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Per una teologia dei popoli

sintesi della relazione di Giuseppe Barbaglio
Verbania Pallanza, 5-6 febbraio 1994

Introduzione

Desidero precisare il titolo aggiungendo a teologia dei popoli l'aggettivo "biblica", perché mi situo all'interno della riflessione biblica. Distinguo poi la Bibbia ebraica, che è incentrata sulla storia del popolo di Israele, (cioè come sono stati vissuti i popoli all'interno del popolo di Israele) dalla Bibbia cristiana, cioè i Vangeli, Paolo... Sono due mondi diversi, anche se hanno radici comuni profonde di fede e di cultura.
Una seconda precisazione. Noi oggi ci preoccupiamo del problema dei popoli, visti con lo sguardo di Dio (per quanto noi riusciamo a metterci dalla parte di Dio), per alcuni motivi.
1) Anzitutto in Europa oggi assistiamo ad un fenomeno nuovissimo e molto ambiguo, lo scioglimen-to delle grandi aggregazioni dove diverse etnie erano state riunite sotto un polo unitario politico-ideologico; adesso, con la caduta del muro di Berlino, il mastice che le teneva insieme è venuto meno ed ognuna rivendica una propria autonomia. Abbiamo assistito alla disgregazione, attualmente anco-ra contenuta, della Unione Sovietica, ma il fatto più sconvolgente è la frantumazione dell'unione jugoslava, che racchiudeva in sé tre etnie diversamente distribuite, quella dei croati, dei serbi e dei mu-sulmani, e che è esplosa come un vulcano, con un massacro di vittime innocenti. E' la riscoperta delle unità di sangue, primigenie, elementari che la vincono sulle unità culturali, politiche, sociali ed anche ideologiche. Abbiamo il fenomeno di etnia contro etnia, che in campo europeo è recentissimo. L'Ita-lia ha una omogeneità maggiore: ci sono minoranze etniche a cui però sono stati riconosciuti molti diritti. Rimane il fenomeno del nord Italia contro il sud. In questo caso si tratta non tanto di una divi-sione etnica, ma culturale, sociale e soprattutto economica.
2) Il fenomeno che interessa tutta l'Europa, molto sentito anche in Italia, è costituito dalle immigra-zioni di centinaia di migliaia di persone di altri popoli. Agli extracomunitari già presenti si aggiungerà l'ondata degli slavi: si parla di cinque milioni di slavi dell'est pronti ad entrare in occidente. In Italia ed in Europa sempre più si avvertirà l'enorme problema della immissione di grandi quantità di perso-ne provenienti da altre culture, anche molto diverse come quella del mondo islamico. Il problema sa-rà l'integrazione di una certa parte di questi nuovi arrivati che vorranno salvaguardare una loro iden-tità nei confronti della nostra. Il problema della coesistenza e del dialogo tra culture diverse è appena sorto e ci accompagnerà per molti anni. Questa è la prospettiva quando ci interroghiamo sulla teolo-gia dei popoli.
Per popolo intendo una aggregazione di persone che hanno una fondamentale omogeneità. Le basi dell'unità possono diverse: la religione, o la storia comune, o l'unità politica. Sono i fattori che, in-tervenendo con dosaggi diversi, costituiscono il popolo.

1. - La bibbia ebraica.

Come il popolo di Israele ha vissuto il rapporto con gli altri popoli

Incominciamo dall'esperienza del popolo di Israele per poi vedere in un secondo momento l'esperienza delle comunità cristiane. La differenza importante è che nella tradizione ebraica vi è "un popolo e i popoli", mentre nella tradizione protocristiana vi sono dei gruppi in mezzo ai popoli. Nel Nuovo Testamento non vi è un popolo, ma comunità religiose all'interno di diversi popoli. Nella Bib-bia ebraica vi è un popolo e i popoli e questo è evidente anche da un punto di vista linguistico perché in ebraico esistono due parole: am e gôî di cui am serve ad indicare il popolo di Israele e si declina al singolare e gli altri, i popoli, sono i gôîm. La differenza dei termini vuole rimarcare la diversità; non si dice amîn per indicare gli altri e gôî per Israele. Questo pone problemi di rapporti perché so-no due grandezze omogenee che si confrontano; nell'esperienza cristiana il rapporto è diverso perché le comunità non costituiscono un popolo. Il vis-à-vis tra am e gôîm, tradotti in greco laos e etnos, segue le ondate storiche e soprattutto culturali: qualche volta è di aggressività e sopraffazione, qual-che altra di coesistenza o di dialogo fruttuoso.

Razza e religione

Un popolo dal nome protonimico di Israel, imposto da Dio a Giacobbe, si costituisce inizialmente su due grandi assi portanti: da una parte l'aggregazione basata sul sangue, sulla razza, e dall'altra sulla religione. La lingua è un fattore maggiormente ambivalente, come anche la terra. I due cardini sono innanzitutto la razza, dato che si tratta di gruppi clanici discendenti da Israel (Abramo è più figura di padre religioso: nelle Scritture cristiane ed in Paolo non c'è collegamento né con Mosè né con Israel, ma con Abramo) e poi la religione che ha portato nel gruppo clanico un fattore di unità culturale. Questo è il popolo di Jahvé. Vi è la formula ripetuta nella tradizione ebraica veterotestamentaria del-l'alleanza: "Io, dice Jahvé, sono il tuo Dio e tu il mio popolo". In questi due aggettivi possessivi sta l'identità religiosa del gruppo. E' un gruppo che riconosce Jahvé come suo Dio particolare e si ritiene suo possesso particolare. E' la categoria fondamentale della elezione: Dio ha scelto questo popolo fra tutte le etnie del mondo. Tutti i gruppi clanici del tempo avevano il loro dio, ma la particolarità di I-sraele, dopo l'età patriarcale durante la quale Dio era soprattutto un Dio clanico, consiste nel fatto che, con la religione mosaica, questo Dio diventa universale nella coscienza ebraica. Gli Assiri ave-vano Marduk, gli egiziani Amon, tutti avevano il proprio Dio, ma il Dio di Israele è di tutti, universa-le. L'elezione fa sì che il popolo è particolare ed appartiene in modo particolare a questo Dio a cui appartengono tutti i popoli. Israele è un popolo che ha come suo Dio il Dio di tutti. Gli altri, i gôîm, sono i vicini. L'umanità era concepita come divisa in tre tronconi, i figli di Sem, i discendenti di Cam - gli egiziani - ed i discendenti di Jafet: questo era il quadro dell'umanità. I popoli vicini sono gli egi-ziani, gli assiri, i babilonesi, i cananei che abitavano nella terra ed erano semiti, con una loro religione, un loro vincolo etnico e politico, un territorio; poi ci sono i persiani, i greci e alla fine i romani. La differenza religiosa, che diventa l'elemento centrale per un popolo che ha fatto della sua fede la base di una identità nuova, per cui sono il popolo di Dio fra tutti i popoli, fa sì che questo popolo si ritiene essere l'unico che riconosce l'unico vero Dio che è universale, mentre gli altri adorano gli idoli. La suddivisione è tra la vera religione e l'idolatria.
Ancora nelle scritture cristiane permane tale suddivisione. Per es. in Galati 2,15 Paolo stesso dice: noi giudei, monoteisti, conosciamo ed adoriamo l'unico vero Dio e i peccatori invece per natura sono amartoloi, coloro che non conoscono Dio. L'elemento religioso è fondamentale nella coscienza di questo popolo che si contrappone ai gôîm. I popoli sono diversi, cananei, assiri, persiani ecc., ma sono accomunati da un'unica caratterizzazione, quella di essere idolatri, mentre il popolo è quello che ha la vera fede nell'unico vero Dio. Il problema che nasce è la posizione di un popolo di fronte agli altri popoli. Si sa che ci sono differenze, ma non vengono rimarcate, non si fa attenzione alla particolarità culturale. L'umanità è divisa in due blocchi, il popolo ed i gôîm.

Il rapporto tra il popolo ('am) ed i popoli (gôîm).

