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Don Girolamo Giacomini: appassionato testimone della libertà e dignità di ogni creatura umana

sintesi delle relazioni di Lidia Menapace e Giuseppe Masseroni
Verbania Pallanza, 17 aprile 1999

gli anni della resistenza e della fuci

(Lidia Menapace)
Il rapporto di amicizia che ho avuto con don Giacomini non è mai stato un legame, un vincolo, ma sempre una libertà.
Don Gek seguiva quello che facevo, spesso forse non condividendo le mie scelte, ma senza pregiudizi. Proprio la profondità delle sue convinzioni gli consentiva una estrema libertà di approccio con le persone.
È importante riuscire a fare memoria di persone come don Giacomini. Abbiamo paura della perdita della memoria sul piano personale, molto meno sul piano collettivo. Non ci si preoccupa se un popolo perde la memoria, se non è più in grado di rifarsi ad esperienze passate per poter affrontare il presente e progettare il futuro (scuole, partiti e chiese sono diventati muti). Si vive in una eterna infanzia, senza mai pervenire all'età adulta.
Dobbiamo ricostruire i contesti per poter attivare una trasmissione di memorie.
Memoria significa attrezzarsi e attrezzare chi sta intorno a noi a non vivere in un eterno presente, ad abituarsi a leggere in ciò che avviene il contesto in cui le cose succedono, a scorgerne le radici.
Tutta la vita di don Giacomini è una testimonianza di questo modo di rapportarsi alla realtà.
Persino il massimo dell'esperienza umano-divina viene consegnato a gesti da ripetere, purché rimangano significativi.
Con l'impegno di fare memoria di alcune persone, di fatti, di gesti che ci hanno colpiti mettiamo le basi per cambiare le categorie della memorabilità. Nella storiografia ufficiale c'è normalmente spazio solo per i vincitori, non per i popoli vinti, per i generi oppressi, per le classi dimenticate. Si ricorda a Novara il gen. Cavalli che ha inventato la rigatura interna dei cannoni, ma non chi ha inventato la paniscia, molto più utile, buona e digeribile.
Inoltre sarebbe bene aggiungere altre categorie della memorabilità: non solo la formazione degli stati, ma anche come ci si vestiva, si mangiava...

ciò che è memorabile di don Gek
Ho incontrato don Giacomini come assistente della Fuci e mi colpì la sua straordinaria libertà e la sua originalità (non parlava solo de sexto, ma anche di leggi razziali, di libertà politica, pur con tutte le preoccupazioni del caso). L'idea della inviolabile integrità della persona è una delle grandi cose che mi ha trasmesso. Sosteneva la necessità di essere fedeli a se stessi, di non lasciarsi violare da imperativi esterni, di sapere dire di "no".
Qui sta il fondamento della sua resistenza al fascismo, come di qualsiasi altra concezione autoritaria anche all'interno della chiesa. Chi è fedele a se stesso, quando percepisce che la prudenza diventa tradimento di sé, dice dei "no". È quanto don Gek ha sempre fatto nel corso della sua esistenza, dicendo dei "no" pagati con bastonature e insuccessi di carriera.
Anche il suo trasmettere l'esperienza religiosa rientrava in quest'ottica, fatta di assenza di pregiudizi, di scambio libero, di fedeltà a se stessi nelle scelte decisive.
Quando ci fu la resistenza le prudenze caddero nella decisione dell'agire. Prima, all'interno della Fuci, aveva alimentato un antifascismo facendoci conoscere i documenti della chiesa che condannavano il nazismo (Mit brennender Sorge), mettendone in rilievo l'incompatibilità con il messaggio cristiano. Anticristiano era il totalitarismo del nazismo e del fascismo, il credere obbedire e combattere, la dimissione da sé. Ci dava gli elementi per capire quanto stava succedendo. L'alternativa che ci proponeva era la fedeltà a se stessi o la disponibilità a qualsiasi obbedienza acritica. Qui stava l'elemento del suo antifascismo.
Quando don Gek ci diceva che l'inviolabile integrità della persona riguardava tutto ciò che una persona era, la sua identità culturale, sessuale, religiosa,di appartenenza etnica, risultavano subito evidenti le iniquità delle leggi fasciste, delle leggi razziali, come la necessità di non rispettarle e di lottare.
Ma tutto questo avveniva in un clima di non austerità, di gioiosità, di voglia di vivere. Rientra in questo la sua straordinaria convivialità.
Quando don Gek accettò di farmi entrare in contatto con la resistenza organizzata, dichiarai che non avrei portato armi (la resistenza è stata un movimento armato non militare, e c'era grande libertà anche nel fare obiezione di coscienza all'uso delle armi). Ero favorevole ai sabotaggi e allora trasportavo l'esplosivo, ero favorevole alla formazione di una coscienza antifascista e allora distribuivo la stampa clandestina...
Con don Gek si è sempre discusso a lungo e furiosamente, preoccupato com'era di non sostituire ad un totalitarismo un totalitarismo di altro colore. Ci aiutò a conservare una grande libertà di giudizio (ritenemmo allora sbagliati sia l'attentato di via Rosella, che le modalità dell'uccisione di Mussolini).
Il fascismo fu sconfitto anche perché, in molti luoghi, persone come don Gek avevano costruito attorno a sé gruppi di persone in grado di dire di no nei punti decisivi. È il no dell'operaio che incrocia e braccia, il no dell'intellettuale che spiega i motivi, il no di un gruppo di giovani che rifiutano l'imposizione. Questi "no" nessuna dittatura li può vincere ed è questa la vera riserva di libertà. Ma questa memoria della resistenza non è stata trasmessa.
Credo che don Giacomini vada ricordato per questo lavoro che ha contribuito a rendere possibile a una generazione di resistere al fascismo, a sapere dire di "no".

