita che solo così è sapiente. Anche questo è vanità, grande sventura.
22Allora quale profitto c'è per l'uomo in tutta la sua fatica e in tutto l'affanno del suo cuore con cui si affatica sotto il sole? 23Tutti i suoi giorni non sono che dolori e preoccupazioni penose; il suo cuore non riposa neppure di notte. Anche questo è vanità! 24Non c'è di meglio per l'uomo che mangiare e bere e godersela nelle sue fatiche; ma mi sono accorto che anche questo viene dalle mani di Dio.

Il Qoelet propone non la distribuzione dei beni, come Luca, superando un orizzonte egoistico che non lascia spazio a Dio e agli altri, ma il vivere il presente con intensità, sapendo che questo è un dono di Dio.
Nella prospettiva evangelica, che io considero ancora laica, quei beni sono comunque destinati ad essere necessariamente degli altri e pertanto già durante la vita, quando si possiedono, devono essere, perché siano nell'orizzonte di Dio, destinati alla comunicazione e al bene. Non è l'etica evangelica del voler bene al prossimo, dell'aiutare i poveri, ma è l'etica sapienziale intrinseca alla vita e ai beni in sé.
Quando ci si mette davanti alla considerazione - che non presuppone una grande fede in Dio, un essere convertiti all'amore del prossimo, al bisogno di aiutare i poveri in quanto rappresentanti di Dio - che tutto quello che ho passerà agli altri, senza poter sapere l'uso che gli altri ne faranno, appare chiaro che per poter dare un significato alla vita, che si esprime anche attraverso i beni prodotti, è necessario condividere quei beni, comunicarli fin da ora a quella comunità che ne diventerà in ogni caso proprietaria. Il senso della vita, che è legato all'uso e alla produzione dei beni, dipende dalla relazione che io stabilisco con gli altri tramite i beni. Si tratta di un'etica laica, intrinseca alla vita stessa e all'economia, alla gestione dei beni, legata al senso della vita.
La questione economica oggi più importante non è la produzione dei beni, anche se è drammatico il problema del lavoro, ma la gestione e l'amministrazione dei beni.
Nel nostro contesto nordatlantico in cui c'è una sovrapproduzione di beni, in rapporto ad una massa di umanità che non dispone neppure del minimo vitale, il problema di fondo non è la tecnica produttiva, che è molto sofisticata, ma come gestire e amministrare, in modo che quei beni che vengono prodotti e accumulati, fin da ora vengano distribuiti e non solo con la morte dei singoli o con il passaggio delle civiltà e delle culture. Qualcuno ha detto che noi europei dovremmo distribuire i beni ai poveri almeno per astuzia, per interesse. In ogni caso, in una società che non ha futuro perché non fa figli, questi beni passeranno ad altri, ad altre generazioni. La comunicazione dei beni fin da ora è un comportamento sapiente e quindi evangelico, nel senso di una religiosità laica. E' un comportamento sapiente non perché l'ha comandato Dio, ma perché è intrinseco ad una riflessione nella prospettiva della precarietà dell'esistenza
Devo aprirmi agli altri nel modo di concepire la mia vita e nel modo di gestire i beni, perché solo questo dà significato a quello che sono e a quello che produco.

Nel Salmo 49, che parla del significato della ricchezza, c'è una riflessione analoga, in una prospettiva più religiosa rispetto al teso lucano.

2Ascoltate, popoli tutti,
porgete orecchio abitanti del mondo,
3voi nobili e gente del popolo,
ricchi e poveri insieme.
4La mia bocca esprime sapienza,
il mio cuore medita saggezza;
5porgerò l'orecchio a un proverbio,
spiegherò il mio enigma sulla cetra.

6Perché temere nei giorni tristi,
quando mi circonda la malizia dei perversi?
7Essi confidano nella loro forza,
si vantano della loro grande ricchezza.