Il rapporto tra il popolo e i popoli sarà visto dal punto di vista storico e poi da quello culturale.

a) i rapporti storici

I rapporti storici si possono scandire in alcune tappe fondamentali: la prima tappa riguarda il periodo in cui Israele è un insieme di piccoli clan aggregati dall'etnia e dalle tradizioni dei padri dove però il Dio è ancora clanico, particolare. Vi sono alcuni clan che vivono nel deserto come seminomadi, altri clan sono confluiti in Egitto e maturano una fede nel Dio universalistico di Mosè, tra essi la tribù di Giuseppe a cui appartiene Mosè. Altri ancora erano in Canaan. Sono clan che vivono all'interno di altri popoli, hanno una fede in Jahvè e vivono una vita non troppo separata dagli altri. Con l'Esodo succede che le due tribù dell'Egitto acquisiscono una grande coscienza di sé, soprattutto del proprio Dio e sperimentano l'influenza di questo Dio clanico sugli altri popoli, perché è riuscito a liberare le sue due tribù dal dominio del faraone. Dopo un periodo nel deserto, si infiltrano in modo abbastanza pacifico nel territorio di Canaan dove vivevano già i cananei, però non così numerosi da occupare tutti gli spazi. I Cananei si trovavano soprattutto nelle piazzeforti, avevano le città stato come Geru-salemme, Meghiddo ecc. E' una situazione abbastanza normale di passaggi culturali di piccoli clan che incominciano ad ingrsandirsi.
Un salto culturale molto importante avviene con la costituzione di uno stato; i clan che hanno in comune un vincolo di sangue e quello di religione, in cui Jahvè è percepito come molto più forte e meno particolare rispetto al Dio clanico originario, con Davide assumono anche il vincolo della unità politica con un re e il vincolo territoriale. Combattono i cananei, li sconfiggono o almeno li indeboli-scono e formano uno stato con la loro terra. Subito dopo, questo stato si suddivide politicamente in due: il regno del sud con capitale Gerusalemme ed il regno del nord con capitale Samaria. Questi due stati soccombono in tempi diversi; prima il regno del Nord nel 721 viene sconfitto dagli Assiri e la classe dirigente deportata in Mesopotamia, poi nel 586 i neobabilonesi con Nabucodonosor fanno fa-re la stessa fine al regno del Sud con la deportazione della classe dirigente. L'esilio cancella l'unità territoriale e politica. Rimane il vincolo della razza e della religione ma non c'è più il tempio. Questa fase dura circa cinquanta anni. In seguito alcuni ritornano, mentre inizia la diaspora. Nella coscienza del popolo di Israele l'elemento della terra vacilla perché solo pochi esiliati riescono a rientrare; e quelli che tornano a Gerusalemme formano una comunità religiosa il cui centro di unità è il tempio ricostruito, con un sommo sacerdote. II re non c'è più e quindi gli ebrei sono una comunità religiosa in mezzo al popolo, prima sotto il dominio dei persiani che erano abbastanza tolleranti, poi dei To-lomei, anch'essi abbastanza tolleranti. Nel 175, però, i Seleucidi sottraggono la Palestina ai Tolomei e attraverso Antioco IV Epifane impongono la rinuncia ai sacramenti dell'unità, che erano l'osservanza della legge e la circoncisione, e causano l'insurrezione maccabaica. Come conseguenza di questa in-surrezione si costituisce di nuovo l'unità politica. I successori dei Maccabei, gli Asmonei nel 100 prima di Cristo, danno vita di nuovo ad uno stato. Con Erode non ci sono molti cambiamenti, ma nel 70 gli ebrei perdono tutto con i romani e nel 133 con la seconda guerra giudaica perdono anche Ge-rusalemme. Gli ebrei non possono risiedere nella città che viene chiamata Elia Capitolina e diventa ellenistica. Praticamente inizia la grande diaspora ebraica che durerà fino alla costituzione del nuovo stato di Israele nel nostro secolo ed al ricupero di una unità territoriale.

b) I Rapporti culturali

Da questo excursus storico emergomo tre fenomeni: la coesistenza del popolo con i popoli, la dipen-denza del popolo dai popoli, la sopraffazione degli uni sugli altri. La cosa più importante però sono i rapporti culturali. Come sono stati pensati, valutati alla luce della propria cultura e religione gli altri? Cerchiamo di scoprire come il popolo pensa e vede gli altri.

'1. La fede creazionistica.'
Un primo elemento importante nella cultura ebraica, a partire da Mosè, è il sentimento che il proprio Dio è il creatore del mondo. La fede creazionistica, collegata con la fede della elezione del popolo, fa sì che questo piccolo popolo si appropri del Dio universale. Si crea un rapporto particolare, straordi-nario, con l'elezione e l'alleanza, un rapporto di partnership. Israele, in forza di questa fede, non potrà mai guardare gli altri popoli come totalmente altri perché in comune hanno il Dio creatore. Soprat-tutto vi è la coscienza di una origine comune. Nella riflessione jahvista della tradizione del novecento prima di Cristo, nata con la monarchia di Davide e Salomone, la storia parte dal Dio creatore della umanità. La storia del popolo è la storia di un popolo al di dentro di altri popoli. Anche la tradizione sacerdotale successiva, nel cap.11 della Genesi espone la tavola dei popoli. La tradizione sacerdotale, che ha scritto il primo capitolo della Genesi, procede per genealogie attraverso nomi successivi. Al cap.1 c'è la ceazione, poi vi è la genealogia di Adamo e dei suoi due figli, quindi arriva a Noè e nel cap.11 vi è la tavola dei popoli con i figli di Sem, di Cam e di Jafet. Col cap.12 comincia la vicenda di Abramo che fa parte della tavola dei popoli: è un piccolo clan dentro la grande aggregazione semi-tica. Questo è importante perché, nelle vicende alterne della storia e delle inimicizie profonde, delle aggressività, Israele attraverso Abramo si collega a tutti i popoli, ha un'origine comune.

'2. Il Dio con noi.'
Il secondo sviluppo culturale, religioso, ideologico si fonda sull'esperienza dell'Egitto; anche se nu-mericamente limitata essa ha creato una comprensione enorme di ciò che sta all'origine della religione mosaica. Mosè è il padre della religione israelitica, però Paolo non gli si ricollega mai perché Mosè è l'inizio della particolarità, della specificità del popolo. Paolo si collega invece ad Abramo. Questo popolo fa in Egitto un'esperienza di oppressione, sperimenta un popolo oppressore e un proprio Dio schierato dalla sua parte, che si batte vittoriosamente contro l'altro popolo, il faraone. Il vis-à-vis di-venta un contrasto violentissimo che però non è fra popolo e popolo; il popolo di Mosè non è ag-gressivo, non combatte, fa tutto il suo Dio che per liberare l'oppresso fa violenza all'oppressore. Nel cap.15 dell'Esodo dove si parla del passaggio nel mare, Mosè dice: voi state tranquilli, credete in Dio e ci penserà lui. Il confronto violento, ma liberatore, è fatto da Dio. Il popolo non imbraccia le armi anche se vive nella consapevolezza che Dio è schierato dalla sua parte contro l'altro popolo. Questo schema del Dio a favore, Dio con noi, Emmanuel, contro gli altri, avrà uno sviluppo. Più che la storia sono importanti gli schemi mentali e la coscienza religiosa che si costruisce attraverso l'esperienza storica; Israele sperimenta il proprio Dio come liberatore, ma anche come vittoriosamente aggressivo nei confronti dell'oppressore.

