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La giustizia nella visione biblica

sintesi della relazione di Armido Rizzi
Verbania Pallanza, 19 febbraio 2005

In piena consonanza con quanto detto da Mauro Magatti ricordo che parlare di giustizia nella bibbia non vuol dire parlare solo di giustizia distributiva, di giustizia sociale o economica. C'è anche un'altra accezione di giustizia che emerge quando noi esclamiamo "non è giusto" o "giusto sarebbe se...", per esempio di fronte all'irrogazione di pene troppo poco severe per crimini particolarmente orrendi. Nella nostra esperienza è presente una dimensione di giustizia con cui sentiamo la necessità di fare i conti, nonostante tutti i tentativi di ridurla a livello etologico o psichico.
Nella bibbia la giustizia è l'orizzonte di senso di tutta la realtà, centrata sull'essere umano, chiamato ad operare secondo giustizia. L'uomo è al centro non in quanto padrone del mondo, ma in quanto responsabile, in quanto chiamato ad essere giusto.

l'ordine della bibbia è l'ordine etico, non cosmico: chiamati ad essere giusti

Il senso della realtà nella bibbia è presentato anzitutto nell'alleanza tra Dio e l'umanità, rappresentata da un gruppo di ex schiavi che diventano Israele in quanto popolo di Dio. Attraverso l'alleanza con questo gruppo si manifesta sempre più chiaramente la volontà di Dio di un'alleanza universale con l'umanità intera, con tutti i figli di Adamo.
Quindi l'orizzonte biblico è un orizzonte etico, è un orizzonte di vocazione ad essere giusti: essere giusti individualmente, essere giusti davanti a Dio, essere giusti nella trama dei rapporti sociali, ed essere giusti nella gestione del cosmo.
Nella nostra tradizione è prevalsa un'altra visione, il porre come punto di partenza il cosmo,dentro il quale c'è l'essere particolare che è l'uomo. L'etica della tradizione classica (Aristotele) ritiene che tutte le cose vadano al loro fine per una disposizione che è la loro natura. Le cose, raggiungendo il loro fine, si collocano in quella posizione che le mette in armonia con tutte le altre. L'insieme costituisce l'ordine cosmico. Questa visione dell'ordine cosmico sarà ripresa dalla tradizione cristiana, con la sottolineatura - si pensi a Tommaso - della presenza in quest'ordine di un particolare essere, l'uomo, dotato di libertà, di capacità di scegliere tra il bene e il male.
L'uomo, a differenza degli altri esseri, può deviare, non sottostà solo alle leggi fisiche, nell'ordine della necessità, ma alla legge morale che guida e si appella alla libertà. La libertà umana, in questa concezione, pur essendo il vertice della dignità dell'uomo, è una specie di defezione dalla perfezione del cosmo, in quanto può fallire e fallire integralmente.
Nella bibbia invece il fine non è l'integrazione nell'ordine cosmico. Prima dell'ordine cosmico c'è l'ordine etico, l'ordine dove ognuno è chiamato a vivere secondo giustizia. Prima della creazione c'è l'alleanza, c'è l'alleanza con un gruppo in quanto rappresentante dell'umanità intera. L'elezione di Israele non è esclusiva, ma rappresentativa.
I libri che narrano questa esperienza di senso sono quelli della formazione di Israele, dell'uscita dall'Egitto, del passaggio nel deserto, del dono della legge, dell'entrata nella terra promessa. L'alleanza ha il suo centro nei comandamenti, nelle indicazioni per vivere secondo giustizia. Solo successivamente il Dio dell'alleanza e della liberazione, il Dio etico diventerà il Dio creatore, il Dio cosmico. La bibbia invece presenta i momenti in modo diverso: prima il Dio cosmico e poi quello etico. Ma la creazione non è la prima pagina scritta. Questo Dio, che ci chiede di essere giusti e che si impegna a sua volta ed essere giusto nei nostri confronti, lega la nostra giustizia a una promessa di felicità. Ma per poter mantenere questa promessa deve avere a disposizione tutto il mondo. La conseguenza è che quel Dio deve essere anche colui che ha creato il mondo. Dio ha creato in ordine all'alleanza.
L'idea originaria di Dio non è creare un mondo, ma è creare dei partner: siete a mia immagine e somiglianza, con voi posso parlare. Che questa idea sia la prima idea di Dio nella bibbia è così forte che abbiamo dei testi in cui lo stesso Dio creatore viene presentato come un Dio che dà un comandamento. Vedi Baruc 3, 32-35, o nel Nuovo Testamento Luca 7, 1-10.
Questa è la visione originaria della bibbia. Evidentemente possiamo dire che è una metafora, ma è interessante appunto la scelta di questa metafora, di questo linguaggio figurato desunto dall'ordine etico, dall'ordine della giustizia.