8Nessuno può riscattare se stesso,
o dare a Dio il suo prezzo.
9Per quanto si paghi il riscatto di una vita,
non potrà mai bastare
10per vivere senza fine,
e non vedere la tomba.
Il riscatto non è il poter comprare la pensione o l'assicurazione sulla vita, ma vivere a lungo, la garanzia della propria vita fondata sui beni, la possibilità di comprare la propria vita.

11Vedrà morire i sapienti;
lo stolto e l'insensato periranno insieme
e lasceranno ad altri le loro ricchezze.
E' sempre lo stesso pensiero: i beni, in ogni caso, li devi lasciare ad altri. Fin da questo momento la destinazione è per gli altri e non per te stesso pensando che con i beni tu possa riscattare la vita, comprarla. Non si compra né la salute, né la durata della vita

12Il sepolcro sarà loro casa per sempre,
loro dimora per tutte le generazioni,
eppure hanno dato il loro nome alla terra.
13Ma l'uomo nella prosperità non comprende,
è come gli animali che periscono.

14Questa è la sorte di chi confida in se stesso,
l'avvenire di chi si compiace nelle sue parole.
15Come pecore sono avviati agli inferi,
sarà loro pastore la morte;
scenderanno a precipizio nel sepolcro,
svanirà ogni loro parvenza:
gli inferi saranno la loro dimora.

16Ma Dio potrà riscattarmi,
mi strapperà dalla mano della morte.
17Se vedi un uomo arricchirsi, non temere,
se aumenta la gloria della sua casa.
18Quando muore con sé non porta nulla,
né scende con lui la sua gloria.

19Nella sua vita si diceva fortunato:
«Ti loderanno, perché ti sei procurato del bene».
20Andrà con la generazione dei suoi padri
che non vedranno mai più la luce.

21L'uomo nella prosperità non comprende,
è come gli animali che periscono.

L'uomo nella prosperità è stolto, è come una bestia che perisce. Nel salmo c'è il riferimento a Dio che può riscattare la vita, anche se non si sa come. E c'è lo stesso ragionamento che troviamo nella piccola parabola di Luca. Quello che manca - come pure in Qoelet, in Siracide, ecc. o anche nel Salmo 39 - è la visione di una sapienza laica, intrinseca alla riflessione sul rapporto beni e vita, che invece è presente nel vangelo lucano.
I beni danno senso alla vita e possono riempire l'esistenza solo quando sono fin da ora accumulati davanti a Dio, cioè distribuiti, comunicati, investiti là dove la tignola, la ruggine e i ladri non intaccano. La sicurezza di questi beni dipende dalla relazione con Dio, vissuta nella comunicazione dei beni agli altri.

Conclusioni

  1. L'interrogativo che pone il testo evangelico riguarda il senso della vita, del rapporto tra beni e vita.
  2. L'orizzonte in cui si colloca questa riflessione è quello della sapienza laica, in cui c'è il riferimento a Dio, ma non al Dio della storia, al Dio dell'Esodo e dell'alleanza, al Dio di Gesù Cristo. Nella sua radice è una riflessione profondamente religiosa. Non di una religiosità fatta di regole morali, di riti, di dogmi, di verità. E' una religiosità che si alimenta di una morale intrinseca, innata, che nasce dalla capacità di andare dietro la superficie per cogliere il senso profondo della vita. Ogni persona che ragiona e non si lascia ubriacare dalle vicende, dal successo delle sue attività, si rende conto del segreto dell'autorealizzazione. L'essere umano chiuso in se stesso considera i beni esclusivamente per sé, come proprietà assoluta, come garanzia sulla vita. E' un comportamento da stolti che esprime l'incapacità di cogliere il significato della propria esistenza. In gioco non è la produzione dei beni, ma come distribuirli: la gestione e l'amministrazione dei beni, che coincide con l'amministrazione della propria vita. I beni sono indispensabili per vivere anche se la nostra vita non dipende dall'accumulo dei beni. Luca dice che la vita dipende da come tu valuti e come tu usi i beni, e come li amministri. E' una sfida per un mondo, che per la prima volta, dal neolitico ad oggi, ha raggiunto il benessere, ha a disposizione molti beni. Il problema non è quello delle tecniche di produzione, più o meno raffinate, di beni di consumo alimentare, di sicurezza sociale e economica, ma della corretta amministrazione dei beni. Non è in gioco il progetto del singolo, commerciante, impresario, piccolo impiegato o grande funzionario dell'impresa pubblica, ma è in gioco una concezione della società, che può lasciarsi prendere dalla autoesaltazione dello stolto, che si considera padrone della propria vita, esclusivamente perché ha a disposizione molti beni. La proposta evangelica non è tanto quella di riferirsi a Dio che ti comanda di fare qualcosa, ma di riflettere al di dentro della vita, come autentica esperienza religiosa che nasce dalla capacità di riflessione che ti apre alla comunicazione e condivisione dei beni, che possono fondare anche la felicità, l'autorealizzazione attuale e futura.