il rinnovamento pastorale nel post concilio

(Giuseppe Masseroni)
Per poter cogliere il valore delle intuizioni e delle riflessioni proposte da don Giacomini occorrerebbe fare un'analisi della mentalità che sorreggeva la pastorale di allora, quali i suoi progetti, quali le tesi di fondo.
Offro solo qualche spunto (contrariamente a quello che pensavano molti dell'ambiente di chiesa don Giacomini più che un oppositore è stato un costruttore).

  • Allora vi era un legame fortissimo tra chiesa e partito della Democrazia Cristiana.
  • La chiesa era percepita come fortemente autoritaria. (don Gek ne ha subito le conseguenze).
  • Al centro c'erano la conservazione, la ripetitività, non la Parola di Dio.
  • Esisteva un atteggiamento di competizione con la società civile.
  • C'era un distacco della pastorale dalla vita. Nessuno sguardo di speranza verso il mondo.

Don Giacomini, giunto a Pallanza nel 1958, non giunse impreparato al concilio che iniziò nel 1962. Era già la sua strada, il suo metodo, vita vissuta.
Il rinnovamento pastorale non riguarda anzitutto le iniziative fatte, ma il metodo adottato per affrontare i problemi pastorali.

  1. Il metodo anzitutto è la riflessione, la ricerca, l'ascolto. Non si può agire pastoralmente in modo serio senza conoscere bene la situazione in cui si opera. La riflessione proposta era attenta ai luoghi in Italia e all'estero in cui veniva prodotta. Era un metodo inusuale nella pastorale di allora, qualificato in modo negativo come teorico, come una perdita di tempo. Da questo metodo scaturiscono le scelte concrete, dai corsi di teologia e di aggiornamento per un pubblico vasto, ai corsi di formazione per i catechisti, facendo incontrare alla gente le intuizioni del concilio. Tutte le sue grandi amicizie, a cominciare da quelle con Balducci e Turoldo, le faceva diventare amicizie allargate.
  2. Il suo obiettivo era la crescita di persone mature, responsabili, capaci di assumersi responsabilità come credenti e come cittadini, era la crescita di coscienze autonome, non dipendenti. La coscienza formata era vista come il luogo della libertà e dell'impegno. I testi delle penitenze comunitarie da lui preparati rientravano in questa prospettiva. Viveva la chiesa come popolo di Dio, sotto la Parola di Dio e per il mondo.
  3. Contenuto al centro della sua pastorale era la fede in Gesù Cristo e nell'uomo. La chiesa era così ridimensionata, le barriere diventavano assurde, le aperture universali.

Le sue scelte pastorali poi erano alimentate da alcuni grandi valori:

  • l'amicizia. Il lavorare insieme è stato un grande dono. L'unità pastorale era da lui proposta non come modulo organizzativo o strumentale, ma come necessità di condivisione, come comunità di vita che coinvolgeva le persone per crescere insieme.
  • la pace. Ha insistito che l'educazione alla pace fosse uno dei grandi temi del catechismo (noi, tutti presi dai sacramenti, tendevamo a relegarla in secondo piano).
  • la laicità. Parecchi anni fa, parlando della sua morte: "Non mettetemi addosso segni o oggetti religiosi o robe da preti: la più bella immagine di Dio è il volto dell'uomo! Accanto mettete la bibbia dove ognuno che vuole cercherà una parola".
  • la speranza. Non accettava di essere rinchiuso nel negativo delle situazioni: "Ognuno tenga spalancata la porta/ entri un po' di luce".
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