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sintesi della relazione di Giuseppe Barbaglio
Verbania Pallanza, 15 novembre 1997

premessa: la memoria toglie dall'isolamento

Sul piano filologico in ebraico il verbo "zakar" significa ricordarsi, mentre il sostantivo corrispondente "zikkarôn", il ricordo. In greco abbiamo rispettivamente "anamimnesco" e "anamnesis". Anamnesi è un termine che ricorre anche nelle cartelle cliniche, indica il ricordo del passato del paziente.
La preposizione anà, presente in "ana-mimnesco", indica la direzione dal basso in alto (mentre katà dall'alto in basso). "Ana-basi" infatti significa risalita. Anamimnesco vuol dire allora far risalire dentro di noi l'oggetto della memoria, far risalire, riemergere una realtà che è caduta in basso, lontana.
In greco abbiamo anche un'altra coppia: mnemoneuo e mneia, il ricordo.
Un mese fa ho ascoltato una conferenza del teologo Johann Baptist Metz, il quale, parlando della Shoah, affermava che la nostra società contemporanea è una società "a-mnestica", senza ricordo, una società che ama l'oblio. Sosteneva, in riferimento alla Shoah, che le sofferenze non sono un oggetto particolarmente gradito al pensiero, alla riflessione della mente e sono facilmente rimosse. La Shoah viene estirpata, rimossa in quell'abisso lontano e tenebroso, da cui può riemergere solo attraverso un processo anamnestico, che la fa risalire e ripresentare dentro di noi, rendendo attuale il significato di quell'evento.
La nostra è una società amnestica, oltre che per un processo di rimozione di avvenimenti luttuosi attuato al fine di non continuare a soffrire ed esserne angosciati, anche per l'incessante riempimento della nostra attenzione da parte del flusso continuo delle notizie quotidiane, delle news. In una società mediatica come la nostra, in tempo reale, noi siamo messi in grado di conoscere ciò che avviene in ogni parte del mondo. Le notizie, che riempiono la nostra attenzione, hanno una consistenza effimera, attirano un'attenzione superficiale e del tutto temporanea. Domani altre notizie si sovrapporranno a quelle di oggi. La nostra attenzione, occupata dalle notizie, perde così la memoria.
Rimozione e oblio, la caduta nella lontananza, la perdita della memoria, fanno sì che la nostra società smarrisca le radici. Siamo come una pianta senza radici, non affondiamo più il senso della nostra esistenza nell'evento fondante che sta all'origine della storia.
Sul piano religioso l'evento fondante è l'esperienza di fede di Abramo, il padre dei credenti di tutti i tempi, che fonda una storia, quella dei figli di Abramo, di quelli che credono come lui nella promessa. L'evento è fondante perché dà il significato vero e profondo alla storia che si richiama ad Abramo. L'evento è fondante non solo perché è il primo in senso cronologico (Abramo primo dei credenti, dei cristiani, ebrei e musulmani) ma perché è il prototipo e la storia che segue prende senso da lui, come storia di credenti che come lui hanno creduto.
