Incontri di "Fine Settimana"

chi siamo

relatori

don G. Giacomini

programma incontri
2017/2018

sede incontri

corso biblico
2017/2018

incontri anni precedenti
(archivio sintesi)

pubblicazioni

per sorridere

collegamenti

rassegna stampa

preghiere dei fedeli

ricordo di G. Barbaglio

album fotografico

come contattarci

"...E non sapete distinguere i segni dei tempi?" (Mt 16,3)

Le scritture e la crisi: tra giudizio e opportunità

sintesi della relazione di Lidia Maggi
Verbania Pallanza, 10 marzo 2012

Quando mi è stato proposto di fare questo intervento, sono andata a riguardare tutto ciò che nel passato avevo scritto sulla crisi (ad es. ai tempi di Cernobyl, degli F 16, della guerra del Golfo...), e mi sono resa conto che era tutto datato. Se nel passato la preoccupazione era quella di rendere consapevoli di una crisi coloro che non la volevano vedere o che la negavano (tutta la tradizione profetica va in questa direzione, ricordate Geremia: "dicono 'Pace, pace', ma pace non c'è"), adesso noi rischiamo di parlare di crisi solo perché è di moda. Oggi dobbiamo fare la fatica di strappare il discorso sulla crisi dal conformismo, dal già sentito.

Crisi: discernimento, cambiamento di direzione, ma anche rottura

Ho visto che già dal relatore del primo incontro vi è stato spiegato da dove deriva la parola crisi, che contiene l'idea del discernere e del cambiare direzione. Io aggiungerei anche l'elemento della rottura: la crisi ha a che vedere con qualcosa che si incrina, con un elemento che interrompe una situazione pacifica e ci costringe a decidere, a riconsiderare un equilibrio acquisito che si è perduto.

nella vita biologica

Crisi e cambiamento fanno parte della biologia, della vita. Già il primo atto che ci riguarda, il nascere, ha a che vedere con una crisi: quella che richiede una separazione del bambino e della madre, un riassestamento di alcuni equilibri all'interno della famiglia... Ma guai se non ci fossero quella crisi e quel cambiamento, significherebbe che non c'è vita.

nella vita del popolo di Israele

E anche tutta la Scrittura è percorsa dal linguaggio della crisi. Anzi, la stessa riflessione biblica nasce dalla crisi ed è sviluppata in retrospettiva. Si riflette su Dio e sul proprio vissuto a partire da un momento particolarmente critico della vita di Israele, l'esilio. La storia che noi leggiamo non scorre cronologicamente come un album di famiglia, ma nasce in uno sguardo retrospettivo. È a partire dalla prospettiva dell'esilio babilonese che Israele ripensa la sua identità, elabora e chiarifica il suo dire su se stesso e su Dio. Al termine della sua parabola politica, Israele si ripensa alla luce dei fallimenti. Ed è quindi il pensiero dell'esilio che ci ha permesso di avere una riflessione così intensa su Dio, sulle relazioni umane e su Israele.

non "la" crisi, ma "le" crisi

Per contrastare la retorica sulla crisi oggi, bisogna parlare di crisi al plurale.
Nel linguaggio corrente, ad esempio, posso dire che "sono in crisi" per comunicare una situazione di malessere. Se crisi è il momento della decisione e della svolta, "sono in crisi" vuol dire che mi trovo nella necessità di ritrovare un nuovo equilibrio, di riconfigurarmi alla luce di quanto è successo nella mia vita.
Ma non basta. Ci sono tante crisi diverse, che hanno ragioni e soluzioni differenti.
È opportuno farne una carrellata, perché il primo requisito per acquisire uno sguardo profondo sulle crisi è quello di narrarne la storia e di cercare le motivazioni che hanno portato a quella situazione, come ha fatto ad esempio il relatore che mi ha preceduto che ha parlato di tre tempeste.
Accenno ora ad alcune crisi che leggiamo nella Scrittura.do.

crisi nella Bibbia

Nei primi 11 capitoli della Genesi, Israele ci narra, attraverso un linguaggio mitico, gli inizi dell'umanità, un'umanità che precipita in una serie di crisi successive. Sono inizi universali: la nascita del creato, la formazione dell'essere umano, come uomo e donna; il sospetto della prima coppia nei confronti di Dio; il disturbo esterno, cioè il serpente; il primo omicidio (un fratricidio, sorto da un atto di invidia, dalla paura che l'altro ti possa prendere un posto che è tuo); la parabola di un Dio che entra in crisi, perché il suo progetto non sembra corrispondere a quanto aveva sognato (lo scarto tra il desiderio e la realizzazione). E poi il mito di Noè, che affronta il tema della giustizia, del perché Dio non interviene per risolvere tutto il male del mondo.

La Scrittura non ha paura a fare emergere i nostri sospetti su Dio. È soprattutto nei salmi che troviamo questo linguaggio, questa domanda angosciosa: Signore perché te ne stai lontano e non rispondi? Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato? Perché il malvagio prospera e il giusto perisce? Fino a quando, Signore, tarderai a fare giustizia? Questi salmi dicono la disperazione del sofferente, la passione per la giustizia, ed esprimono anche un sospetto su Dio, che mette in crisi il credente.
Questo sospetto è molto ben rappresentato da una parabola coraggiosissima di Gesù, il quale, in Luca 14, per insegnare che bisogna pregare incessantemente, racconta la parabola del giudice ingiusto e della vedova, della vedova che chiede giustizia al giudice ("fammi giustizia o Dio") e del giudice che non la vuole ascoltare poiché non teme né Dio né gli uomini. La vedova ottiene giustizia solo per sfinimento del giudice, che le concede quello per cui intercede al fine di non essere più importunato. La conclusione di Gesù: "se la vedova insistendo ha ottenuto giustizia, volete che Dio non risponda alle richieste dei suoi figli?"