'3. La tradizione deuteronomistica: la terra promessa solo per Israele.'
Con la terra appare un terzo schema. Fino a questo punto il popolo non ha una terra propria; sul piano storico ne va alla ricerca (secondo le tradizioni patriarcali la terra è promessa) e si infiltra negli spazi vuoti con qualche colpo di mano, ma anche pacificamente. Nella tradizione jahvistica, che ha raccontato con l'elohistica la storia nella edizione più antica, viene rappresentato un quadro neutro che riflette quanto è avvenuto e cioè che le tribù si sono infiltrate nella terra cananea in modo abbastanza pacifico. Nella riflessione successiva di Israele c'è uno sviluppo interpretativo. Soprattutto sotto Giosia, nella seconda metà del secolo settimo, si forma la tradizione deuteronomistica, ad opera di alcuni circoli gerosolomitani, provenienti dal regno del Nord dopo la sua conquista nel 721. Nasce così un'opera storica che va dal libro di Giosuè (ingresso nella terra) fino ai libri dei Re (crollo dello stato del Nord e situazione critica al Sud). Giosia (639 - 609 a.C.), approfittando del momento di eclissi degli Assiri, che poi infatti saranno spazzati via da neobabilonesi di Nabopolassar prima e di Nabucodonosor poi, vuole ricostruire lo stato davidico incamerando le regioni del nord, con mire imperialistiche. I circoli deuteronomistici offrono alla politica di Giosia la base ideologico-religiosa, sostenendo che quella terra è stata assegnata da Dio al suo popolo. Rielaborano perciò la storia dell'ingresso delle tribù nella terra e la documentano nel libro di Giosuè. Essi sostengono che la terra posseduta dai cananei non è loro di diritto, perché Dio dall'inizio ha stabilito che questa terra è delle tribù israelitiche. Quindi i cananei o accettano di servire, oppure devono essere allontanati con la forza. Il racconto dell'ingresso nella terra diventa così una conquista mano armata per diritto divino con lo sterminio dei cananei. Dal punto di vista storico non ci sono stati stermini, ma è la coscienza degli estensori deuteronomistici che elabora la versione della conquista militare sulla base della fede in un Dio che ha assegnato questa terra al popolo di Israele. Non si tratta più della violenza di Dio come era rappresentata nell'Esodo: ora ad un Dio violento si affianca un popolo violento che scende sul campo di guerra guidato da Giosuè per sterminare i cananei. E' una ideologia.
Nella tradizione più antica c'era la visione della promessa della terra, ma non si diceva in quale modo sarebbe stata donata. In realtà c'era stata una infiltrazione che veniva considerata l'adempimento della promessa. Con Davide, che fa guerra agli altri popoli e li sottomette, si ha uno sviluppo: la promessa della terra si adempie attraverso lo sterminio. I deuteronomisti suggeriscono a Giosia che fa benissimo a sterminare tutti coloro che si oppongono a questa realizzazione e retroproiettano la politica aggressiva sulle tribù mosaiche, sostenendo che la terra promessa, per volontà di Dio, stabilita sin dall'eternità, è di Israele e nessun altro ne ha il diritto. Il legame tra questa terra e questo popolo per la prima volta entra nel credo di Israele, diventa un elemento di identità del popolo. L'identità di questo popolo è andata allargandosi, non solo dal punto di vista etnico, religioso, politico, ma anche territoriale. Prima nessuno aveva da ridire che la terra fosse occupata anche dai cananei. Ora, nella coscienza, si sviluppa il desiderio di occupare la terra solo per se stessi. Il popolo, nel nuovo schema mentale, è contro gli altri popoli, un popolo vittorioso che rivendica la terra in esclusiva per diritto divino. L'evento storico è avvenuto molto prima, ma l'interpretazione si è avuta più tardi.
Precedentemente, quando Davide costituisce un piccolo impero conquistando militarmente una decina di popoli vicini e imponendo la circoncisione, la corrente jahvista, riflettendo sulla propria fede, interpreta la conquista come un segno religioso riguardante il rapporto tra il popolo e i popoli e sostiene che Dio vuole la salvezza degli altri popoli attraverso il popolo. All'interno della fede è interessantissimo questo fenomeno: il popolo di Dio è stato scelto da Dio per la salvezza di tutti i popoli.
Nella successiva tradizione deuteronomistica invece questo popolo è stato scelto contro gli altri popoli. Nel testo di Genesi 12,1 e ss., all'inizio della storia di Abramo, l'elezione è a favore dell'universalismo soteriologico del popolo di Dio: Dio non si accontenta di salvare il popolo, ma vuole salvare tutti i popoli. Abbiamo qualche obiezione da fare sulle vie storiche, ma la cosa importante sono gli schemi teologici che sono alla base e che influiscono. In questo testo Abramo (e quindi Davide) è una figura ideale di afflato universalistico, di unione dei popoli. Giosia invece, nella tradizione deuteronomistica, diventa una figura aggressiva nei confronti degli altri. Nel testo jahvistico della vocazione di Abramo Dio dice: "Vattene dal tuo paese (mesopotamico), dalla tua patria, dalla famiglia di tuo padre (Abramo viene sradicato dalla unità del suo popolo), verso il paese che io ti indicherò, farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione, benedirò quelli che ti benediranno e coloro che ti malediranno, maledirò, e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra". Qui non si usa il termine gôîm che era spregiativo, ma si usa il termine etnico "famiglie". E' una coscienza straordinaria, intorno al 900 prima di Cristo, ove la scelta di un popolo è a servizio di tutti i popoli. Non c'è la contrapposizione tra l'elezione di un popolo e gli altri, ma è un popolo a servizio degli altri. Noi diremmo: tu sei il sacramento della benedizione divina per tutti gli altri. Lo schema teologico è emerso dietro una riflessione sulla campagna imperialistica di Davide giungendo a questa grande apertura. Non vi è la contrapposizione tra popolo e popoli, ma vi è un popolo per tutti i popoli. Noi pensiamo alla religione ebraica come ad un insieme unitario, in realtà essa non è sempre la stessa, vi sono filoni di enorme diversità, che è importante cogliere come nascono, quali bisogni esprimono e come elaborano le interpretazioni di sé di fronte agli altri popoli.

'4. Il pacifismo della tradizione sacerdotale.'
La tradizione sacerdotale successiva, che segue di cinquanta anni l'esilio, fa una riscrittura del passato e quindi anche dell'ingresso nella terra. Secondo questa nuova descrizione l'ingresso è avvenuto pacificamente. La tradizione sacerdotale, che ha sperimentato la tragedia della distruzione di Gerusalemme e il fallimento della politica imperialistica aggressiva della monarchia, è del tutto pacifista. Nella riscrittura della storia l'ingresso nella terra è l'ingresso di una comunità religiosa che festeggia con i nuovi frutti la Pasqua. La tradizione sacerdotale non ammette alcuna violenza da parte del popolo contro gli altri popoli. La violenza è riservata a Dio che come giudice deve fare giustizia. E' una tradizione che ripensa la posizione del popolo nei confronti degli altri popoli sulla base di un assoluto pacifismo e che è polemica nei confronti delle altre tradizioni che hanno difeso la politica aggressiva della monarchia che ha portato alla catastrofe. Nell'esilio il popolo vive una nuova situazione con la perdita della monarchia, del tempio e della terra, contrassegno di identità. Il popolo si trova quindi con un minimo di identità all'interno dei gôîm, è loro schiavo dal punto di vista politico e sociale ed ha una prima reazione disfattistica: "tutto è finito per noi, per la nostra storia di popolo di Dio".

'5. Ezechiele: il futuro del popolo è nelle mani di Dio.'
Nel contempo sorge un'altra voce, quella di Ezechiele, un sacerdote del tempio di Gerusalemme che ha seguito gli esuli in Mesopotamia. Ezechiele ragiona in termini di colpa e di pena e afferma che non si tratta della fine, ma del castigo durissimo che Dio ha inflitto al suo popolo perché infedele. Lo stesso Dio però farà tornare il popolo nella terra, perché non la vuole dare vinta agli altri popoli, per onore del suo nome. Dice Ezechiele che Dio non può lasciare il suo popolo tra gli altri popoli ed esporsi così ai loro motteggi. Essi potrebbero dire: "che Dio è questo che lascia il suo popolo tra i pagani?" Dio perciò, a difesa del suo nome, libererà il suo popolo e lo riporterà nella terra per incominciare una nuova storia. Al cap. 37 Ezechiele usa addirittura la categoria della risurrezione delle ossa aride.
Il Deuteronomio, che si colloca un po' prima dei deuteronomisti, afferma che l'esilio è un mezzo pedagogico che Dio usa per far sì che il popolo riconosca il proprio peccato, si converta e possa così tornare nella terra; è uno strumento che Dio usa per far acquisire al suo popolo la coscienza del proprio peccato, per farlo ritornare alla fedeltà verso Dio e in questo modo ridiventare popolo nella terra. Invece in Ezechiele non c'è bisogno della conversione: fa tutto Dio, il futuro del popolo è completamente nelle mani di Dio che agisce per amore del suo nome. Il Sacerdotale, che ha fatto la grande sintesi storica, riprende Ezechiele e sostiene che l'esilio corrisponde alla morte come popolo, ma proprio nella morte emergerà l'azione di Dio che rivivificherà il suo popolo. Nella catastrofe Dio non abbandona il suo popolo e lo ricondurrà nella terra.

'6. Deutero Isaia: Israele come testimone di Dio fra i popoli.'
Un'altra voce interpretativa è quella del Deutero Isaia, un profeta anonimo in sintonia spirituale col grande Isaia, la cui predicazione è stata messa per iscritto nei cap.40-55. Chiamato anche profeta della consolazione, afferma al cap 42 dedicato al servo sofferente, che per Dio il servo è il popolo. Il profeta dice che l'esilio è un tempo non solo fecondo per il popolo, ma fecondo per i popoli in mezzo a cui vive. Il servo sofferente è il testimone di Jahvè tra i popoli: "Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui io mi compiaccio; ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo e luce dei popoli". Il popolo non ha una funzione missionaria, non annuncia nulla, ma è testimone di Dio in mezzo ai popoli. E' una delle categorie che prende consistenza e che alimenterà per secoli la riflessione di Israele circa i rapporti coi popoli. La tradizione ebraica non ha assunto in proprio la categoria della missione, come sarà invece per i cristiani. Nel periodo dell'esilio, nel 550 prima di Cristo, il rapporto, che era ancora indeterminato nello jahvista, viene specificato nel senso che il popolo è il testimone. L'azione salvifica che Dio conduce a favore di questo popolo è una luce per tutti gli altri popoli, che vedono nella esistenza del popolo la mano del Dio salvatore. Nella condizione quindi di debolezza estrema dell'esilio, il popolo scopre, secondo il filone del Deutero Isaia, la sua funzione di testimone, muto, ma eloquente perché l'azione di Dio rifulge.

'7. Naum e la vendetta.'
Nel tempo dell'esilio vi sono altre voci. Naum, un profeta che aveva assistito alla distruzione del regno del nord da parte degli assiri, compone un canto di violenza incredibile. Nel 612 e poi nel 609 cadono dapprima Haran e poi Ninive in mano ai neobabilonesi e quindi gli assiri sono sconfitti. Questo profeta di Israele dice: bene ti sta, è la sete della vendetta; Dio finalmente ha colpito l'oppressore. Il tema della vendetta è presente anche nel Salmo 137 contro Babilonia che nel 539 era stata conquistata da Ciro il grande e distrutta; il salmista esulta e considera beati quelli che prenderanno i bambini babilonesi e spaccheranno loro la testa contro la roccia. I rapporti fra il popolo e i popoli passano da uno spettro di reazioni che vanno da un estremo all'altro.