In Galati 3 e Romani 4, Paolo ritiene che l'evento fondante non sia il Sinai, perché riguarda solo i circoncisi. Il Sinai è l'evento della legge mosaica e quindi interessa solo coloro cui è stata data la legge mosaica, gli ebrei. Paolo scavalca l'evento del Sinai affermando come evento fondante l'esperienza di fede di Abramo e così allarga la prospettiva ai gentili. L'evento fondante è Abramo, colui che è stato giustificato per la sua fede in Dio, per la sua fiducia in colui che ha fatto delle grandi promesse.
Allora la storia dei credenti è la storia a immagine di Abramo. Fare memoria di Abramo è stare al centro dei significati profondi della nostra storia in quanto credenti. L'oggi prende senso da questo evento fondante e ciò che fa sì che l'evento fondante influisca sull'oggi è la memoria. La memoria rende il processo fondante presente a noi oggi, vivo per noi oggi.
Lo stesso vale per Gesù. Paolo dirà: "Voi siete morti nella sua morte e voi camminate in novità di vita unendovi al Dio risorto".
L'oggi prende tutto il suo senso dall'evento fondante, dall'evento rivissuto. Ma non solo. La memoria, infatti, non soltanto toglie l'evento fondante dalla sua fatticità, dalle sue dimensioni cronologiche o topografiche (c'è stato un tempo Abramo, un individuo che ha creduto ed è stato giustificato per la sua fede), ma coglie il significato profondo valido attraverso la storia. L'evento fondante così ricordato e reso attuale, rivissuto non nella sua fatticità, ma nel suo significato profondo, ha la capacità di promettere il futuro. Il futuro è il cammino di sviluppo di quell'evento. Il futuro sarà una storia di credenti a immagine di Abramo.
Il processo della memoria illumina il presente e promette il futuro. Il futuro dei credenti, dei figli di Abramo, è un futuro di fede.
La memoria fa sì che nel flusso della storia (l'antica filosofia greca diceva che non ci si può tuffare due volte nella stessa acqua, perché la seconda volta l'acqua di prima è già passata e ne è sopraggiunta dell'altra; la storia è un flusso: oggi è diverso da ieri e domani sarà diverso da oggi) si possa cogliere una continuità profonda. La memoria coglie una continuità nel flusso, nel cambiamento, nell'evoluzione, anche nell'involuzione della storia.
La continuità della storia è la continuità di un processo di fede nel cambiamento dei tempi, dei luoghi, della cultura. Noi siamo i figli di Abramo, dal punto di vista della fede, perché crediamo come lui, a immagine di lui e con lui (in Galati 3 Paolo dice: "Con il credente Abramo"), ma abbiamo i nostri figli, perché la storia va avanti. E' la continuità della storia conservata, mantenuta dalla memoria nel suo senso profondo.
Nella memoria usciamo dall'isolamento. Noi abbiamo timore dell'isolamento, dell'isolamento spaziale anzitutto, dell'isolamento che mortifica la comunicazione. Una comunità amnestica è isolata temporalmente, cronologicamente: non ha più il passato, non ha ancora il futuro ed è ridotta ad essere un punto, a cominciare ogni giorno da zero. Noi non siamo gli unici credenti, i primi credenti, siamo al di dentro di un cammino di folle di credenti. Tutte queste folle di credenti diverse sono unite dalla memoria dell'evento fondante, dalla memoria di Abramo, il padre dei credenti.