Discussione

D.Il grande problema non solo politico, ma culturale ed esistenziale, è quello dell'economia. L'economia è il grande tema che tocca la politica, la cultura. Lo stesso ambito religioso è sfidato dall'economia.

R.La lettura "laica" impedisce quella lettura, talvolta prevalente nel passato della storia del cristianesimo, di tipo spiritualeggiante, interioristico, intimistico. Quando si parlava dei beni materiali si giungeva spesso a proporre come modello di vita cristiana il disprezzo di questi beni. E' una concezione che andava di pari passo con la svalutazione della corporeità umana, o, nel dogma cristologico, con una visione di tipo monofisita, negante di fatto l'umanità di Gesù. La lettura laica aiuta a superare una visione negativa dei beni e a prestare maggiore attenzione alla modalità di uso, di gestione di questi beni.

D.Quale relazione tra il tema esposto della ridistribuzione o condivisione dei beni e il "beati i poveri di spirito", il discorso programmatico di Gesù?
R. Nello stesso capitolo in cui si trova la parabola del ricco, con la conclusione "così è di chi accumula tesori per sé, non arricchisce davanti a Dio". Poi segue "Non datevi pensiero per la vita, né per il vostro corpo. Dio nutre gli uccelli del campo, riveste i gigli. Cercate piuttosto il regno di Dio e queste cose vi saranno date in aggiunta". E poi continua: "Non temere piccolo gregge perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno". Il registro nuovo che consente di chiamare i poveri felici e fortunati è una dimensione squisitamente religiosa, specifica, è il regno del Padre, di Dio. Poiché Dio interviene come re voi poveri siete felici; Churaqui direbbe: "avanti!" "en marche!".
Sono due prospettive: l'una squisitamente religiosa, storica, che parte dall'Esodo, continua nei profeti ed è ripresa da Gesù, con l'annuncio del regno di Dio per i poveri, del Dio che si interessa degli umili e dei poveri; l'altra è di tipo sapienziale, laico. Non sono prospettive in contraddizione, ma si integrano. La prima afferma che Dio si prende cura dei poveri da sempre, e allora voi poveri alzate la testa, è arrivata la vostra ora. La seconda dice che la ricchezza del pianeta, della terra, che non sempre dipende dalla morale - che uno nasca sano, con intelligenza, con capacità di fare, che abbia la fortuna di aver un buon raccolto non dipende né dal peccato né dalla virtù - non è il fondamento della vita. Se sei sapiente, perché la vita non ha un futuro in base ai beni, comprendi come la distribuzione dei beni ai poveri nasce da questa intrinseca esigenza dei beni che ti sono stati dati non solo per te. Nella prima è l'azione di Dio che si interessa dei poveri, nella seconda è lo sguardo della riflessione umana sui beni e sulla vita, in una prospettiva tutta sapienziale. Sono prospettive complementari, che raggiungono lo stesso risultato.