'8. I difficili rapporti con i samaritani.'
Nel post-esilio i pochi che tornano costituiscono pian piano una nuova comunità a Gerusalemme, una comunità religiosa senza unità politica, perché tutti dipendono dal grande impero persiano di cui sono provincia. Loro vicini sono i samaritani, eredi di coloro che erano rimasti nello stato del nord mentre la classe dirigente, deportata, si era dispersa. I pochi rimasti si erano uniti ad altri popoli lì fatti confluire dagli assiri. Si era così costituito un popolo misto che aveva conservato fondamentalmente la religione jahvista, ma con l'introduzione di altri elementi. Soprattutto questo popolo aveva perduto la purezza del sangue, etnica, motivo della successiva storia drammatica riguardante i rapporti tra giudei e samaritani. I giudei, soprattutto con Esdra e Neemia, avevano posto al centro la purezza etnica e religiosa; essendo pochi e circondati, avevano così affermato fortemente la propria identità. I samaritani perciò non vengono accolti dal popolo giudaico; il punto più alto di questo contrasto violento, nonostante la comune tradizione mosaica, il Pentateuco, si verifica quando i samaritani innalzano un tempio sul Garizim alternativo a quello di Gerusalemme che gli asmonei raderanno al suolo. Al tempo di Gesù i samaritani si prenderanno una rivincita perché, alla vigilia della Pasqua ebraica, alcuni si introducono nel tempio di Gerusalemme, spargono le ossa di morti e impediscono così la celebrazione della Pasqua. Sono due popoli fratelli che hanno avuto una storia lunghissima di violenze reciproche.
Dalla comunità che vive a Gerusalemme, con l'ansia dell'identità, si leva una voce profetica, riportata in Isaia 2 ss.. Non è il grande Isaia, né il Deutero Isaia, ma è un profeta successivo che guarda al futuro, non al presente. Egli dice che Gerusalemme diventerà il monte al quale arriveranno in pellegrinaggio i popoli per ricevere la legge del Signore. Gerusalemme era una città insignificante, di nessun peso politico, ed il profeta vede invece che essa diventerà il punto di attrazione. Ancora una volta la funzione di questo piccolo popolo è quella di essere testimone. Non sarà necessario predicare perché i popoli verranno, vedendo lo splendore di Gerusalemme sul monte santo di Sion, a ricevere da Israele, il piccolo popolo, la legge e la parola del Signore. Sarà un tempo di pace, precisa il profeta, perché Dio farà l'arbitro tra i popoli nelle vertenze. Non ci sarà bisogno delle guerre e ci sarà una pace cosmica. La funzione di testimone universale di Gerusalemme è posta nel futuro. Invece nel periodo presente Israele per affermare la propria identità si rinchiude per non essere assimilato dagli altri popoli.

'9. Giona: Israele come profeta di Dio tra i popoli.'
Contro questa chiusura prende posizione l'autore del famoso libretto di Giona.
Innanzitutto si afferma che il popolo non è chiamato ad arroccarsi nella difesa della propria identità di piccolo popolo, ma è chiamato ad andare ai popoli. E' un elemento nuovo perché finora Israele non era sollecitato ad assumere l'iniziativa, ma era Dio che con la sua azione faceva risaltare la luce. Col libro di Giona Israele diventa il profeta dei popoli, lascia la sua terra e va nella terra dei popoli. Giona vuole sfuggire al suo compito di andare, ma Dio lo prende per forza e lo manda a Ninive. Ninive a quel tempo era un cumulo di rovine, ma rappresentava il grande centro della potenza assira, sterminatrice, che aveva fatto schiavi tutti i popoli di allora. Nella coscienza di questo gruppo che sta alle spalle del libro di Giona, in contrasto con gli altri gruppi piuttosto settari, il popolo è chiamato ad essere il profeta di Dio presso i nemici. Gli assiri non sono un popolo qualsiasi, non sono uno dei tanti gôîm, sono il nemico per eccellenza. Il profeta viene condotto a forza da Dio a Ninive ed annuncia la parola: "o voi vi convertite o perirete tutti". Succede l'imprevisto, tutti si mettono a fare penitenza. Giona è arrabbiatissimo perché si aspetta, invece, nella sua ortodossia giudaica, che arrivi il meritato castigo di Dio. Giona si ritira e dichiara di voler morire, perché non può convivere con questo Dio che si cura dei nemici.
Nel dialogo finale tra Dio e Giona, il cui malumore sale al parossismo, sino a richiedere a Dio di poter morire, quando constata l'avvizzimento delle foglie del ricino all'ombra delle quali si era rifugiato, Dio dice: "ti preoccupi della vita di questa pianticella che ieri era viva e oggi è morta ed io non dovrei preoccuparmi delle centinaia di migliaia delle persone di Ninive e degli animali". Questo Dio, che Giona non può accettare, non dice: "se vi convertite vi do la vita". E' un Dio che non può sopportare la morte di tutti i viventi, è il Dio della vita. E' il custode di tutti i popoli ed anche degli animali, un custode incondizionato. Non custodisce la loro vita se sono buoni, ma è la loro vita che vale la sua cura. Al di là della conversione, al di là delle scelte, Dio è il custode della vita di tutti i viventi. Il popolo di Israele in questo libro è il testimone e il profeta del Dio della vita di tutti i viventi. Con il libro di Giona si raggiunge il vertice, lo stesso vertice che raggiungerà Paolo a partire da altre premesse. I popoli sono diversi e ciò è sottolineato dalla scelta di Ninive, il nemico per eccellenza, la città omicida; Dio, proprio il Dio di Israele, è preoccupato della vita dei niniviti, e si pone a difesa della loro vita. E' il Dio della grazia incondizionata.

'10. il movimento maccabaico: la difesa della tradizione religiosa.'
L'ultimo sviluppo avviene nel 175 con i Seleucidi, soprattutto quando è al potere Antioco IV. Alla morte di Alessandro Magno segue la spartizione dell'impero che era unificato in senso ellenistico con una lingua comune, la koiné dialektos, il greco. Questa unificazione rappresentava un fenomeno di interregionalismo politico e culturale straordinario. All'inizio Israele è toccato in successione ai Tolomei, che erano illuminati re dell'Egitto; sotto di loro, ad Alessandria, dove un sesto della popolazione era ebrea, era stata fatta la traduzione greca della Bibbia. All'inizio del II secolo prima di Cristo, i Seleucidi, che avevano il loro centro ad Antiochia di Siria, strapparono ai Tolomei la Palestina. Un capo di costoro, Antioco IV Epifane, il megalomane, che si credeva il "dio apparso", Zeus teofanico nel mondo, volle unificare il suo impero che comprendeva anche l'Asia Minore e l'Oriente. Oltre che a diffondere il greco come lingua, volle imporre anche la cultura greca con i suoi aspetti di culto del corpo, della forma, della bellezza, dello sport, sconvolgendo i riti religiosi all'interno di Israele. Si erano costruiti gli stadi dove i maschi gareggiavano nudi e dove pertanto la loro circoncisione appariva manifesta. Si creò una crisi fortissima di fedeltà alle tradizioni culturali e religiose. Le classi giovani rinnegavano le tradizioni dei padri perché infatuate della cultura greca. Inoltre Antioco IV volle imporre con la forza ad Israele lo sradicamento dalle proprie tradizioni sollevando un movimento di difesa impersonato dalla famiglia dei Maccabei. Per aderire all'ellenismo si chiedeva anche un'abiura religiosa, l'innalzare incenso agli dei, a Zeus ecc. Il padre dei Maccabei quando vide un connazionale che sacrificava sull'altare lo ammazzò insieme al funzionario politico e si diede alla macchia coi suoi figli, iniziando la ribellione, una lotta che durò alcuni decenni. Fu un'età di martirio perché molti rifiutarono di rinnegare la propria fede e si produsse un movimento di libertà di religione e libertà di coscienza, il movimento maccabaico. E' il popolo che difende se stesso contro gli altri popoli, non tanto sul piano politico quanto su quello culturale e religioso. Col procedere degli anni questo movimento diventa politico, trasformandosi in una lotta contro il dominatore per la conquista dell'autonomia ed indipendenza. Così, faticosamente, si costituisce di nuovo uno stato. Viene ristabilita l'identità fra il popolo di Dio e lo stato, impersonato dalla dinastia degli Asmonei, successori dei Maccabei. La dinastia degli Asmonei, verso il 40 prima di Cristo, sarà sostituita da Erode il Grande, un idumeo che darà inizio ad una propria breve dinastia. I romani, con Pompeo che interviene a Gerusalemme, domineranno sulla Palestina, lasciando comunque Erode come re sottomesso. Infine l'indipendenza verrà tolta dai romani stessi che imporranno la costituzione in provincia prefettizia o procuratoria, dipendente dalla Siria a sua volta provincia romana.
Ora la lotta maccabaica, iniziata con finalità religiose, si è poi trasformata in movimento politico. Dio è stato di nuovo inserito in un progetto politico. Il "Dio con noi" di nuovo trionfa nell'esercito maccabaico contro gli altri popoli.
Il popolo di Israele comprende sé e gli altri, secondo uno schema di tipo pendolare. E' una storia di circa mille anni, molto complessa, e molto stimolante per la varietà degli schemi che ci dice che la fede, la cultura, l'ideologia del popolo di Israele, imperniata su tre unità (un solo Dio, un solo popolo, una sola terra) ha seguito, a seconda della situazioni, forme interpretative complesse e contraddittorie. E' importante per noi riflettere, ripercorrere questa memoria viva, perché essa ci sostenga nella elaborazione dell'incontro nuovo con il domani e con tutto quello che ci aspetta.