memoria sapienziale e memoria mnestica

Il motivo della memoria ha due applicazioni ben distinte nelle scritture ebraiche. Una applicazione di tipo sapienziale, in cui il motivo del ricordarsi rinvia al riflettere. La memoria non è intesa come il far risalire dall'abisso della storia l'evento significativo, ma come il riflettere, il pensarci bene, il non essere sventati.
Questa accezione di memoria la si trova nel Siracide e anche nella nostra liturgia nel mercoledì delle ceneri: "Memento homo quia pulvis es et in pulverem reverteris"
Siracide 7,18: "Ricordati che la collera divina non tarderà". E' il filone della sapienza, del come navigare nel grande mare dell'esistenza e della storia. Ricordati che se fai il male c'è il castigo divino. E' una pedagogia un po' rudimentale, che è giunta sino a noi. Non è il far salire dall'abisso del passato un evento, ma il riflettere sul rapporto tra colpa e pena.
Così pure in 14,12: "Ricordati che la morte non tarderà" e 28,6: "Ricordati della tua fine". La riflessione sul giorno ultimo della morte che deve diventare maestra della vita. E' un motivo sapienziale della memoria, che occupa però un posto periferico.
Il motivo propriamente mnestico è storico. La memoria è anamnesi, è il far salire dall'abisso del passato l'evento fondatore in modo che il suo significato sia presente e operante in noi. E' un motivo quindi riferito alla storia, al passato, alla storia di Dio.
Non si tratta semplicemente del ricordarsi perché la storia insegna. Sarebbe solo un motivo sapienziale: la storia passata ci insegna a non ripetere gli errori del passato. Qui si tratta di storia salvifica, e il ricordare è far salire dentro di noi l'evento fondante storico-salvifico. L'evento fondante è l'evento che sta all'origine di un processo storico ed è la dinamica di questo processo storico.
Lo stesso Siracide, in cui ricorre il motivo della memoria in senso sapienziale, presenta anche quello di tipo storico-salvifico. In 28,7 dice: "Ricordati dei comandamenti - i comandamenti non sono semplicemente le norme, ma l'evento del Sinai, le clausole del patto - dell'alleanza con l'Altissimo". Ancora in 42,15: "Ricorderò ora le opere del Signore" - le opere del Signore sono le opere del Dio creatore. Ma anche la creazione è in qualche modo un evento storico, perché il Dio della storia è lo stesso Dio creatore. I mirabilia Dei, le cose mirabili di Dio, gli eventi storici (si veda il salmo 136 con il ritornello "eterna è la sua lealtà", la qualità necessaria di chi entra in un patto). La creazione è l'impegno di Dio a essere fedele e leale verso la sua creazione.

Sul piano della memoria mnestica in un primo momento rifletteremo sul "Ricordati, o Israele". E' un imperativo, una sollecitazione, un'esortazione pressante, perché Israele aveva bisogno di far risalire dal suo lontano passato gli eventi fondanti dentro la propria storia e renderli presenti. La sollecitazione a ricordare sta a significare che Israele aveva dimenticato.
In un secondo tempo ci soffermeremo sull'istituzionalizzazione della memoria.
La memoria è un processo profondo che dà il senso di un'esistenza mnestica. L'esistenza dei credenti è essenzialmente un'esistenza mnestica.
L'istituzionalizzazione riguarda i momenti, i gesti, i giorni in cui esplicitamente e socialmente facciamo memoria. La memoria viene tematizzata, istituzionalizzata attraverso il culto, le feste, la pasqua. Il popolo è chiamato a essere sempre mnestico, però ci sono dei momenti in cui questa dimensione viene celebrata e viene celebrata socialmente. Non si fanno i riti da soli. La comunità si ritrova e socializza i momenti memorativi.
Terzo momento è la dimenticanza, l'oblio, il lasciar cadere nell'abisso dell'inesistente per noi gli eventi fondanti.

1. "Ricordati, o Israele".

La teologia della memoria, cioè la riflessione che mette in rilievo come l'esperienza del popolo è essenzialmente un'esperienza mnestica, anamnestica, è sviluppata nelle Scritture ebraiche soprattutto dal Deuteronomio. Il motivo della memoria ricorre anche nei profeti, ma di tutti gli scritti è il Deuteronomio che ha evidenziato con maggiore precisione e ampiezza il motivo della memoria, della memoria necessaria.
Il Deuteronomio è un libro che si colloca letterariamente nel momento in cui le tribù israelitiche, dopo essere uscite dall'Egitto ed aver peregrinato per quarant'anni nel deserto, si trovano di fronte al fiume Giordano, che attraverseranno per poter conquistare la terra. Il libro è costituito da un insieme di discorsi rivolti da Mosè al proprio popolo, che sta per portare a compimento l'esperienza dell'esodo. Sono parole che costituiscono il suo testamento.
Il Deuteronomio è un'esortazione di Mosè al proprio popolo perché si impegni in una decisione fondamentale, espressa anche nel primo comandamento, nella decisione della fedeltà a Dio.
Il "ricordati, o Israele" dà espressione, corpo, forma all'esortazione di Mosè perché il popolo faccia la scelta fondamentale di fedeltà.
Il tema del "ricordati" equivale al "sii fedele", una fedeltà motivata dall'evento fondante.