È una parabola terribile che mette in scena il nostro sospetto, che Dio sia un giudice ingiusto, che non gliene importi niente degli uomini. E poi Gesù prosegue: ma il figlio dell'uomo troverà la fede quando tornerà sulla terra? Ma di quale fede parla? Quella in un Dio giudice ingiusto che non vuol fare giustizia?
Il fatto è che in quella parabola ci sono tanti giochi, per cui non si capisce chi svolge un ruolo piuttosto che un altro: e se Dio fosse quella vedova che non ottiene giustizia, e voi foste quel giudice iniquo? Come nel gioco delle sedie che facevamo da bambini, fermandoci quando la musica si interrompeva e scoprendo solo allora la nostra posizione: Dio è il giudice o la vedova? e io, sono la vedova insistente e appassionata di giustizia, o il giudice indifferente non responsabile della giustizia nel mondo?

Babele

Delle tante crisi che ci vengono presentate nei primi undici capitoli della Genesi, l'ultima è quella della costruzione della torre di Babele. È la crisi dell'omologazione, della fusione, che diventa poi confusione nell'ironia di Dio.
Nel linguaggio simbolico della Bibbia, la creazione nasce da un atto di separazione: Dio separa il cielo dalla terra, le acque dalla terraferma... Anche la nascita dell'essere umano è separazione: del bambino dalla madre.
Babele è il mito dove le cose si confondono, è il caos, l'omologazione e la morte. Nell'immaginario biblico la possibilità di esistere è soltanto nella dispersione, nel senso di possibilità di espandersi. Mentre il momento dell'implosione porta alla morte.
Al termine dei primi 11 capitoli della Genesi, Dio ha ristabilito le cose attraverso il gioco delle diverse lingue, ma ci lascia pieni di interrogativi sul destino dell'umanità: come Dio aiuterà l'umanità a camminare nella giustizia, a trovare la giusta strada.

Abramo

Ed ecco che a questo punto entra in scena Abramo, con una chiamata da parte di Dio: "Vattene, esci dalla tua terra...". E Abramo va. Abramo non risponde, esegue.
Abbiamo sempre letto quel capitolo così importante (certo anche con ironia: rispetto a un problema cosmico, Dio sceglie una posizione minimalista, di fronte al caos del mondo, chiama un singolo individuo!) mettendolo in relazione alla vocazione di Abramo. Ma alla fine della storia ci troviamo con la pagina terribile, su cui molti si sono arrabbiati, della qudaf, del legamento di Isacco: Dio ha bisogno di mettere alla prova Abramo chiedendogli di sacrificare suo figlio.
È un testo molto interessante se lo si legge alla luce della prima parte del capitolo, riguardante la chiamata di Abramo da parte di Dio... Noi diamo per scontate tante cose: Abramo è l'uomo della fede... Ma leggendo quella pagina con attenzione, ci si chiede quale fede sia quella di Abramo, ci si chiede che cosa Dio gli comanda. Certo, gli chiede di andarsene. Ma se poi pensiamo che lui era un nomade, e che parte portando con sé la moglie Sara, il figlio di suo fratello, tutti i suoi beni, tutto il suo clan... Alla fine, sembra che Abramo non abbia lasciato un bel niente. Anzi, se ha lasciato una cosa, è la sua sterilità.
Ora, quando arriviamo alla fine del percorso, Dio chiama Abramo e gli chiede di sacrificare il figlio. In questo contesto non lo chiama il figlio della promessa, ma "quel figlio che tu ami, quell'unico figlio". Tutto è giocato sull'affetto di Abramo per questo figlio. In gioco c'è una crisi di paternità. La prova che Abramo deve superare riguarda il rapporto con il figlio tanto desiderato. Dio, che nell'impianto narrativo non si mostra onnisciente, ha bisogno di sapere qualcosa e gli fa un test. Anche Abramo non sa cosa vuole dire essere padre della promessa, perché ha avuto Isacco per sé e adesso se lo vuole tenere ben stretto. Gli viene chiesta la cosa terribile di sacrificarlo. Solo alla fine scopriamo un'altra verità... Tra Abramo e Isacco, c'è un dialogo molto tragico e molto affettuoso (Padre mio... figlio mio...). Arrivati sul posto del sacrificio, forse non notiamo quello che accade: Abramo trova un ariete, non un agnello! Se l'agnello è il simbolo del figlio (Ecco l'agnello di Dio...), l'ariete è il simbolo del padre. E Abramo uccide l'ariete! La crisi, che Abramo vive alla fine del suo lunghissimo percorso, è legata alla sua capacità di vivere la paternità lasciando andare il figlio.
Abramo poi ritorna, ma da solo, senza Isacco e senza i servi. André Neher, un pensatore ebreo che ha riflettuto molto sul silenzio di Dio, legge il fatto che Dio non parla più ad Abramo e che Abramo non parla più con Dio, come una rottura. Ma può darsi che ci sia stato, più semplicemente, un passaggio di consegne: Abramo ha dovuto lasciare andare il figlio, perché il figlio non è suo, è il figlio della promessa.

Noi conosciamo e abbiamo elaborato alcuni archetipi, come Edipo. In un contesto dove il padre rappresentava la legge, uccidere simbolicamente il padre era importante per l'emancipazione di una persona. Significava confrontarsi con l'autorità nel sistema patriarcale. Un mito come quello di Abramo, in una società dove i genitori vivono rapporti fusionali con i figli, è un archetipo che facciamo fatica a comprendere. Viviamo in una società dove i genitori sono chiamati a uccidere non i figli, ma la loro paternità, la loro maternità, per poter permettere ai figli di essere portatori di promessa. Ecco perché la vicenda di Abramo non è solo personale, ma anche collettiva, come tutte le storie di crisi personali della Scrittura. È un archetipo. Abramo è ogni genitore che, oggi, tende a non voler lasciare andare il figlio. Non è un caso che i riferimenti ad Isacco siano riferimenti affettivi (di lui si parla come "il figlio che tu ami...", non come "il figlio della promessa"). In gioco c'è quel "legame" che rischia di "legare" e che bisogna "sciogliere" perché diventi un amore liberante. Perché alcuni legami incatenano e altri liberano. A volte un amore anche buono diventa "sbagliato" se non permette all'altro di andare.