Discussione

La bibbia una storia caratterizzata dalla diversità.

E' un'idea riduttiva considerare la Bibbia come la storia di un popolo unito che quando cambia lo fa in modo uniforme. E' una storia assai complessa e a volte contraddittoria, con molte differenziazioni e vari gruppi profetici. Le Scritture, non solo ebraiche, ma anche cristiane, sono legate alla concretezza e non ad un filo ideale condotto da Dio linearmente. Noi abbiamo fiducia che il cammino sia guidato in qualche modo ed emerga qua e là il meglio, però è un cammino accidentato, poliforme, contraddittorio. Sarebbe troppo semplice avere una fede in una luce chiara e convincente, sulla cui traccia tutti camminiamo. C'è un Dio unico in cui si crede, però la storia, gli eventi, creano nuovi problemi con soluzioni molto diverse. Questo ci deve far pensare al pluralismo dei nostri cammini; il cammino della fede è come il cammino umano, non è guidato dall'alto sulla strada maestra, ma si costruisce a contatto con le situazioni diverse. C'è qualche punto fermo, ma i cambiamenti vertiginosi e radicali fanno sì che anche i pochi punti fermi diano luogo ad interpretazioni diverse. E' molto educativa la lettura storica della Bibbia perché ci permette di cogliere il cammino della fede di questi primi nostri fratelli, molto accidentato, così come lo è il nostro cammino. Non siamo strappati dalla realtà per porci dentro a schemi ideologici prefissati; è la realtà che ci suggerisce diversi modi espressivi ed interpretativi della propria fede. Noi oggi siamo anche chiamati ad una valutazione degli schemi presenti nelle Scritture, tra schemi fecondi e positivi, e schemi aggressivi e di morte nel rapporto con i popoli.

Il rapporto ebrei - terra di Israele

Dobbiamo tenere distinte la valutazione politica e la valutazione religiosa. Non si può sindacare sull'anelito degli ebrei sparsi nel mondo da tanti secoli a trovare una terra, un focolare ed inoltre, sempre sul piano politico, si può valutare la scelta di tornare sulla terra dei loro padri, delle tradizioni, della identità. In quella terra ci sono altri popoli che nel frattempo si sono insediati. Si ripete la storia delle tribù con i cananei e l'avvenimento di allora avrebbe dovuto insegnare la possibilità di una coesistenza di due popoli sulla stessa terra.
Noi cristiani abbiamo difficoltà ad ammettere che un contrassegno di identità sia una terra piuttosto che un'altra. Nelle nostre radici non c'è la terra come contrassegno anzi per i cristiani vi era l'impegno a lasciare Gerusalemme per andare presso i popoli, come ha fatto Paolo. Il centro cristiano è la persona di Gesù risuscitato, non un luogo; così le pretese di Roma, di Costantinopoli ecc. sono indebite, perché per i cristiani non esiste il fattore localistico, anche se poi nella storia ha giocato questo elemento che non c'è nelle radici. Nella tradizione ebraica invece un fattore di identità è quella terra e noi non possiamo negare questo loro sentimento, ma solo chiedere che sia contemperato ai diritti degli altri. Nel dialogo religioso noi dobbiamo essere rispettosi della loro coscienza di avere come fattore di identità anche quella terra.

Funzione attuale dell'ebraismo

Nel 70 per gli ebrei è avvenuto un fatto traumatico che ha cambiato il corso della loro storia; con la distruzione di Gerusalemme si è creata la diaspora. Questa catastrofe si è verificata perché gruppi ristretti all'interno della società ebraica, di orientamento apocalittico, dominati da grandi sogni, ritenevano che il loro Dio fosse l'unico re che essi potessero riconoscere. Di qui la lotta contro i romani in nome di Dio, scatenando una guerra che era una pazzia. Hanno trascinato altri in questa lotta formando il movimento detto dei sicari, nato nei primi anni di Giuda il galileo. Era l'epoca di Gesù che ufficialmente, come galileo, apparteneva ai ribelli, ed anche per questo è stato condannato. Il movimento dei sicari, per una ideologia religiosa molto rigida, non ha accettato il fatto politico della dominazione romana, scatenando una guerra che ha travolto tutto, con la perdita di Gerusalemme e del tempio. Vi fu poi una seconda guerra, dal 132 al 135, sotto la guida di Simone bar Kochba, "il figlio della stella", che rabbi Aqiba aveva riconosciuto come il messia, e che terminò in modo ugualmente disastroso. In conclusione gli israeliti non poterono più mettere piede a Gerusalemme. Dopo il 70 il giudaismo, che precedentemente era multiforme, si è uniformato assumendo l'unica faccia farisaico-rabbinica. Si sono abbandonati i grandi sogni salvaguardando soltanto l'obbedienza e la testimonianza al mondo dell'unico Dio. Lì è nata la storia millenaria della diaspora ebraica che ha trovato, come identità propria, il Dio unico, non più la terra e l'identità politica. L'altra identità è l'osservanza dei comandamenti di Dio. Questo grande movimento è arrivato fino ad oggi conservando la propria identità all'interno di tutti i popoli pur avendo perduto l'unità linguistica. Noi cristiani dobbiamo riconoscere che questi sono i testimoni del Dio unico nel mondo, nell'obbedienza alla legge, alle prescrizioni, ed è un compito che continua, inalienabile ed insostituibile. Noi cristiani abbiamo scelto la missione, che è un'altra strada, la parola magica nostra è "evangelo". Noi dobbiamo riconoscere che essi sono i nostri fratelli maggiori, che nel 70 l'unico filone si è diviso in due: il giudaismo farisaico che continua con i testimoni anche sofferenti di Jahvè attraverso l'obbedienza, ed il filone cristiano che ha fatto suoi i grandi sogni. L'eredità della legge è andata agli ebrei e l'eredità apocalittico-profetica delle speranze del riscatto del mondo l'abbiamo assunta noi. Sono due funzioni diverse, ma anche complementari. Il dialogo deve portare al riconoscimento dell'identità specifica dell'altro; la nostra identità e la loro abbinate possono andare avanti insieme, anziché una soverchiare l'altra ed affermarsi come esclusiva. Siamo come due fratelli che hanno radici comuni e si sono spartiti i compiti, loro di testimoni muti dell'obbedienza quotidiana alla volontà del Dio creatore e noi sulla linea della evangelizzazione, ma non solo come proclamazione verbale, bensì, come dirà Paolo, di tutta la vita.

L'olocausto come è stato vissuto dagli ebrei

Per gli ebrei l'olocausto è una cosa spaventosa, che noi fatichiamo a capire, per quanto impressionati dalla cifra dei sei milioni di ebrei sterminati. Per loro l'olocausto, il rischio dell'estinzione totale, è stato un ribaltare tutta la loro religiosità, perché il loro Dio non ha mosso un dito. Dal punto di vista religioso, l'olocausto è stato così scandaloso che ha provocato una apostasia enorme nei credenti che non hanno più creduto e non possono più credere. Gli ebrei hanno risentimento nei confronti della nostra chiesa perché il Vaticano ha detto che ad Auschwizt c'erano anche cristiani, comunisti, i senza terra, senza capire cosa è stato l'olocausto per loro. Una delle leggi del dialogo è riconoscere la realtà come è vissuta dall'altra parte. Questo fa riflettere anche noi perché lo stesso Dio è anche il nostro e se non ha mosso un dito per loro, non muove un dito neppure per noi. E' un tema che ritorna nei nostri incontri: non un Dio onnipotente, il nostro Dio ed il Dio ebraico è un Dio debole. Certamente a noi fa più comodo un Dio onnipotente, che se appena vuole, ci trae d'impiccio, ma il nostro Dio non è così, e lì si è dimostrato in modo lampante. Una delle cose più impressionanti è che il motto dei nazisti, che hanno messo nelle camere a gas gli ebrei, era Gott mit uns, formula che è l'esatta traduzione dell'ebraico Emmanuel, il Dio con noi. Gli stendardi nazisti recavano come emblema proprio quel frutto maturo della coscienza del Dio con noi del grande Isaia, ribaltando il Dio con noi proprio contro gli ebrei. La storia degli ebrei ci colpisce e ci coinvolge anche perché il loro Dio è il nostro Dio e la loro Bibbia è anche la nostra.