l'ordine etico esprime l'autenticità dell'essere umano

L'ordine etico è ciò che misura la statura del soggetto umano davanti a Dio, rappresenta la verità, l'autenticità del soggetto umano. La vocazione alla giustizia ha precise indicazioni nei comandamenti, nei comandi, che tutti si riassumono nel comandamento dell'amore (Giovanni). I diversi contenuti sono espressi al minimo nel decalogo, ma indicano la strada su cui camminare: non basta non uccidere, bisogna non lasciar morire...

giustizia: amore in quanto dovuto e in quanto gratuito

Giustizia non è solo dare ad ognuno il suo nel senso di restituirgli il maltolto, ma rispondere al bisogno di vita di chi incontro: è amore in quanto dovuto (buon samaritano). Il comandamento ha al suo centro l'amore all'altro, è l'amore doveroso. C'è circolazione tra giustizia e amore.
Ma questo amore dovuto, orizzonte di senso dei rapporti, è dovuto in quanto gratuito, in quanto lasciato alla mia responsabilità. Sono chiamato ad essere giusto (dovere), ma la chiamata è rivolta alla mia responsabilità (gratuità).
Oggi c'è la tendenza in nome di condizionamenti sempre più pesanti a negare la responsabilità, a ritenerci di essere ciò che gli altri hanno fatto di noi. Ma in noi c'è la capacità di assumere i condizionamenti e di scegliere in un modo o nell'altro. Alcuni, i credenti, percepiscono questo come la Parola di Dio che ci interpella, altri come la coscienza etica.

immagine di Dio: chinarsi sul bisogno dell'altro

Rispetto alla concezione dell'essere umano come essere sociale (individuo parte dell'organismo del tutto), o alla concezione dell'essere umano come individuo che emerge al di sopra dell'organismo sociale, un individuo come soggetto di diritti, la bibbia presenta un modello diverso di ordine sociale dove ogni individuo è chiamato in prima persona. L'individuo trascende la sua appartenenza all'insieme, ma questa trascendenza non ne fa prima di tutto un soggetto di diritti (cercare anzitutto la propria realizzazione, senza invadere il campo altrui). Nella bibbia ciò che fa l'individuo un essere unico e irripetibile è proprio la sua capacità di chinarsi sull'altro in quanto altro (non come occasione della mia realizzazione). Nel gesto del mio chinarmi liberamente sul bisogno dell'altro nasce una trama di rapporti.