Rut e Noemi

Un'altra crisi che offre la possibilità di ripensarsi è narrata nella storia di Rut e Noemi. È una storia segnata da una crisi economica collettiva (una carestia), ma anche da una crisi identitaria personale. È la vicenda di una donna che affronta la crisi economica, come capita a tante altre persone, attraverso un processo migratorio. Noemi è una donna che parte piena di progetti, di sogni, di desideri e che ritroviamo, nel percorso della vita, svuotata. Infatti, dopo esser riuscita a ritrovare un equilibrio, viene nuovamente rimessa in crisi dalla perdita del marito e dei due figli. E la seguiamo in un lunghissimo processo verso un nuovo equilibrio che, grazie all'intervento di Rut, sarà fertile. L'abbiamo conosciuta vedova, senza marito e senza figli e la ritroviamo donna che svezza, felice, il nipotino.

la crisi economica rischia di adombrare altre situazioni problematiche

La crisi di Abramo e quella di Noemi sono molto diverse. È importante parlare di crisi al plurale. A differenza di Noemi, Abramo non ha mai avuto problemi economici! Non bisogna pertanto generalizzare. Oggi la crisi è molto schiacciata sul versante economico, finanziario, sulla crisi del capitalismo. Prima di questa stagione, si parlava più comunemente di crisi educativa, di crisi della legalità, di crisi di senso... La crisi economica sta talmente monopolizzando oggi il nostro linguaggio da adombrare tutta una serie di situazioni transitorie, su cui occorre vigilare e che invece rischiamo di non vedere perché siamo concentrati sul versante economico.

Andare all'origine delle vicende per cercarne le motivazioni profonde, evitando facili capri espiatori

Un atteggiamento importante da assumere è quello di narrare la crisi attraverso storie, come fa la Scrittura, evitando di trasformarla in un concetto, in una definizione, con una troppo facile individuazione dei responsabili e delle vittime. Non è una questione letteraria, in gioco c'è molto di più. La narrazione permette di avere un quadro più complesso, di osservare la realtà a partire da sguardi diversi.

Giuseppe e il Faraone

Per illustrare l'importanza dell'aspetto narrativo, prendiamo in considerazione un'altra situazione di crisi nella Scrittura. "Sorse sopra l'Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe." (Esodo 1,8) È l'inizio dell'Esodo. Per spiegare il cambiamento della politica del faraone, che trasforma la condizione di Israele da popolo accolto a popolo che vive nella schiavitù, il libro dell'Esodo ha questo inizio lapidario. Sembrerebbe che il colpevole sia il faraone, che non ha conosciuto Giuseppe e che ha dimenticato tutti gli accordi politici negoziati con lui. Ma siccome la Scrittura è sempre dialettica, proprio perché richiama la vicenda di Giuseppe, ci spinge a chiederci come si sia arrivati a quel punto. Se la micro-risposta di uno sguardo schiacciato sul presente ci dice che il faraone incomincia da avere paura perché non aveva conosciuto Giuseppe, invece, lo sguardo più profondo che risale alla genesi, ci narra un'altra storia che fa da controcanto. Un libriccino di un bravo biblista americano, Walter Brueggemann, nella collana Spiritualità della Claudiana , "Viaggio verso il bene comune", racconta propria questa storia.
Abramo scende in Egitto a causa di una carestia. E in quell'occasione assume comportamenti alquanto disinvolti per salvarsi la vita come il prostituire l'avvenente moglie al faraone, il quale come conseguenza si trova colpito da molte piaghe. Anche se inconsapevolmente, il faraone aveva preso in moglie una donna già sposata con un altro uomo. Siamo in presenza di una anticipazione degli eventi dell'esodo. Abramo, comunque, ha i soldi per fronteggiare la situazione di carestia e per comprare il pane in Egitto.
Troviamo però anche un'altra situazione in cui Israele si reca in Egitto a causa di una carestia, quella narrata nella vicenda di Giuseppe. Giuseppe viene ricordato come colui che salva il popolo dalla carestia. Anzi, che salva i due popoli. La Scrittura non fa mai dei personaggi biblici delle icone, e quindi anche di Giuseppe ci mostra il lato oscuro. Ogni volta che c'è una carestia, i popoli si recano in Egitto, il grande granaio dell'antichità, per acquistare il pane. Quando non hanno più soldi, vendono il loro bestiame e poi anche la loro terra. Marx direbbe che vendono i mezzi di produzione. E il Faraone in questo modo diventa l'unico proprietario di grande distese di terreno, un latifondista. I popoli, che non hanno più i mezzi di sussistenza, per sopravvivere non possono far altro che vendersi come schiavi. Niente di nuovo sotto il sole. L'ironia biblica ci dice anche che il Faraone vuole accentrare tutto, controllare tutto, ma che una cosa che non la può controllare: i propri incubi, che disturbano e rendono irrequiete le sue notti. Entra allora in scena Giuseppe, che interpreta l'incubo (sette vacche grasse e sette spighe piene ingoiate da sette vacche magre e sette spighe vuote), riguardante la futura scarsità di cibo. Decifrato l'incubo il faraone si appresta a metter mano a scelte politiche imperiali per fronteggiare la futura carestia e Giuseppe si autopromuove come abile amministratore del faraone. Giuseppe avrebbe potuto svolgere un ruolo profetico, in realtà è colui che si fa una posizione consentendo di dare sistematicità e prestigio alla visione latifondista e accentratrice del Faraone.

Risalire alle cause originarie

È stato necessario andare indietro nel tempo, ripercorrendo la storia dei patriarchi, per scoprire che le cose sono più complesse di quanto appaia a prima vista. Si scoprono tra l'altro anche le contraddizioni delle scelte del faraone che non aveva conosciuto Giuseppe. Rendendo impossibile il lavoro e la vita agli schiavi, uccidendone i figli maschi, ecc. il faraone toglie in realtà potere a se stesso.
Come nella Scrittura, anche per la crisi che stiamo vivendo, è importante risalire alle origini, non limitarsi alle cause immediate, non limitarsi a trovare subito dei capri espiatori. Anche se i subprime, le banche, ecc. non ci piacciono e vogliamo subito portarli in giudizio e condannarli, è importante che si scopra quali siano state le cause più profonde e più complesse. È importante che ci si interroghi sui sistemi e non sui singoli atti, che si vada ad analizzare gli avvenimenti con uno sguardo retrospettivo.
Anche Israele, ripercorrendo la propria storia retrospettivamente, comprende quali sono stati i punti in cui l'equilibrio che doveva essere ritrovato è stato negoziato male.