Il Dio con noi, non contro gli altri

Una grande acquisizione della coscienza religiosa che si è espressa con Isaia è l'Emmanuel. Dopo Isaia questo schema del Dio con gli uomini ha subito delle modificazioni. Dapprima quando il noi è diventato settoriale o nazionale cioè quando il noi è identificato con una parte dell'umanità; e poi, in un secondo momento, quando il "con noi" viene giocato contro l'altro. Isaia aveva colto l'Emmanuel come afflato universale della fede; se Dio è con tutti non può essere contro nessuno. Nella bellissima rilettura di Matteo l'Emmanuel è Gesù, e, dice Paolo, Gesù è ebreo, ma è anche l'uomo, l'Adam. Se lui è segno vivente del Dio con noi, Dio è con tutti gli uomini, perché Gesù riassume tutta l'umanità. Invece nella storia cristiana il Dio con noi è stato tanto giocato contro "i nemici di Dio". Un altro meccanismo che avviene nella storia religiosa, su cui dobbiamo stare attenti è che si fanno passare i nemici del popolo come nemici di Dio ed i nemici di Dio come nemici dei credenti, cioè l'abbinare sempre, fare Dio a nostra immagine e somiglianza mentre è Dio che vuole noi a sua immagine e somiglianza. E' importante quindi la vigilanza critica affinché non si contrapponga il "con" al "contro", il "noi" agli "altri".

2. - La bibbia cristiana.

Come le prime comunità cristiane hanno vissuto il loro rapporto con i vari popoli

Le comunità cristiane al di dentro dei vari popoli.

La distinzione fra Bibbia cristiana ed ebraica è culturale. La Bibbia ebraica è stata scritta in ebraico - tranne il libro della Sapienza, che è stato scritto in greco - e riflette la storia del popolo di Israele; la Bibbia cristiana invece riflette la storia delle comunità cristiane. Dal punto di vista dogmatico, di fede, noi cristiani consideriamo, come gli ebrei, la Bibbia ebraica ispirata, così come la nostra. Per quanto riguarda il nostro tema, nell'Antico Testamento c'è un popolo che si fronteggia con altri popoli. Nella Bibbia cristiana, invece, mentre il popolo giudaico continua la sua storia e ci sono gli altri popoli, c'è la nuova realtà delle comunità cristiane le quali hanno una identità puramente religiosa. Sono comunità legate unicamente dal vincolo della fede, che vivono all'interno dei popoli e non costituiscono un popolo a parte. Vivono sia all'interno del popolo (dell'am), sia dei gôîm, dei gentili. In particolare le comunità, che all'inizio vivono in Palestina, si diffondono poi nel mondo mediterraneo in ambiente greco ed ellenistico, cioè nel mondo creato dall'impero di Alessandro Magno. Non sappiamo praticamente niente, per le origini, di comunità cristiane in Mesopotamia, in Oriente. Qualche cosa deve esserci stato perché in seguito appariranno. Non abbiamo notizie, ma solo tradizioni di alcuni apostoli che sono andati in India.
La comunità cristiana appartiene ai popoli e cioè all'interno della comunità ci sono cristiani di ogni popolo, ci sono giudei e greci. La varietà dei popoli è dentro la comunità cristiana.
La situazione del mondo di allora era tale che il rapporto fra i diversi popoli si vedeva dal punto di vista dei greci, popolo culturalmente dominante. Anche quando i romani estendono il loro dominio sulla Grecia, l'Egitto e l'Asia Minore, la lingua e la cultura dominante resta quella greca, tanto che a Roma le famiglie patrizie avevano una scuola privata in casa e chiamavano i didaskaloi dalla Grecia perché i figli imparassero il greco, lingua internazionale, ed anche la cultura greca. La paideia era l'educazione alla cultura greca, il modo di vedere, la filosofia, la letteratura greca. Da questo punto di vista il mondo di allora si divideva in greci ed in barbari.
Quando però i romani diventano molto importanti dal punto di vista politico, essi si ritagliano una loro posizione; Cicerone divide il mondo in tre: l'Italia, la Grecia "et omnes barbari". I romani escono dal mondo dei barbari.
Dal punto di vista religioso, invece, il mondo veniva diviso secondo l'ottica dei giudei: gli ebrei e tutti gli altri, il popolo ed i gôîm. Paolo scrive nell'ambito di questa cultura, scrive greco, è ebreo e non è un "barbaros". Quando Paolo scrive la lettera ai Romani, famosissima e di enorme incidenza, tanto da essere all'origine del protestantesimo, dice di essere debitore ai greci e ai barbari, ai sapienti ed agli inintelligenti. Culturalmente si sente greco, però come giudeo dice di essere venuto a portare il vangelo. Rom 1,16: "Io non arrossisco di vergogna per il Vangelo perché è potenza di Dio per la salvezza riguardo a chiunque creda, al giudeo e ai gentili". Sempre nella lettera ai Romani dice che sono peccatori sia gli incirconcisi e che i circoncisi. Paolo è uomo che vive le differenze, le diversità, le fratture del mondo di allora da un punto di vista privilegiato, essendo greco sul piano culturale e monotesista su quello religioso. Questo è interessante perché Paolo, inserito nella cultura greca, come teologo rovescerà il quadro, relativizzando le polarità. Il greco invece si identificava nella sua cultura ed identificava quelli che non erano di cultura greca come "barbaroi". Non sono definizioni artificiali, dipendono da una valutazione, per cui sono privilegiati quelli che hanno la cultura greca ed handicappati gli altri. Così dal punto di vista giudaico è qualificante l'elemento religioso. L'intuizione di Paolo è che le comunità cristiane sono gettate tra i popoli come un seme nel campo e quindi sono relativizzate le identità etniche, statuali, politiche e culturali. Nel mondo di allora soprattutto la polarizzazione fra giudei e gentili era molto forte; i gentili odiavano gli ebrei e ciò spiega i pogrom. Per es. nel 37 d.C. ad Alessandria d'Egitto furono uccisi migliaia di ebrei, nonostante la famiglia di Cesare, di Augusto, difendesse molto gli ebrei del mondo mediterraneo. D'altra parte però anche i giudei disprezzavano, dall'alto della loro superiorità religiosa, i gentili. Nei Vangeli si incontra l'epiteto rivolto ai gentili di cani. Nello stesso Paolo, i gentili sono definiti sempre come gli idolatri, che non conoscono Dio e che hanno una moralità sessuale molto bassa, pieni di vizi. I rapporti quindi erano molto tesi, aggressivi. C'erano diversità che davano luogo a fratture.
Le comunità cristiane dentro i popoli non facevano riferimento ad una identità particolare: non si identificavano in un popolo, non in una terra, non nella stirpe, non nell'etnia, non nella lingua. Le comunità palestinesi di Pietro e di Giacomo avevano una cultura giudaica, le comunità paoline e le altre fuori dall'ambito palestinese parlavano greco pur essendo composte di giudei. Poi in un secondo tempo entrarono anche i gentili. La comunità cristiana è una mescolanza di razze, di lingue, di culture, di tradizioni religiose; l'omogeneità che tiene insieme barbari, greci, circoncisi, incirconcisi, il solo elemento di unità, è la fede in Cristo morto e risorto, che è un elemento transculturale. La fede può essere condivisa senza rinunciare alla cultura di appartenenza; è una esperienza di vita incarnabile in diverse culture, in diverse lingue, in diversi territori, in diversi popoli. E' la fede che Dio è intervenuto in modo definitivo in Cristo morto e risorto, e questo costituisce la nuova rivelazione di Dio.

Le vicende delle prime comunità cristiane

Come hanno vissuto le comunità cristiane il confronto con la pluralità delle culture e dei popoli?

le comunità palestinesi

Un primo aspetto, anche da un punto di vista cronologico, è che le comunità palestinesi erano monoculturali, monoetniche, parlavano aramaico, ed erano composte da circoncisi e da giudei che appartenevano all' 'am. Esse si ponevano di fronte ai gentili, ma vivevano all'interno del mondo giudaico. Non avevano neppure sinagoghe distinte, erano una setta in senso tecnico. Di fronte ai gôîm avevano un atteggiamento passivo e cioè stavano ad aspettare che i pagani venissero a Gerusalemme. Interpretavano le Scritture di Isaia e del Deuteroisaia dell'attesa dei tempi ultimi come realizzate in Gesù. Era perciò venuta l'ora del pellegrinaggio dei popoli, dei gentili a Gerusalemme per accettare la parola di Dio e poi il Vangelo. La clausola richiesta era che i gentili dovessero circoncidersi. Quelle comunità cristiane non avevano rinunciato alla identità etnica giudaica. Perciò i gentili potevano recarsi a ricevere la salvezza, entrando a far parte della comunità, previa giudaizzazione. L'incirconciso doveva diventare circonciso. L'identità della prima comunità cristiana non è data solo dall'elemento transculturale della fede, ma anche dalla circoncisione, cioè dall'eredità giudaica. E' una soluzione universalistica, ma in linea con la tradizione giudaica.