D.Ma è sufficiente la prospettiva sapienziale? Non è necessaria anche l'attenzione all'altro in quanto fratello amato da Dio? Non è necessaria anche la dimensione teologica, per superare l'egocentrismo della visione sapienziale?
R. La riflessione sul fatto che posso gestire i beni che non mi appartengono perché mi sono dati e che sono entrato in questo mondo senza raccomandazioni, che morirò e che in ogni caso non ci sono santi che possono riscattare la mia vita, è una riflessione che ci libera dall'autoillusione titanica di essere il padrone di me stesso, dei beni, degli altri e della vita. E' una dimensione religiosa, laica, fondamentale. Prima di fare discorsi sul Dio incarnato e crocifisso, sullo Spirito Santo, questa è una riflessione che ogni essere umano che ragiona può fare: sono nato e devo morire; la mia salute, la mia intelligenza, i beni che accumulo, non mi appartengono, ma sono qualcosa che ho ricevuto in amministrazione sin da ora. Il vivere la vita come dono, da condividere con gli altri, ha la propria motivazione in questa coscienza sapienziale che io considero radice di ogni religiosità, nel senso che non sono io la fonte della mia vita, ma un altro.
In questo contesto manca una componente che io considero importantissima per la mia visione cristiana, la componente dell'amore. Il ragionamento fatto sulla precarietà della vita lo si può trovare nel mondo induista, nel mondo stoico, presso tutte le culture. Manca invece il problema della relazione affettiva, dell'amore, per cui non do i beni solo per necessità, perché ne sarò comunque spogliato e quindi che è bene che incominci sin da ora quella distribuzione che comunque sarà fatta in seguito. L'altro non è solo quello che prenderà i miei beni, ma è un fratello, è in un rapporto d'amore. Solo l'incarnazione mi rivela questa dimensione.
Sono due prospettive che non si contrappongono, né si contraddicono, però si integrano molto. La novità è la scoperta del volto di amore. Dio non è solo un principio logico, che può essere scoperto da Platone, dagli stoici o anche dall'uomo laico di oggi, figlio dell'umanesimo rinascimentale e poi dell'illuminismo, ma è amore.
Ogni persona sa che le cose stanno così, ma poi di fatto nella vita si comporta diversamente. Per questo è necessaria la componente affettiva, dell'amore, che è la grande novità evangelica: Dio non è solo un principio ragionevole, intrinseco alle cose, ma è l'incarnato, che dona la vita, e così mi libera da questa capsula egoistica.

D.Ma allora non è sufficiente la dimensione sapienziale ed è necessaria quella cristiana?
R. Dio mette in contatto ogni essere umano con il mistero pasquale, con il mistero d'amore. Ogni essere umano, laico, ha la possibilità attraverso la sua coscienza di intuire, di venire in contatto con l'amore di Dio, anche se non ha mai sentito parlare di Gesù Cristo, della Chiesa. Sono affermazioni del Vaticano II.

D.Queste premesse ora svolte non sono forse molto importanti per il nostro convivere con coloro che non hanno la fede? Non dobbiamo forse porci in rapporto con coloro che non hanno questa visione cristiana, fondata sull'amore, in maniera sapienziale? Quando siamo nella casa comune, nella comunità, noi dobbiamo fare conto con gran parte di umanità che non condivide questa dimensione più alta. Il rapporto che possiamo costruire sulla base di questa verità sapienziale, che può portarci a concludere che i nostri beni non sono esclusivamente per noi, che devono essere comunicati agli altri, argomentando sulla base della sapienza, significa che l'impulso caritativo, affettivo, l'intuizione di fede, non sia indispensabile. Se noi partiamo dalla considerazione della insufficienza della visione sapienziale rischiamo di non dare alla nostra comunicazione tutto quel valore che le dobbiamo dare per costruire insieme. Potrebbe esserci il rischio di non considerare gli altri capaci in partenza di pensare e di agire con piena correttezza...
R. Il laico sa, conosce, però gli manca la grazia? E' falso, perché la grazia, a partire dalla creazione, è data a tutti gli esseri umani, attraverso vie che Dio conosce. La grazia non è una specie di supplemento: tu sei limitato e Dio ti darà una spinta. Dalla creazione è presente l'azione sanante e illuminante della grazia, dentro il processo creativo e redentivo. Il credente che è in noi convive con il non credente. Allo stesso modo il non credente del laico convive con il credente, o apertura alla grazia di Dio. La motivazione sapienziale laica ha la possibilità di arrivare a una scelta etica coerente, non prescindendo dall'orizzonte di Dio creatore e salvatore, perché nella mia prospettiva, che non voglio imporre al laico, è un figlio di Dio redento e amato. Paolo dice: quando i pagani che non conoscono la legge, fanno quello che la legge comanda, sono legge a se stessi. E questo apparirà nel giorno in cui Dio farà giudizio secondo il vangelo, in una prospettiva di grazia. Per Paolo i pagani, che osservano quello che la legge prescrive in forza della coscienza, stanno dentro l'orizzonte della grazia, della creazione, della redenzione. Il laico ha il diritto di ragionare con le sue forze, prescindendo anche da qualsiasi appartenenza confessionale, o riferimento, in termini di argomentazione e riflessione, di carattere religioso. Il laico deve restare laico. Si tratta di una laicità che, nella mia prospettiva, sta dentro l'orizzonte della grazia. Dio non nega la grazia alla persona che onestamente lo cerca ed è dunque in grado di fare il bene.