Israele, la monarchia e i profeti

I profeti hanno la preoccupazione, in tempi di negazionismo storico, di suscitare la domanda sulla crisi, di rendere consapevoli della crisi. È la funzione dei profeti, che costituiscono la minoranza etica di Israele. Si potrebbe dire che il movimento profetico costituisce il governo ombra di Israele. Non è un caso che il profetismo nasca con la monarchia.
Per comprendere il motivo del sorgere del movimento profetico ai tempi della monarchia, occorre risalire al momento fondante, all'esodo. Il gruppo di schiavi israeliti in Egitto non trova da solo la libertà. La trova perché Dio chiama a libertà. Le cose non sono però così semplici come appaiono. Mosè infatti è l'uomo delle due identità: è egiziano, ma è anche ebreo. È stato condannato a morte da un faraone egiziano, ma da un'egiziana è stato salvato. Questi cortocircuiti ci rendono attenti al fatto che le cose sono sempre più complesse di quanto appaiano a prima vista.
Il Signore ha strappato Israele dalla schiavitù e lo ha condotto in una terra di nessuno, nel deserto, per fornirgli una specie di camera di decompressione. Israele infatti non è ancora in grado di camminare nella libertà, dato che per troppo tempo ha usato parole contaminate dal linguaggio della schiavitù. Non basta essere liberati dal proprio carnefice per liberarsi dal legame perverso con lui. Lo schiavo ha introiettato il carnefice. La sindrome di Stoccolma era stata già vissuta da Israele: lo sentiamo mormorare e rimpiangere la carne e le cipolle d'Egitto.
Per aiutare il popolo a rompere queste catene interiorizzate, Dio dona la Torah. A quel punto, Israele cambia la propria identità: non è più solo una minoranza, ma diventa una minoranza etica, luce per le genti. Israele diventa portatore di una parola di diversità, una parola etica, una parola che, per mezzo delle dieci parole (decalogo), permette di stabilire rapporti più corretti con il divino (no all'idolatria) e con il prossimo (non uccidere, non rubare...) Le dieci parole sono indicazioni di direzione per camminare nella libertà.
Nonostante il dono della Torah ci saranno altre crisi: il vitello d'oro, ecc.
Quando Israele si stabilisce nella terra, all'epoca dei Giudici, si accorge di essere un popolo diverso dagli altri, un popolo che a differenza degli altri popoli non ha un re. Vuole in tutti i modi omologarsi. Come ai tempi della torre di Babele, si cerca l'omologazione. La diversità è vista come discriminante, come handicap. Vivere la diversità è faticoso.

La diversità è una ricchezza

Appartengo a una chiesa di minoranza e parlo a volte con mamme e papà che temono che i loro figli si sentano diversi per il fatto di non seguire i corsi di religione cattolica a scuola! È terribile: la diversità viene colta come problema, come handicap. Stiamo dimenticando di insegnare ai nostri figli che la diversità è un dono, è una ricchezza, è un punto di forza. A me avevano insegnato che la diversità era una bella cosa, che io avevo una maniera particolarissima di vivere il cristianesimo, che testimoniavo che un altro modo di vivere la fede cristiana era possibile.
Quando noi non problematizziamo il bisogno di conformismo dei nostri figli, noi stiamo negando loro la possibilità di alzare il tiro del desiderio. Oltre al fatto di non renderci conto che i desideri sono in gran parte indotti dall'esterno, non aiutiamo i nostri figli (e noi stessi) a comprendere che il desiderio non si può ridurre a oggetto.
Trasformare il desiderio di trascendenza, di relazione, di alterità, in un oggetto è idolatria. L'oggetto desiderato, una volta raggiunto, ci domina. È quanto ci narrano le favole, come quella della lampada di Aladino, che ci costringe ad esprimere i tre desideri. Il desiderio è invece qualcosa di molto più fluido, più indefinito, più carsico, più complesso. La favola antica, che ci concede i tre desideri, ci educa ad avvertire lo stato di insoddisfazione dopo che i desideri sono stati soddisfatti e ci fa riconoscere di essere rimasti vittime di un inganno.
La stessa cosa viene espressa nella Scrittura, dove il desiderio è fatto coincidere con l'oggetto, con il re-oggetto. Nonostante gli ammonimenti di Samuele ("il re prenderà le vostre donne, i vostri campi, manderà i vostri uomini in guerra..." - i re saranno davvero quelli che riusciranno a violare tutti i comandamenti: a rubare la donna d'altri, la vigna d'altri, ad uccidere, a testimoniare il falso per far uccidere...), Israele insiste per avere un re. Ottiene il re, diventa come gli altri popoli e così rinuncia ad essere minoranza etica.
E a questo punto, c'è un nuovo intervento di Dio, che dona a Israele la voce critica dei profeti, che diventano ora la minoranza etica. Ecco perché i profeti nascono al tempo della monarchia e non prima. Sono la voce critica in grado di strappare di continuo Israele all'omologazione. Sono coloro che chiamano ad un'altra lettura della storia, che interrompono la propaganda di corte, che permettono al popolo di capire dove sta precipitando. Rimangono spesso inascoltati, come lo stesso popolo di Israele, narrandosi in retrospettiva, riconosce: "noi non li ascoltavamo". Il movimento profetico non forma una casta, ma è fatto da singole persone che si passano di volta in volta il testimone.
Oggi, come allora, si rischiano analisi superficiali, incapaci di narrazione diverse, più articolate e profonde.

il rischio di soluzioni inopportune (assolutistiche, identitarie, di ripiegamento in tema di diritti...)