a) "sei stato schiavo in Egitto" e l'osservanza del sabato, dell'anno sabbatico e del giubileo

Innanzitutto troviamo nel Deuteronomio una formula fissa: "Ricordati che sei stato schiavo in Egitto e che sei stato liberato". La formula fa risalire dall'abisso tenebroso il lontano passato dell'esperienza alienante in Egitto, presupposto della liberazione.
Siamo all'interno del decalogo, nel comandamento riguardante l'osservanza del sabato. Il Deuteronomio sviluppa questo comandamento in origine molto sintetico: "Non lavorerai nel settimo giorno né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo asino, né il tuo schiavo, né il forestiero, né gli animali". Il riposo è la pausa dal lavoro per tutti i viventi che si affaticano.
In Israele c'erano dei forestieri, appartenenti a delle minoranze etniche, ad esempio gli ittiti, come il marito di Bersabea, Urìa, che Davide farà uccidere. Sono minoranze che non godono di tutti i diritti civili. Come pure c'erano degli schiavi.
La motivazione del riposo per lo schiavo e il forestiero è così indicata in Deut 5,15: "Ricordati che sei stato schiavo nel paese d'Egitto e che il Signore tuo Dio ti ha fatto uscire di là con mano potente e braccio teso; perciò il Signore tuo Dio ti ordina di osservare il giorno di sabato".
La tua amara esperienza passata deve rendersi presente. Tu che sei stato liberato dalla schiavitù devi in qualche modo rendere allo straniero e allo schiavo almeno un giorno alla settimana la libertà. Tu popolo beneficiario dell'esodo devi diventare protagonista attivo dell'esodo nei confronti degli schiavi.
L'evento fondante, che è la liberazione dalla schiavitù d'Egitto, viene memorizzato, attualizzato in un comportamento responsabile e attivo di esodo da assumere almeno un giorno la settimana nei confronti del forestiero. Tu che sei stato liberato diventa un giorno liberatore.
Il processo mnestico caratterizza il presente dell'osservanza del riposo sabbatico per lo schiavo e il forestiero. La memoria della schiavitù d'Egitto giustifica e legittima il riposo dello schiavo e del forestiero.
In Deut 15,15 abbiamo una legge molto umanitaria sempre a proposito di schiavitù: "Se un tuo fratello ebreo o ebrea si vende a te, (in Israele chi era oberato di debiti che non riusciva più a estinguere poteva vendere se stesso) ti servirà per sei anni, ma il settimo lo manderai via libero (è l'anno sabbatico. Il riposo ogni sette giorni, ogni sette anni e ogni sette per sette anni, cioè l'anno giubilare). Quando lo lascerai andare via libero, non lo rimanderai a mani vuote; gli farai doni dal tuo gregge, dalla tua aia e dal tuo torchio; gli darai ciò con cui il Signore tuo Dio ti avrà benedetto. Ti ricorderai che sei stato schiavo nel paese d'Egitto e che il Signore tuo Dio ti ha riscattato; perciò io ti dò oggi questo comando".
La memoria dell'evento originario fonda l'esigenza del comando divino.
Deut. 24,17-22: "Non lederai il diritto dello straniero e dell'orfano e non prenderai in pegno la veste della vedova, (erano le tre categorie più disagiate in una società priva di previdenze e assistenze sociali: l'orfano non aveva il padre che lo potesse mantenere, la vedova il marito, lo straniero la solidarietà dei vicini. Hanno dei diritti), ma ti ricorderai che sei stato schiavo in Egitto e che di là ti ha liberato il Signore tuo Dio; perciò ti comando di fare questa cosa.
Diventa liberatore il sabato, un giorno la settimana, il settimo anno e ogni giorno non lederai il diritto.
Quando, facendo la mietitura nel tuo campo, vi avrai dimenticato qualche mannello, non tornerai indietro a prenderlo; sarà per il forestiero, per l'orfano e per la vedova, perché il Signore tuo Dio ti benedica in ogni lavoro delle tue mani. Quando bacchierai i tuoi ulivi, non tornerai indietro a ripassare i rami: saranno per il forestiero, per l'orfano e per la vedova. Quando vendemmierai la tua vigna, non tornerai indietro a racimolare: sarà per il forestiero, per l'orfano e per la vedova. Ti ricorderai che sei stato schiavo nel paese d'Egitto; perciò ti comando di fare questa cosa".