soggetto di diritti è il povero

Il soggetto dei diritti è l'altro, in quanto composto di bisogni che attendono di essere colmati. Nel linguaggio biblico è l'altro come povero, come straniero, come vedova, come schiavo, cioè l'altro come indigenza o a rischio di indigenza, come carente di quel tanto di avere senza il quale non si può neanche essere.
Anch'io pertanto sono soggetto di diritti, ma in quanto povero, non in quanto dotato. Il principio dei nostri diritti non risiede nelle nostre capacità, ma nei nostri bisogni. I nostri diritti sono i nostri bisogni a partire dai bisogni ultimi, che sono i bisogni degli ultimi.
Illuminante è il testo poco noto del Siracide (34, 18-22), che favorì la conversione del grande difensore degli indios Bartolomé de las Casas:
"Sacrificare il frutto dell'ingiustizia è un'offerta da burla, / i doni dei malvagi non sono graditi a Dio. / L'Altissimo non gradisce le offerte degli empi / e per la moltitudine delle vittime non perdona i peccati. / Sacrifica un figlio davanti al proprio padre / chi offre un sacrificio con i beni dei poveri. / il pane dei bisognosi è la vita dei poveri, / toglierlo a loro è commettere un assassinio. / Uccide il prossimo chi gli toglie il nutrimento. / Versa sangue chi rifiuta il salario all'operaio."
Nella bibbia c'è una duplice concezione dell'uomo: da una parte c'è l'essere umano in quanto carne, bisognoso, in quanto portatore dei bisogni, dall'altra parte invece c'è l'essere umano in quanto responsabile, cioè "fatto a immagine e somiglianza di Dio", e quindi capace di agire come Dio, anzi chiamato a dare concretezza al disegno di Dio sul mondo. È il soggetto etico, cioè il soggetto di doveri.
È l'altro come povero per il quale posso fare qualcosa, ma sono anch'io come povero di fronte all'altro, che può fare qualcosa per me. E poi tutti possiamo sempre fare qualcosa per gli altri. Anche il povero moribondo può morire con serenità e con questo magari sottrarre il figlio alla depressione e alla disperazione, dargli una specie di luce: se si può morire così, vuol dire che val la pena vivere! Tutti possiamo dare qualcosa agli altri, se pensiamo di dare qualcosa agli altri in tutta la versatilità straordinaria dei nostri rapporti.

il rapporto con le cose

In questa visione dell'essere umano e della giustizia sta il rapporto con le cose, con il cosmo. Dio ha creato il mondo sette volte buono. E noi siamo chiamati non solo a non rovinarlo, ma anche a migliorarlo, a migliorare il rapporto tra la carne, cioè la fragilità umana, e ciò di cui essa ha bisogno, cioè quel bisogno di mondo che essa ha.
Non basta contemplare il mondo sette volte buono occorre trasformarlo per soddisfare i bisogni degli esseri umani.
Trasformazione non vuol dire dominio. Essere a immagine e somiglianza di Dio non vuol dire prendere il suo posto (è il peccato delle origini) ma mettersi a sua disposizione per realizzare il suo disegno nella storia.
Il rapporto con l'altro, almeno nel soddisfacimento dei bisogni elementari, implica il dono di un pezzo di mondo. Dare da mangiare all'affamato, dar da bere all'assetato, dare una casa, un letto a chi non ne ha, implicano un lavoro sul mondo per trasformarlo in pane, in acqua potabile, in ambiente protettivo, ecc.
La formula migliore per esprimere l'essere a immagine e somiglianza con Dio è "il buon governo", è avere un buon governo del mondo, dove "governo" vuol dire certamente gestire il mondo, e "buono" gestirlo secondo giustizia.
La creazione buona è dono di Dio, ma è un dono che porta dentro di sé sia l'intenzionalità di dono, sia il principio di custodia di questa immensa bontà, le regole d'uso.
Siamo chiamati a custodire e a promuovere il mondo buono anzitutto riconoscendo la sua dimensione di dono e, secondariamente, prolungando quella logica di dono con cui noi lo riceviamo da Dio nel donarlo agli altri.
La logica del dono può semplicemente esprimersi nel cogliere il dono già fatto (un frutto dell'albero), oppure nel lavorarlo per quel tanto che basta per renderlo accessibile ai bisogni, o anche nel realizzare le cose più strepitose come i trapianti d'organo. (La trasformazione del mondo può avvenire secondo la logica del dono o secondo quella dello sfruttamento).
Nella bibbia, ciò che dà senso definitivo al mondo, perché non solo ne tiene viva la bontà originaria, ma la conduce a destinazione portando il mondo alla sua pienezza di senso, è a livello di strumento, l'intervento sul mondo, ma a livello di fine è la intenzionalità di fondo. Quando l'intervento sul mondo giunge a dare la vita a chi sta rischiando la vita, ad aumentare la pienezza di vita, il mondo ha il suo senso definitivo. È la cosmologia etica della bibbia.