il gruppo di Stefano

Questo quadro iniziale si modifica con il gruppo di Stefano costituito da giudei convertiti al cristianesimo, di lingua greca, residenti a Gerusalemme. Per un pio giudeo della diaspora, infatti, era molto importante morire a Gerusalemme. Negli Atti degli Apostoli, al cap.7, si parla di una semplice baruffa, perché Luca, che è un uomo di pace, non vuole dare l'impressione che i cristiani litigassero. In verità c'è stato un duro confronto. Luca dice che, poiché le vedove giudeo-cristiane di lingua greca erano trascurate, sono stati eletti i diaconi perché si occupassero del problema. In realtà si sono costituite due comunità: i giudei di lingua greca, ellenisti culturalmente, si sono staccati dai giudeo-cristiani barbari. Hanno in comune l'elemento religioso, ma si differenziano dal punto di vista culturale linguistico. A Gerusalemme ci sono quindi due comunità, quella apostolica di lingua aramaica, monoculturale, e l'altra di lingua greca. Questa seconda comunità della diaspora considerava di minore importanza le ritualità alimentari, rispettate in modo molto rigoroso dagli altri. Nella diaspora si è verificato, infatti, un processo di eticizzazione della esperienza religiosa, cioè quello che è importante è la fedeltà morale ai comandamenti di Dio, mentre in secondo piano passa l'elemento ritualistico. Il gruppo di Stefano subisce la persecuzione di Erode Antipa e poi di Erode Agrippa, mentre la comunità monoculturale degli apostoli procede più tranquillamente per la propria strada. E' la sinagoga a non riconoscere più questo gruppo liberale. Stefano subisce il martirio ed i suoi seguaci scappano.
Alcuni vanno ad Antiochia di Siria, che dista da Gerusalemme circa 300 Km., e qui si rivolgono ai pagani. Cominciano la missione e consentono ai pagani che credono in Cristo di entrare nella comunità, ma senza imporre la circoncisione. I gentili restano gentili, e a loro si domanda solo l'adesione di fede che è un elemento transculturale. Questa novità si trova in 1 Tessalonicesi 1, 9-10, dato che Paolo si inserisce in questo gruppo di Stefano. Paolo dice: "raccontano come ci avete accolti quando noi (Paolo, Sila, Timoteo) siamo venuti in mezzo a voi come voi vi siete allontanati dai falsi dei per servire il Dio vivo e vero e per aspettare dai cieli il Figlio suo, colui che egli ha risuscitato dai morti, Gesù che ci salverà". L'identità cristiana in questo testo è Gesù di Nazareth risuscitato, anzi in primo piano vi è l' "aspettare dai cieli il Gesù venturo", cioè l'elemento determinante dell'identità cristiana è la speranza. La fede è sottintesa perché Gesù è il venturo in quanto è il risuscitato. La fede cristiana è nata come fede nel risorto e si è subito colorata di speranza nel venturo perché c'era la grande attesa della parusia, della fine del mondo vicina. Quindi il gruppo di Stefano introduce due grandi novità, la missione e l'immissione degli incirconcisi a pari condizioni nella comunità dei circoncisi: nasce la comunità mista la cui unica identità è la fede e la speranza. La salvezza, che Dio persegue in Cristo, di tutti i popoli, avviene per mezzo della evangelizzazione. La comunità cristiana ha un aspetto fondamentale ed essenziale di tipo missionario perché la salvezza possa arrivare a tutti; questo elemento nuovissimo è strutturale e soprattutto non richiede mutamento culturale: vengono accolti i diversi come diversi.

contrasti e concilio di Gerusalemme

Questa novità di Antiochia ha suscitato grandi reazioni dando luogo al terzo momento. Sorgono discussioni e contrasti perché la comunità aramaica di Gerusalemme aveva buoni motivi per dire che questa prassi era sbagliata dato che Gesù era un circonciso. Inoltre c'era il peso della tradizione; per i cristiani di Gerusalemme fede monoteistica, circoncisione e norme alimentari formavano un blocco unico. La teologia era fortissima: la circoncisione era il segno dell'alleanza. La prassi della chiesa di Antiochia viene così messa sotto processo. Nel frattempo ad Antiochia era arrivato Paolo, invitato da Barnaba, un giudeo cristiano di Cipro di lingua greca. La comunità di Antiochia manda una sua delegazione a Gerusalemme a giustificarsi, a legittimare la propria prassi missionaria e sceglie come delegati Paolo e Barnaba. Paolo non ha inaugurato la nuova prassi, ma ne è stato il teorico riuscendo a giustificarla sul piano teologico, contrastando la teologia tradizionale della chiesa di Gerusalemme. Il concilio è giunto a noi in due versioni, una negli Atti degli Apostoli al cap.15 e una in Paolo, con qualche diversità. La conclusione è che la chiesa di Gerusalemme accetta che i pagani entrino nella comunità senza farsi circoncidere. Il problema sembra risolto.

problemi della comunità mista di Antiochia

C'è però un quarto momento in un tempo successivo. Mentre a Gerusalemme la comunità è di tipo monoculturale, ad Antiochia, invece, nasce un nuovo tipo di comunità mista e sorgono problemi di coesistenza, come, per esempio, il mangiare a tavola. I gentili mangiano di tutto, gli ebrei non possono. Nel frattempo Pietro era giunto ad Antiochia ed un gruppo di integralisti di Gerusalemme, che pure si trovavano ad Antiochia, avevano messo sotto accusa Pietro perché, pur essendo giudeo, si era messo a mangiare di tutto a motivo della commensalità. Pietro non seppe rispondere alle argomentazioni e si ritirò pian piano "ipocritamente", come dice Paolo, non partecipando più alla tavola comune. Paolo si infuria perché vede in questo atteggiamento una violazione di libertà, una suddivisione fra cristiani di serie A e di serie B. La soluzione proposta da Barnaba di non mangiare alcuni cibi con una astensione rispettosa delle regole dei tradizionalisti, e quindi una mediazione pragmatica, non soddisfa Paolo che insiste sulla libertà. Paolo vedeva le cose dal punto di vista dei principi, Barnaba e Pietro si preoccupavano di non disturbare i giudei osservanti. Paolo ha perduto la battaglia e ha dovuto andarsene da Antiochia che si era schierata sulla soluzione intermedia della pacifica coesistenza. Questa era anche la soluzione di Giacomo che era diventato il capo.

le comunità fondate da Paolo

L'ultimo passaggio è opera di Paolo che rompe con tutti gli altri e fonda una comunità prima in Galazia, formata da soli gentili, da celti, che non parlavano greco, poi a Tessalonica che era colonia romana, quindi a Berea e a Corinto, tutte comunità in prevalenza costituite da pagani. Con Paolo è andata avanti una prassi missionaria di libertà, di accettazione. Le comunità da lui fondate sono costituite da proseliti monoteisti che restavano incirconcisi e che osservavano i comandamenti della legge generale, i comandamenti di Noè, prima del Sinai. I gentili che hanno costituito la maggioranza delle comunità paoline erano una nuova configurazione, la cui cultura era greca. Il contributo più alto di Paolo è sul piano teologico. Paolo ha detto che davanti al Dio di Gesù Cristo, rivelazione escatologica, avviene una parificazione di tutti i popoli, di tutti gli uomini. Restano le differenze culturali, ma davanti a Dio tutte le diversità sono depotenziate, non sono l'elemento qualificante dell'uomo di fronte alla salvezza, perché Dio è imparziale. Paolo aveva una capacità incredibile perché riusciva a cogliere elementi a favore della sua tesi anche nell'Antico Testamento e nella tradizione ebraica. Paolo diceva: noi abbiamo sempre detto che Dio è un giusto giudice, che rende il bene a chi ha fatto il bene e il castigo a chi ha fatto il male. Questo elemento centrale nella teologia giudaica viene da Paolo modificato. Dio è imparziale non nel senso del giudizio, ma nel senso della salvezza. Dio vuole la salvezza di tutti gli uomini imparzialmente, sul piede di parità, cioè non c'è nessun privilegiato e non c'è nessun handicappato. Tutte le diversità fra gli uomini non sono elemento qualificante della salvezza; l'unico è la fede, che è possibile al giudeo restando giudeo, al gentile restando gentile, al barbaro restando barbaro e al greco restando greco.