b) la memoria delle opere di Dio fonte di fiducia coraggiosa

L'esodo, che è sempre l'evento fondante, ricorre anche in altri passi del Deuteronomio, come in 7,18: "Ricordati quanto Dio ha fatto al faraone e agli Egiziani. Non temere".
Da questa memoria di ciò che Dio ha fatto al faraone e agli Egiziani deriva l'esortazione a non temere le nazioni che circondano Israele.
Le tribù israelitiche, che venivano dal deserto, sono penetrate nella terra abitata dai Cananei, nella terra di Canaan. La terra promessa apparteneva ad altri che erano molto forti. I Cananei avevano delle grandi piazzeforti nella pianura di Canaan, città fortificate. Le tribù israelitiche, provenienti dal deserto, non avevano abilità militari. Quando gli esploratori inviati da Giosuè per perlustrare il territorio ritornano, riferiscono di aver visto dei giganti. E' ben rappresentato il timore di queste tribù. Di qui scaturisce l'invito al "Non temete, abbiate una fiducia coraggiosa", ricordando quanto Dio ha fatto al faraone, che era più forte dei Cananei.
La memoria in questo caso è creativa di animosa fides, di fiducia coraggiosa, non solo di fedeltà al patto e quindi di atteggiamenti umanitari nei confronti dei forestieri e degli schiavi.
La schiavitù in Egitto, l'esodo e la peregrinazione sono tre aspetti di un unico evento.
Il libro del Deuteronomio è nato secoli dopo gli eventi narrati. Siamo nel periodo in cui Israele ha già avuto una storia con molti chiaroscuri. I circoli deuteronomistici, che erano circoli levitici del nord e che, una volta conquistata Samaria nel 721 da parte degli Assiri, sono venuti a Gerusalemme, hanno fatto una specie di missione popolare esortando Israele a una scelta di fedeltà. Hanno scelto la collocazione letteraria e teatrale di Mosè per dire che si è ritornati al momento decisivo della storia di Israele, simile a quello vissuto dalle tribù prima di attraversare il Giordano. Non sono delle lontane riflessioni e esortazioni. Il "ricordati" è messo in bocca a Mosè ma è indirizzato ai contemporanei.
In Deut 8,2 Mosè esorta le tribù: "Ricordati del cammino che tu hai fatto per quarant'anni nel deserto, tu che sei stato messo a dura prova".
Mancava l'acqua e il cibo e il popolo mormorava sfiduciato. Quando Gesù fa il discorso del pane tutti mormorano: è la sfiducia.
"Osserva i comandamenti che oggi io ti do, perché tu abbia a trovare la vita".
La memoria diventa la fonte di un'esigenza di fedeltà fondamentale e molto dura nella vita.
Deut 9,7: "Ricordati anche come hai provocato all'ira il tuo Dio". Non solo ricordati della liberazione, di quel cammino in cui la fedeltà è stata messa a dura prova, ma anche di come hai provocato all'ira il tuo Dio.
Nell'evento fondatore non c'è solo l'intervento liberatore di Dio, ma c'è anche l'altra faccia della medaglia: l'infedeltà dell'uomo, del popolo, la mormorazione, il rifiuto di Mosè, il vitello d'oro soprattutto, cioè l'idolatria.
Ricordati dell'ira di Dio, che è stata distruttiva (ventitremila sterminati nel deserto), ma anche dell'intercessione di Mosè che supplica Dio di evitare lo sterminio totale affinché il suo onore sia salvo e che i popoli vicini non dicano che Dio ha fatto uscire Israele dall'Egitto per massacrarlo nel deserto.
La memoria è anche del peccato, dell'infedeltà, al fine di non ripeterli.

c) memoria di una storia di salvezza

Il brano Deuteronomio 32,7ss. si trova nel cantico di Mosè:

        Ricorda i giorni del tempo antico,
        medita gli anni lontani.