Uno dei rischi è di identificare troppo facilmente una causa o di cercare ricette per soluzioni immediate della crisi. Invece, se riteniamo la crisi come un crinale che richiede una decisione per ritrovare un nuovo equilibrio, dobbiamo anche valutare attentamente, con lucidità e consapevolezza, i tipi di soluzione che vengono proposti, perché la storia, anche quella di Israele, ci insegna che dalle crisi possono nascere i regimi, cioè soluzioni inopportune.
In questo momento, ad esempio, ci rendiamo conto che stiamo retrocedendo rispetto ad alcuni diritti acquisiti (non soltanto nel campo del lavoro) per mezzo di una retorica a volte idolatrica. Si pensi per esempio al patto generazionale: sembrano patti solidali ma in realtà nascondono un retrocedere rispetto ad alcuni diritti acquisiti... In una situazione di emergenza c'è il rischio di andare verso assolutismi, di cercare un salvatore della patria, di voler rafforzare l'identità. Non sentendo più il terreno sotto i piedi, cerchiamo di risolvere il problema con una bella gettata di cemento identitaria... E lo facciamo in reazione a un altro che ci minaccia (l'altro, che dovrebbe essere una risorsa, come lo era Israele per l'Egitto, diventa, nella deformazione della soluzione sbagliata, una minaccia da eliminare). Nasce la competizione, nasce l'altro visto come un pericolo.
Ricercare soluzioni alle crisi richiede anche la capacità di non retrocedere sul problema della giustizia. Rinegoziare un equilibrio non significa ripartire da zero. Sul tema dell'abbassamento della soglia dei diritti, dietro la retorica del "dobbiamo fare tutti dei sacrifici", io mi interrogo da donna. E questo mi porta a ripercorrere la storia dei diritti civili delle donne, per rendermi conto che alcuni dei diritti che erano stati riconosciuti, vengono rimessi in discussione (lettere di licenziamento in bianco, che il datore di lavoro può usare in caso di maternità o di matrimonio...)
È passato da poco l'8 marzo. Ci sono state donne che hanno saputo avere delle visioni, e sognare, in epoche in cui certi diritti non esistevano, donne che si sono giocate una vita per perseguire alcune istanze...

la parola di Dio destabilizza, mette in crisi, riconfigura

Israele, come abbiamo accennato, elabora il suo pensiero su Dio, su se stesso, sulla vita, sul mondo, sulle relazioni, sul male, a partire dalla crisi dell'esilio. Ha uno sguardo esilico e retrospettivo. Abita la crisi e la attraversa.
Ma è altresì vero che noi siamo costituiti su di una crisi. La Parola di Dio, infatti, rappresenta una Parola "altra", che ci chiama e che ci destabilizza. Il popolo di Dio, e i cristiani di conseguenza, vivono nelle acque della crisi. La crisi fa parte della nostra identità. Il Dio che ci chiama e ci interpella è un Dio che ci disorienta, che ci destruttura e che ci riconfigura. Se la Parola di Dio è una Parola che ci destabilizza, vuol dire che è una Parola che ci mette in crisi, che rompe degli equilibri che si pensava di aver raggiunto e che rimette in moto dei processi. Più semplicemente si può dire che smuove qualche cosa dentro di noi, ci spinge alla conversione. Non a caso la conversione è una danza, è un cambiare strada, è un cambiare direzione, è un ritrovare un nuovo equilibrio.
Senza questa possibilità di movimento, non soltanto non c'è vita, perché non nasciamo, non ci separiamo, ma non c'è capacità di lasciarsi raggiungere dalla Parola di Dio, che come una lama ci attraversa, scende nei nostri cuori, ci cambia, ci modifica.
La situazione di crisi è importante per poterci mettere in ascolto della Parola, per poterci riaprire alla Parola, che spesso abbiamo reso granitica, istituzionalizzata, afona, e che dobbiamo spezzare, come le pietre, per poterci rimettere in cammino.
La Parola "altra" rompe i nostri schemi autoreferenziali, smaschera i nostri idoli, ci richiede continuamente di verificare quando il Dio che amiamo diventa un idolo. Questo processo dovrebbe far parte della nostra identità, l'ambito naturale in cui diciamo la nostra vocazione: mai senza la crisi, mai senza la consapevolezza di una parola che dall'esterno ci raggiunge, ci parla, ci giudica...

lasciarsi destabilizzare dalla Parola, rifiutare la tentazione delle "sicurezze"

Dire che la Chiesa ha sempre bisogno di essere riformata, significa che la Chiesa ha sì bisogno di spiritualità, di ministri, di pane, ma soprattutto di crisi, per avere la possibilità di riconformarsi alla Parola che ascolta. Noi entriamo nel paesaggio biblico con il nostro bagaglio, con le nostre domande, le nostre pre-comprensioni, e ci accorgiamo che possiamo attraversare questa terra come turisti, comprando qualche gadget, e niente più. Invece la Parola di Dio ci chiede un movimento diverso. Di chi viaggia con poche valige, noi "professionisti del sacro" diciamo che "è poco attrezzato!"... in realtà viaggia leggero, quindi poi ha la possibilità di costituirsi il proprio bagaglio da portare fuori... Però anche chi viaggia con le proprie valige (domande, pre-comprensioni, limiti...), si accorge spesso che il bagaglio non è quello giusto... e comunque, uscendo da quel paesaggio, si accorge che la Parola lo ha riconfigurato. Questo processo di "viaggio nella Parola di Dio" ci dice che c'è anche un modo di abitare la crisi, che è quello dello smascheramento degli idoli.
Per uscire dalla metafora e parlare chiaro: nel contesto ecclesiale, una delle grandi tentazioni di fronte alla crisi, è quella di offrire delle sicurezze. Di fronte al disorientamento delle persone, riproporre valori forti, valori non negoziabili, affermazioni identitarie forti. Offrire un modello di fede sicura, una fede come armatura, che però poi ci rende impermeabili anche alla Parola di Dio, a Dio stesso. Certe sicurezze rischiano di attutire la coscienza critica, per cui "il buon processo" della crisi non avviene.

riconoscere che non abbiamo ricette e vivere la fede come un rischio

Dobbiamo anche riconoscere che non abbiamo ricette. Ci sono alcuni momenti nella vita di Israele in cui Dio indica la via, però a volte Dio ci chiede, come ad Abramo, di camminare davanti a lui, di rinunciare ad avere ricette, di essere costruttori creativi del nuovo equilibrio del mondo. Siamo chiamati a vivere la fede come un rischio. Questo significa non permettere ad un sistema codificato di dire una parola forte senza rivisitare questi schemi. Potremmo anche scoprire che alcune delle ragioni delle crisi che viviamo sono state proprio prodotte dal sistema che ci siamo dati, e che anche il mondo religioso ha le sue responsabilità. E che questo sistema va interrogato e messo in crisi.

essere come sentinelle (Dossetti)