la bontà del mondo attende la giustizia del cuore

Nella parabola lucana del ricco stolto che ha pieni i granai e per questo si ritiene tranquillo, si dice: stolto, questa notte morirai... Il significato è questo: il granaio pieno, non in vista della distribuzione, è un non senso, blocca la circolazione... il mondo in quanto creazione vuole essere mondo per tutti.
La bibbia ha una ecologia umanistica, fatta di questi due elementi: da un lato tutto è fatto per l'uomo, ma dall'altro tutto è fatto in modo che l'uomo ne usi responsabilmente per colmare i bisogni di tutti Quindi l'uomo ricompare sotto due aspetti, sotto l'aspetto del destinatario, in quanto povero, e sotto l'aspetto del "luogotenente", del governante in nome di Dio in quanto dotato di capacità. Nella visione biblica anche la natura viene avvolta e trasferita a un senso superiore che non è più solo cosmologico, ma etico e teologale. Senza la giustizia del cuore il mondo fallisce lo scopo per cui è stato creato.
Il grande e tragico sogno di Marx di poter trasformare una volta per tutte il mondo in un mondo giusto e felice aveva un bellissimo frutto (la società giusta e felice), ma un seme sbagliato. Il seme non può essere la pura e semplice distruzione della base economica. Il seme è il cuore, è la responsabilità di ognuno. Anche la base economica, il sistema economico, è una produzione del soggetto, che a sua volta è plasmato dalla struttura economica, ma non al punto da annullare quella fiammella della libertà, dove io posso arginare, frenare, disciplinare sempre ciò che gli altri, compresa una mentalità di capitalismo sfrenato, una mentalità consumistica, ecc., hanno fatto e cercano di fare di me. Questa fiammella di trascendenza della mia libertà è quella che la bibbia chiama il cuore. Ed è quella che permette di sognare non un mondo definitivamente e irreversibilmente giusto e felice, ma dei frammenti di mondo buono.

creare frammenti di mondo buono: vocazione della chiesa

Il senso dell'Israele biblico era questo: creare quel frammento di mondo buono che testimoniasse davanti all'umanità il sogno di Dio. Oggi cominciamo a capirlo, è la vocazione della chiesa.
Abbandonato oramai il sogno di portare il vangelo dappertutto, perché tutto il mondo diventi cristiano, sogno ripreso dai mussulmani (perché tutto il mondo diventi la umma, la comunità mussulmana), dobbiamo tornare invece al sentimento della universalità rappresentativa, proprio dell'ebraismo biblico, di tornare all'impulso testimoniante, di far vivere come segno, cioè come realtà riuscita, frammenti di mondo buono. Possono essere anche dei frammenti quasi microscopici, oppure una catena, un'organizzazione, ecc. , che poi deve arrivare anche alla politica, alla dimensione istituzionale e oggi anche a una dimensione istituzionale planetaria. Ma il seme di tutto questo è il cuore dell'uomo.