D.Nella nostra esperienza la furbizia, la capacità di fare affari, è andata di pari passo con l'infischiarsene dei problemi sociali, delle leggi. La maggior parte di coloro che raggiungono una situazione molto agiata, tramite un'attività commerciale o imprenditoriale, difficilmente maturano sensibilità sociale e rispetto della legalità. Chi segue una certa regola non solo non raggiunge la ricchezza ma va in perdita. Come mettere d'accordo l'accortezza con l'essere rispettosi di certi valori? Si deve, ad esempio, mantenere il proprio personale perfettamente in regola anche se si va in perdita? Ad un certo punto ci si trova a fare i conti con una vita spesa per un lavoro, seguendo certi ideali, con risultati che sembrano testimoniare poca accortezza. Di quel poco che uno è riuscito a mettere da parte, malgrado tutto, quanto posto deve lasciare alla prudenza del domani, dato che si può morire stanotte o tra dieci, venti, trent'anni, mentre il fratello ha bisogno oggi?
R. C'è un aspetto sapienziale di una valutazione saggia dei beni che considero non per me ma da comunicare? Il problema riguarda la misura della distribuzione. Non c'è la chiusura della comunicazione: il problema è del come e del quanto distribuire. Lascio da parte questo problema.
Che dire dell'accumulo ottenuto attraverso un'astuzia, che calpesta le regole etiche? E che dire del fatto che se si rispettano le regole civili, sociali e morali non si riesce ad accumulare, perché si devono pagare le tasse regolarmente, ecc.? E' il problema dell'etica dell'accumulare. La parabola non si pone il problema di come si accumula.
Nell'orizzonte sapienziale, in cui i beni non sono per te, perché non fondano la vita, ma ti sono dati in abbondanza per poterli distribuire (i beni non miei ma nostri), il bene comune diventa il criterio etico per trovare una maniera corretta per produrli in modo moralmente e legalmente accettabile. Alla fine il problema dell'imbroglio, della tangente, della corruzione, del furto legale e illegale, consiste nel considerarsi padrone dei miei beni in modo assoluto prescindendo dal danno che io faccio alla comunità o agli altri. Quando si introduce la categoria dei beni nostri non si può più appropriarsene in qualsiasi modo, ma solo in quel modo che lascia i beni disponibili per la comunità. Una volta che si è trovato l'orizzonte giusto del senso e del valore dei beni in rapporto alla felicità o al benessere profondo, si può introdurre l'etica del modo di produrre e di accumulare.
E' un'etica intrinseca a un'economia non solo distributiva ma anche produttiva.
Per me la parabola si è rivelata più ricca di quanto non credessi. Dovendo fare questo lavoro di lettura laica ho scoperto una dimensione che mi sfuggiva nella tradizionale lettura "religiosa".

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