Se dovessi utilizzare un'immagine, sceglierei quella della sentinella, proposta da Dossetti: siamo chiamati non a indossare armature, ma a vegliare, per scorgere un'alba che viene... Il linguaggio si fa evocativo. La sentinella non è soltanto colei che protegge il proprio spazio (compito tutt'altro che deprecabile: proteggere i diritti... ), ma ha anche la funzione di guardare oltre, di guardare lontano, di cogliere il messaggero che viene, di cogliere la luce dell'alba, di anticiparla, di alzare lo sguardo all'orizzonte... La sentinella è colei che vuole anticipare una realtà che non c'è. E non occorre essere religiosi per far questo. Mi vengono in mente alcune storie di donne, che hanno cambiato delle realtà che sembravano immutabili.
Penso a Lidia Poët, che, ventenne (tra l'altro valdese), appena aperto il mondo accademico alle donne, a Torino si laurea in giurisprudenza a pieni voti, con la ferma intenzione di fare l'avvocato. Ma la professione è vietata alle donne (ritenute poco affidabili in certi giorni). Siamo nel 1886. Questa giovane donna si iscrive all'ordine degli avvocati, fa causa e lotta tutta la vita per poter svolgere questa professione (basandosi su un articolo della Costituzione, che riconosceva che nessuna persona dovesse essere discriminata per sesso o razza, ecc.). Nel 1919, a 60 anni, per la prima volta entra in un'aula di tribunale come avvocato. Ha sognato, ha lottato, ha atteso l'aurora in cui avrebbe potuto esercitare quella vocazione, e ha vinto la sua battaglia, anzitutto quella giuridica, e poi quella culturale.

tempi lunghi di resistenza

La lotta quarantennale di questa donna (come i 40 anni nel deserto...) per qualcosa in cui credeva fortemente esprime con chiarezza cosa vuol dire "essere sentinella". Significa darsi tempi lunghi per la lotta. Significa non pensare che si possa uscire in una generazione soltanto dalle crisi profonde che creano sistemi ingiusti.
Ci sono tante storie di donne che hanno saputo credere che un altro mondo era possibile, e hanno trasformato una situazione di crisi in un nuovo equilibrio per la società, dove tutti hanno fatto un passo avanti, anche gli uomini...
Essere sentinella, vedere oltre, significa anche questo: pensare che facendo la fatica di rivendicare i diritti dell'uno, si rendono possibili anche i diritti dell'altro. Ad esempio: negoziare i diritti perché i figli degli stranieri nati in Italia diventino cittadini italiani, laddove ci sono le condizioni di scolarizzazione, ecc., significa anche prendere coscienza di alcuni nostri diritti che non ci accorgiamo che ci sono negati.
Dobbiamo davvero recuperare l'icona della sentinella, suggerita da Dossetti, come categoria di chi abita la crisi. E dobbiamo, come già prima si accennava, essere consapevoli che, per rinegoziare degli equilibri, è necessaria la capacità di resistere per tanto tempo... I bambini non nascono e non si fanno grandi in un giorno: lo sappiamo, ma i tempi lunghi della resistenza non li conosciamo più. Il fatto di vivere in una realtà fortemente schiacciata sul presente ci toglie la capacità di resistere.
Tutta la fatica di rendere complesso il nostro sguardo sulla crisi è anche finalizzata ad acquistare nuove energie per i tempi lunghi. La parabola biblica, e anche la nostra storia, recente o passata, ci insegnano che per superare alcune situazioni difficili, occorre tanta energia, e soprattutto buoni turni di guardia delle sentinelle. Dietro ogni sentinella, c'è il passaggio del testimone. Oltre all'azione individuale (che ci vuole), c'è anche un resistere collettivo. Dobbiamo recuperare un senso comunitario, il sentimento di far parte di un corpo, la consapevolezza di essere partecipi di un progetto, in un tempo di disgregazione, in un tempo in cui ci chiediamo perché, nonostante ci sia tanto fermento, tanto dissenso, tanta voglia di cambiare, non riusciamo a produrre cambiamento. Forse non sappiamo resistere, forse concentriamo il nostro sguardo verso l'aurora per troppo poco tempo.

Per concludere, si può uscire dalla crisi subendola, semplificandola, accettando che qualcun altro ci dia delle ricette per uscirne. Oppure si possono individuare, nominare, percorrere, affrontare i vari aspetti della realtà che sono in crisi, sognando alternative, confrontandosi con gli altri per rinegoziare queste alternative, e soprattutto essendo preparati ai tempi lunghi, perché le alternative possano diventare, da visione, una realtà.

dibattito

difendere i diritti

A proposito del come essere sentinelle, del cercare insieme una luce che illumini la strada anche in questo tempo di crisi, cercherò, sulla base delle suggestioni dei vostri interventi, di chiarire alcuni punti della mia esposizione.
Credo che sia fondamentale vigilare per la difesa dei diritti. Non si può dare carta bianca ad un governo senza vigilare sulle posizioni che prende. Sono molto stupita che di fronte a denunce di ingiustizia così evidenti, di negazione di diritti acquisiti non ci sia un'azione collettiva di protesta.
Così come nei confronti del governo, anche nei confronti delle Chiese o di altre associazioni è importante vigilare. Fiducia non significa cieco affidamento, né delega di responsabilità. Che fiducia posso avere di istituzioni che raccolgono denaro senza avere dei bilanci trasparenti? Credo che una delle ragioni per cui la Chiesa valdese raccoglie molti soldi dall'8 per mille, al di là delle sue posizioni di etica sessuale, sia la pubblicità dei suoi bilanci: le persone sanno esattamente come sono usati e distribuiti i soldi, c'è un sistema di vigilanza che funziona.
Molto concretamente, conosco situazioni di famiglie veramente in difficoltà, e non si trovano modi per aiutarle a livello pubblico, attraverso, ad esempio, la concessione di prestiti di solidarietà. Sono possibili solo interventi privati, come quelli delle chiese o delle associazioni.