crisi e glorificazione della giustizia

C'è anzitutto una crisi di fatto, che dipende dalla fallibilità della libertà umana di fronte alla chiamata alla giustizia da parte di Dio: è la crisi dell'alleanza, è la storia di Adamo ed Eva.
Ma c'è anche una crisi di principio della giustizia: la giustizia di Dio è la giustizia con cui Dio esegue la sua promessa, positiva o negativa a seconda della risposta di Israele. La giustizia di Dio si manifesta nel dare lo shalom, la pienezza di vita al giusto: se tu farai il bene, se tu opererai in maniera giusta, allora io ti darò la vita.
L'esperienza storica sembra contraddire questo legame tra giustizia e felicità, tra giustizia e pienezza di vita. È ciò che vien detto nel libro di Giobbe, in cui non si pone il problema del male, ma del male del giusto.
Precedentemente, in una visione organicistica della vita individuale, il problema non si poneva: le responsabilità dell'individuo si allargavano a quelle dell'intera società. A mano a mano che emerge la coscienza della individualità come responsabilità non trasferibile, per cui ognuno è responsabile per se stesso, il problema esplode.
Forse l'unica risposta alla contestazione di Giobbe che tiene è quella che può essere ricondotta al vangelo di Matteo e di Luca nel discorso della montagna: "guardate i fiori del campo, guardate gli uccelli dell'aria, non tessono, non lavorano, gli uni sono nutriti, gli altri sono vestiti..." Qui certamente c'è il senso della bravura del padre, ma soprattutto c'è il senso della benevolenza del padre, a cui dare una fiducia assoluta. Se questo lo fa con uccelli e fiori quanto più con voi, uomini di poca fede... fidatevi! Questa è per me la cifra per leggere in maniera acconcia, all'altezza della contestazione di Giobbe.
Se crolla questo punto, non crolla un punto della dottrina biblica, ma il fondamento stesso. Se il cuore della bibbia è l'idea di giustizia, del soggetto giusto, come mediatore della realizzazione del mondo come Dio lo vuole, il presupposto è che il disegno di Dio sia giusto e che Dio mantenga questo suo disegno giusto, che non venga meno lui.
Allora la crisi della giustizia di Dio, Dio che non mantiene la promessa, Dio che lascia cadere il giusto, e che lascia invece che gli empi, i sopraffattori, gli indifferenti, stiano bene, vincano, la sconfitta del giusto e la vittoria dell'ingiusto è la sconfitta della promessa di Dio.
Se crolla questo, crolla tutta la fede di Israele. Ecco allora il passo in avanti: il giusto in questa vita non ha avuto quello che Dio gli prometteva, ma Dio non può venir meno alle sue promesse, dunque deve esserci un dopo. Adesso io la sto mettendo in forma di sillogismo, ma è così.
Dunque deve esserci un'altra vita. La logica è che l'ultima parola della realtà non può essere l'ingiustizia, e se il giusto fallisse, la realtà sarebbe ingiusta.
Kant dirà la stessa cosa quando sosterrà che l'uomo veramente etico, che ha fatto il bene per amore del bene, deve avere il bene sommo, che include la felicità. Per questo Dio, che Kant ha espunto come fondamento dell'etica, viene recuperato come esecutore di questo bene sommo, che è la felicità del giusto.
A me piace dire che la bibbia comincia dove Kant finisce. Cioè che l'inizio della bibbia è quello a cui Kant arriva come conclusione, e cioè che l'ultima parola della realtà non può essere l'ingiustizia. Kant dice che è il postulato della coscienza etica, la bibbia dice che è la rivelazione degli Ebrei. Il messaggio cristiano dirà che è il crocifisso risorto.
Il principio che non può essere che il giusto fallisca è il fondamento dell'antico testamento, ma l'arrivare a dire che questo principio crollerebbe, sarebbe falsificato, smentito, sbugiardato, se non ci fosse un aldilà, non è mai diventato un dogma di fede di Israele. Gli Ebrei non sono tenuti a credere a questo. C'è quell'altra prospettiva dei tempi messianici, ma all'interno dell'orizzonte storico...
La glorificazione della giustizia è la realizzazione della giustizia divina, è la resurrezione del crocifisso, è la sua pienezza di vita. Credo allora che il risorto è colui che, nella stessa potenza dell'amore presente nel crocifisso, fa esplodere il sepolcro, cioè che il risorto è il crocifisso visto da dentro. Noi ci fidiamo del Dio che ha fatto risorgere suo figlio, che promette un mondo, dove giustizia e pace si baceranno al di là di ogni nostra possibile immaginazione.

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