tutte le diversità sono depotenziate. solo la fede è necessaria per la salvezza

Alcuni testi della lettera ai Romani sono straordinari per lucidità. "Il Dio di Gesù Cristo si è rivelato così" dice Paolo; Paolo afferra l'elemento centrale della fede: Dio ha risuscitato il crocifisso e questo intervento di Dio è determinante per la sua azione riguardo all'umanità. Basta aderire a Gesù Cristo e noi siamo nella salvezza. In Rom 1,16-17 Paolo dice: io non mi vergogno del Vangelo perché il lieto annuncio è una forza, una potenza. Per Paolo la parola non ha soltanto un valore noetico, per la mente, la "nus", l'intelletto, cioè l'annuncio non è soltanto un fenomeno di notificazione, ma la parola è una "dunamis", è una forza che attira l'ascoltatore ad accogliere quello che significa il fatto, a coinvolgere l'ascoltatore dentro l'evento, per cui Dio che risuscita Gesù Cristo risuscita l'uomo dalla morte e dal male. E' la potenza di Dio per la salvezza di chiunque creda. La fede è aperta ugualmente al giudeo e al greco. In Rom 3,21 Paolo dice: "ora, senza la legge...". Per Paolo la legge introduceva un elemento culturale, che è parziale e che divide l'umanità. Paolo toglie le fratture non nel senso che abolisce le differenze, ma nel senso che immagina una aggregazione al di sopra delle differenze. Dio si rivolge all'uomo perché è uomo, è una persona. La condizione della salvezza, che non è qualcosa di meccanico, è un elemento personale e perciò vale per tutte le persone ugualmente. La fede è un'adesione della persona. Per Paolo l'apocalisse ultima avviene già in Gesù Cristo, perché in lui si è rivelata la giustizia di Dio. Dice: "Si è rivelata la giustizia testimoniata dalla Scrittura e dai profeti, giustizia di Dio mediante la fede in Gesù Cristo riguardante tutti i credenti" . In senso tecnico occorrerebbe tradurre: tutti, a condizione che credano. Rom 3,28-29: "noi riteniamo che qualsiasi uomo sia giustificato mediante la fede, al di fuori delle opere della legge. Dio è forse solo il Dio dei giudei? Non è forse anche il Dio dei gentili? C'è un unico Dio il quale giustificherà la circoncisione a causa della fede e l'incirconcisione a causa della fede".
Nel cap. 4 affronta la questione di Abramo. Le affermazioni teologiche allora si giustificavano a colpi di Bibbia, essendo la Scrittura la base comune. Gli altri dicevano: "Abramo si è circonciso e Abramo è etnicamente nostro padre". Paolo ribatte: "noi leggiamo nella storia della Genesi che Abramo ha ricevuto la promessa (cap 12) e che è stato giustificato (cap.15) perché ha avuto fede. Solo nel cap 17 si dice che Abramo si è circonciso. Abramo perciò è stato giustificato non da ebreo circonciso, ma da pagano". Abramo è padre dei giustificati incirconcisi perché tale era a quel momento. Da un certo punto di vista Abramo è più dalla parte dei gentili che non dalla parte dei giudei. Allora dice Paolo: è padre dei molti popoli, di tutti i popoli. Paolo strappa l'arma agli avversari con questa cronologia. Inoltre evidenzia come la benedizione, la promessa venga data al discendente di Abramo, termine al singolare, dunque non ai giudei, ma a Gesù Cristo, per cui bisogna aderire a Gesù Cristo per essere il figlio di Abramo. Il ragionamento di Paolo sposta l'accento dal piano etnico al piano della fede. In Rom. 10,10-13: "dice infatti la scrittura: chiunque crede in lui non dovrà arrossire di vergogna, non c'è disparità tra giudeo e i gentili. Lo stesso Signore è il Signore di tutti che è ricco verso tutti quelli che lo invocano" cita il testo di Gioele: "chiunque avrà invocato il nome del Signore sarà salvo". L'invocazione è un fatto personale transculturale, come la fede, e la salvezza dipende solo da questo.
In Rom11,32: "Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza". Paolo deduce che se tutti sono chiamati ad essere salvati, vuol dire che tutti sono nel peccato; tutti perduti, ma nel progetto di Dio, tutti salvati. L'ebreo non ha un concetto di natura come realtà a se stante retta da forze immanenti ed anche Paolo come uomo del tempo attribuisce tutto all'influsso di Dio. Quando nel cap.12 deve fare l'esempio dell'organismo umano per la comunità dice: Dio ha posto diverse membra nell'organismo e nel cap.15, quando deve dimostrare la diversità tra i corpi risorti e corpi non risorti, fa un esempio usato nel rabbinismo del tempo del seme che viene gettato nella terra e muore. Mentre per noi nella nostra concezione naturalistica il seme muore ma sprigiona energie che fanno crescere una pianta, secondo lui Dio fa morire del tutto il seme e crea una pianta nuova. Per Paolo la risurrezione è una nuova creazione, è in discontinuità con l'esistenza nostra attuale. Ancora Rom 11,32: "Dio ha rinchiuso tutti nella disobbedienza e incredulità, per poter avere misericordia di tutti": imparzialità di grazia, del dono. In Galati 3,28 dice:"in Cristo non c'è né maschio né femmina, né schiavo né libero, né giudeo né gentile", le diversità non sono negate, ma giudicate, valutate ininfluenti ai fini del destino di vita e di morte dell'uomo. Invece ancora oggi assistiamo a fenomeni come il nazionalismo, il razzismo, le etnie per cui il legame di sangue assurge ad elemento definitivo, che definisce la persona. Paolo, nel mondo di allora, dove le differenze erano determinanti per l'identità, relativizza, depotenzia le diversità, le dichiara ininfluenti ai fini del destino di vita e di morte. Il solo elemento influente è la persona. Paolo erige ad elemento determinante l'essere uomo. Le diversità umane, che pure esistono, non sono determinanti. La possibilità data all'uomo di adesione di fede al Dio di Gesù Cristo è donata per grazia ed è aperta allo stesso modo al giudeo ed al gentile, al greco e al barbaro. Paolo, al di là della sua azione teologica, conserva un valore culturale estremo quando depotenzia i fattori di identità etnica, territoriale, culturale, politica per cui Paolo, nella storia umana, è colui che mette al primo piano, come fattore di identità dell'uomo, l'essere persona, e tutto il resto è accessorio. In Italia nei prossimi anni noi avremo il problema drammatico della coesistenza di persone molto diverse e dovremo riuscire, come crescita culturale, a considerarci soprattutto persone, noi e loro. L'elemento che ci divide e ci distingue è accessorio, ciò che ci unifica è l'elemento determinante, decisivo, l'essere uomo, persona vocabile dal Dio di Gesù Cristo, e vocata. Poi alcuni seguono ed altri non seguono, ma ciò che accomuna tutti è la parificazione dell'opportunità alla salvezza per grazia. Questo è il punto a cui si è arrivati attraverso la lunga storia, perché già vi erano grandi aperture per es. in Giona fino a questa soluzione a cui ha dato un contributo fondamentale Paolo, giudeo di lingua greca, uomo dei due mondi, in questa percezione religiosa dei fattori unificanti in opposizione ai fattori della potenzialità discriminante. Paolo nel cap.14 della 1 Corinti dice: "chissà quante sono le lingue degli uomini"; la realtà si presenta sfaccettata e la varietà è segno di ricchezza. Paolo ha un duplice merito, teologico perché ha dato una soluzione, e culturale in genere perché, vivendo in una umanità fratturata, ha cercato un elemento unificante e l'ha trovato in questa sua teologia della salvezza che, sul piano culturale per i non credenti, si può tradurre nella unificazione in un fattore più elevato delle diversità che è il fattore della persona, dell'uomo.

Discussione

discontinuità tra Gesù e Paolo?

D. Dato che Gesù si è rivolto intenzionalmente solo al popolo di Israele si può parlare di discontinuità tra Gesù e Paolo?
R. Gesù aveva intuito il Dio di imparzialità di grazia. Nel testo di Matteo 5,45-48 c'è la giustificazione dell'amore dei nemici, quindi dei diversi, "affinché diventiate figli del Padre vostro il quale sta nei cieli, poiché egli fa sorgere il suo sole su cattivi e buoni, fa piovere su giusti ed ingiusti". Il Dio di Gesù Cristo è asimmetrico: di fronte ai buoni è buono, di fronte ai cattivi è ugualmente buono. Gesù era un ebreo, un barbaro, non parlava greco, mentre Paolo ha ragionato in termini di risurrezione di Gesù. Gesù ha avuto sul piano delle grandi intuizioni l'imparzialità ed addirittura la parzialità di grazia nei confronti di quelli che non lo meritano, ha rovesciato la parzialità di Dio nei confronti del suo popolo, e così quelli che avevano lavorato un'ora sola ricevono la stessa remunerazione di chi aveva lavorato tutto il giorno. C'è questa intuizione. Paolo viene dopo ed ha l'asso nella manica dell'intervento di Dio a risuscitare il crocifisso, il maledetto. Se avesse risuscitato i buoni si sarebbe detto: Dio risuscita i buoni e basta, ma se risuscita la feccia allora sono dentro tutti, nessuno escluso. Ci sono intuizioni molto forti in Gesù che tuttavia non era teologo. L'elemento nuovo di Paolo non sono però solo le sue capacità di teologo, ma la fede nella risurrezione del maledetto in nome della legge. Paolo ha affrontato il problema come si poneva nei termini di allora e da greco, quindi da privilegiato; se la soluzione fosse venuta dall'altra parte sarebbe potuta essere una soluzione consolatoria, invece è venuta da parte del forte. Nel cap.3 degli Efesini dice "io ero un santo però ho considerato questo spazzatura quando ho incontrato Gesù Cristo" perché ho incontrato un'altra scala di valori.

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