il difficile cammino nella chiesa

All'interno delle chiese, ci rendiamo conto di non avere nessuna voce in capitolo, di non poter cambiare la realtà istituzionale. Facciamo parte di una famiglia in cui non abbiamo potere decisionale. Possiamo discutere, cercare di agire dal basso, ma abbiamo la sensazione di non poter essere veramente sentinelle, perché la sentinella ha anche la capacità di indicare la direzione, cosa che non avviene...
La Chiesa ha sì percepito di aver bisogno di riforma, ma in realtà cerca sempre di riformare noi. Io mi aspetto che il Signore mi parli con una parola rivelata, che il Signore mi dica la mia vita (si pensi alla Samaritana...). Capita invece che la persona dell'istituzione intervenga suscitando il mio bisogno di essere soccorsa, offrendomi delle "sicurezze", creandomi una dipendenza "di bottega", trasformando la fede in una specie di capitalismo di chiesa (morale, non economico!). Bisogna spezzare questi vincoli di dipendenza perversi, questi rapporti che legano, per aprirci a rapporti di libertà. È una possibilità che ci viene offerta dalla crisi.

lo sguardo ecumenico

Qualcuno ha accennato al linguaggio ecumenico: è un aspetto che mi piace molto, perché credo che l'ecumenismo sia una cosa molto diversa da una deriva relativistica. L'ecumenismo è la sensazione che non si possono acquisire diritti o fare cammini da soli, senza l'altro, perché noi siamo legati da una comune fede, una comune passione, un comune Signore. L'ecumenismo ci porta anche a sentire fortemente la responsabilità dell'altro e a volere il bene dell'altro.
Lo sguardo ecumenico dell'altro su di me è quello di cui ho bisogno per vigilare che io non mi sia fatta degli idoli, è quello che mi racconta la mia vita, non deformata dall'apologia, ma trasfigurata dallo sguardo divino. L'ecumenismo è il mio sguardo su di te, che coglie in te i tuoi punti di forza, riesce a vedere tutte le ricchezze della tua confessione che io ho dimenticato, per cui diventa voce che mi converte.
Quando vado nelle parrocchie cattoliche, mi accorgo che le nostre chiese della riforma dall'esterno vengono viste come cose bellissime, che il fatto che ci siano donne pastore viene considerato un progresso ammirevole. Dall'interno vedo maggiormente i limiti della nostra realtà, che denuncio. Ma lo sguardo dell'altro, ecumenico, mi aiuta a correggere il mio, a trasfigurare, ad accogliere quel positivo della mia realtà che forse a causa della fatica, a causa di un'istanza critica eccessiva, dimentico di guardare. Mi dice tutta la verità sulla mia vita per trasfigurarla, perché io ritrovi in me quella sorgente d'acqua viva che può dissetare il mondo. L'ecumenismo, così considerato, ci permette di riconoscere che la verità ci abita, ma non ci appartiene, che le grandi parole della fede sono una narrazione, non uno slogan, e che non sono riducibili a bottega, in un mercato della concorrenza del religioso.
La voce di Dio, che è alterità, mi parla attraverso di te, ti parla attraverso di me. Se rinuncio alla tua voce, perdo quell'alterità, divento autoreferenziale: non è più Dio, ma un idolo.
Ecco, l'ecumenismo così considerato è possibilità di confronto anche sulla crisi, perché mette in luce in maniera diversa la scena che abitiamo e, in questo modo, illumina anche la nostra vita.
La necessità di cui vi parlavo prima, di trovare io stesso la direzione del cammino davanti a me, richiama la responsabilità di ciascuno di prendere in mano la propria vita, di esserne protagonisti. E questo è importante soprattutto per noi donne.
Come ce lo immaginiamo questo Dio che ci illumina la strada? Io me lo immagino come la parola dell'altra confessione, che mi interroga e mi mette in discussione.
Ci stiamo tanto affannando per paura che le nostre chiese falliscano... Ma perché dovremmo aver tanta paura di questo? Qual è la nostra vocazione? Quella di gestire chiese o di realizzare il progetto di Dio? Solo quando ci liberiamo dallo spettro di perdere quello che teniamo, dalla sensazione di doverci contendere i clienti nella bottega del sacro, diventiamo più seducenti e più credibili. A volte proteggiamo l'istituzione a scapito del diritto: diritto alla libertà, alla parola, ad essere parte di un corpo, alla chiamata vocazionale che viene da Dio, diritto all'amore diverso... e potrei continuare a lungo la lista dei diritti negati!

riassunto

"Mi sono resa conto nel preparare questo intervento, ha esordito Lidia Maggi nel precedente incontro, che tutto quanto nel passato ho scritto sull'argomento "crisi" è fortemente datato". Allora si trattava di rendersi consapevoli di una crisi che nessuno voleva vedere oggi rischiamo di parlare di crisi in maniera conformista e solo perché è di moda. Il termine "crisi" contiene l'idea del discernimento, del cambiare direzione e anche della rottura, dell'incrinarsi di qualcosa che chiama al superamento. È l'esperienza che facciamo sin dal primo momento nel nostro venire al mondo, di una separazione (madre-bambino) in vista di un nuovo equilibrio.
Tutta la Scrittura è percorsa dal linguaggio della crisi. Addirittura la Scrittura nasce dalla crisi dell'esilio, a partire dal quale Israele ripensa la propria identità, il suo dire su Dio, su se stesso e sul mondo.
Per superare la retorica sulla crisi, si deve parlare di crisi al plurale, come del resto la Scrittura ci testimonia.
I primi 11 capitoli della Genesi narrano un susseguirsi crisi che coinvolgono l'umanità a partire dai suoi inizi: dal sospetto della prima coppia nei confronti di Dio, al fratricidio, al diluvio, ecc. Viene presentata la parabola di un Dio che entra in crisi, perché il suo progetto non sembra corrispondere a quanto aveva sognato. La Scrittura, in particolare nei Salmi, non ha timore nel mostrare, come risvolto della nostra passione per la giustizia, i nostri sospetti su Dio: Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato? Perché il malvagio prospera e il giusto perisce? Fino a quando, Signore, tarderai a fare giustizia?
L'ultima crisi narrata nei primi 11 capitoli è quella dell'edificazione della torre di Babele, una crisi dell'omologazione. Nella bibbia la creazione del cosmo, del mondo ordinato è una atto di separazione, mentre il caos è prodotto dalla confusione, dalla omologazione. La possibilità di esistere è solo nella dispersione, nella differenziazione delle lingue. Quale sarà ora il destino dell'umanità?
Di fronte al caos del mondo rappresentato da Babele Dio chiama un singolo individuo, Abramo, la cui vicenda raggiunge il suo apice nella richiesta che Dio gli rivolge, mettendolo alla prova, di sacrificare il proprio figlio, di sacrificare l'unica vera cosa che aveva veramente abbandonato, e cioè la sterilità (non la terra dato che era nomade, non la famiglia, non i beni). Solo alla fine del racconto scopriamo la verità: Abramo trova non l'agnello, simbolo del figlio, ma l'ariete, simbolo del padre. Abramo uccide l'ariete: vive la paternità lasciando andare il figlio. Il figlio non è suo, è il figlio della promessa. Abramo rappresenta un modello esemplare, un archetipo, rappresenta ancora oggi tutti quei genitori che tendono a trattenere il figlio, a ingabbiarlo nei rapporti affettivi. Il legame deve essere sciolto perché diventi amore liberante.
Una crisi economica e identitaria è narrata nella storia di Rut e Noemi, la quale, dopo un lungo processo, da vedova senza figli e senza marito, diventa una donna che svezza felice il nipotino.
Le crisi possono avere volti diversi, economici ma non solo. Oggi si rischia di appiattire tutto sul versante economico-finanziario, sottacendo gli altri versanti della crisi, quello educativo, quello della legalità, quello di senso...
È opportuno, più che definire, narrare le crisi come fa la Scrittura, per consentire di coglierne la complessità, di avere sguardi molteplici.
Il libro dell'Esodo ci presenta sin dall'inizio il mutamento della politica egiziana nei confronti di Israele. L'accoglienza iniziale si trasforma in riduzione in schiavitù, a causa del nuovo Faraone che non aveva conosciuto Giuseppe. C'è però, come ha messo in rilievo un biblista americano (Brueggemann), un'altra storia, più antica, narrata nel libro della Genesi, che mostra anche il lato oscuro della figura di Giuseppe, presentato come colui che si fa una posizione collaborando alla politica latifondista e accentratrice del Faraone. Per cogliere le complessità di una crisi è necessario avere uno sguardo retrospettivo, risalire alle cause originarie, senza rimanere appiattiti su quelle ravvicinate.
Il movimento profetico in Israele nasce, ai tempi della monarchia, con il compito di rendere il popolo consapevole della crisi negata. Occorre risalire all'Esodo per cogliere il senso della nascita del profetismo. Israele, che si trova in condizione di schiavitù, è chiamato da Dio alla terra della libertà. Questo passaggio ha bisogno del cammino del deserto, perché venga sciolto il legame perverso della schiavitù che è stato tanto introiettato al punto di rimpiangere le cipolle d'Egitto. Per spezzare queste catene è donata da Dio a Israele la Torah, sono donate le 10 parole, cioè le condizioni per camminare nella libertà. Israele diventa minoranza etica tra le nazioni. Ma quando si insedia nella terra promessa, Israele vuole omologarsi agli altri popoli, vuole avere un re e cessa così di essere una minoranza etica. Dio allora dona i profeti, la voce critica di Israele, nuova minoranza etica. I profeti sono coloro che chiamano, spesso inascoltati e perseguitati, ad un'altra lettura della storia, sono coloro che interrompono la propaganda di corte, per permettere al popolo di capire dove sta precipitando, di riconoscere la crisi.
Anche oggi occorre una narrazione che ci consenta di cogliere l'attuale crisi in tutta la sua complessità e profondità, per predisporre soluzioni adeguate.
Corriamo oggi il rischio di attenuare le forme di democrazia, di retrocedere rispetto a diritti fondamentali riconosciuti, di cercare salvatori della patria, di affermare la propria identità come reazione all'altro percepito come minaccia da eliminare.
Come abbiamo visto, Israele elabora il suo pensiero su Dio, su se stesso, sul mondo a partire dalla crisi dell'esilio. Israele abita e attraversa la crisi.
Ma anche noi cristiani viviamo nelle acque della crisi, perché la parola di Dio che ci chiama e ci interpella, ci disorienta, ci destruttura e ci riconfigura. È una parola cioè che ci mette in crisi, che rompe gli equilibri raggiunti, che ci rimette in moto, che ci spinge cioè alla conversione, a cambiare direzione, a ritrovare nuovi equilibri. È una parola "altra", che smaschera continuamente i nostri idoli. Dire che la chiesa ha sempre bisogno di essere riformata significa affermare che ha bisogno di crisi, di nuovi discernimenti, di cambiamenti di rotta, di cesure per nuove riconfigurazioni.
Di fronte alla crisi la tentazione, al di dentro della chiesa, è quella di offrire sicurezze, di riproporre valori forti e non negoziabili, di rivendicare identità rigide, attutendo in questo modo la coscienza critica.
Dobbiamo vivere la fede come rischio, riconoscendo di non avere ricette, magari scoprendo che alcune delle ragioni della crisi si annidano nel sistema che ci siamo dati e che anche il mondo religioso ha le sue responsabilità
Siamo chiamati, riprendendo un'immagine di Dossetti, non a indossare armature, ma a vegliare per scorgere l'alba che viene. La sentinella non è solo colei che protegge il proprio spazio, ma anche colei che guarda lontano, che coglie e anticipa la luce dell'alba. Con la consapevolezza che la rinegoziazione di nuovi equilibri richiede tempi lunghi e quindi l'attitudine a una prolungata resistenza, difficile per noi che siamo appiattiti sul presente. La parabola biblica, e anche la nostra storia, recente o passata, ci insegnano che, per superare alcune situazioni difficili, occorre tanta energia, e soprattutto buoni turni di guardia delle sentinelle, recuperando un senso comunitario del pensare e dell'agire.
Di fronte alla crisi si può scegliere di subirla, di semplificarla, accettando che qualcun altro ci dia le ricette per uscirne. Oppure si può scegliere di percorrerla, nominando e affrontando i vari aspetti della realtà che sono in crisi, sognando alternative, confrontandosi con gli altri per rinegoziare queste alternative, e preparati soprattutto ai tempi lunghi, perché queste alternative possano diventare, da visione, una realtà.

Login

Valid XHTML 1.0 Transitional Valid CSS!