In realtà sono passati cinque secoli. E' un ricordo meditativo, riflessivo che coglie il significato di quegli eventi passati.

	Interroga tuo padre e te lo farà sapere,
	i tuoi vecchi e te lo diranno.

Ancora oggi nella pasqua, festa familiare, domestica, il figlio interroga il padre sul significato dei riti che stanno per compiere e il padre fa l'haggadà, cioè la narrazione dell'evento fondante.
La memoria è trasmessa, è trasmesso il senso di questi eventi.

	Quando l'Altissimo divideva i popoli,
	quando disperdeva i figli dell'uomo,

Si parte dalla creazione e dalla torre di Babele.

	egli stabilì i confini delle genti
	secondo il numero degli Israeliti.
	Perché porzione del Signore è il suo popolo,
	Giacobbe è sua eredità.

	Egli lo trovò in terra deserta,
	in una landa di ululati solitari.
	Lo circondò, lo allevò,
	lo custodì come pupilla del suo occhio.
	Come un'aquila che veglia la sua nidiata,
	che vola sopra i suoi nati,
	egli spiegò le ali e lo prese,
	lo sollevò sulle sue ali,
	Il Signore lo guidò da solo,
	non c'era con lui alcun dio straniero.
	Lo fece montare sulle alture della terra

Dalle pianure del Nilo fino alle montagne di Canaan

	e lo nutrì con i prodotti della campagna;
	gli fece succhiare miele dalla rupe
	e olio dai ciottoli della roccia;
	crema di mucca e latte di pecora
	insieme con grasso di agnelli,
	arieti di Basan e capri,
	fior di farina di frumento
	e sangue di uva, che bevevi spumeggiante.
	Giacobbe ha mangiato e si è saziato,
	sì, ti sei ingrassato, impinguato, rimpinzato
	e ha respinto il Dio che lo aveva fatto,
	ha disprezzato la Roccia, sua salvezza.
	Lo hanno fatto ingelosire con dei stranieri
	e provocato con abomini all'ira.
	Hanno sacrificato a demoni che non sono Dio,
	a divinità che non conoscevano,
	novità, venute da poco,
	che i vostri padri non avevano temuto.
	La Roccia, che ti ha generato, tu hai trascurato;
	hai dimenticato il Dio che ti ha procreato!

Appare qui il motivo della dimenticanza, l'altra faccia della memoria.
Se il punto di partenza è una liberazione lo è anche il punto di arrivo.

        Perché il Signore farà giustizia al suo popolo
	e dei suoi servi avrà compassione;
	quando vedrà che ogni forza è svanita
	e non è rimasto né schiavo, né libero.
	Allora dirà: Dove sono i loro dei,
	la roccia in cui cercavano rifugio;
	quelli che mangiavano il grasso dei loro sacrifici,
	che bevevano il vino delle loro libazioni?
	Sorgano ora e vi soccorrano,
	siano il riparo per voi!

Voi che avete commesso l'idolatria e vi siete affidati agli altri dei, vediamoli al lavoro.

	Ora vedete che io, io lo sono
	e nessun altro è dio accanto a me.

Dio si è dimostrato l'unico Dio liberatore della storia.

Non solo c'è un evento fondante di salvezza, ma c'è una storia di salvezza. Il significato dell'evento fondante non resta chiuso nel passato, ma è sotteso a tutta la storia.
Michea 6,5: "Ricordati di Balak e di Balaam, ricordati di tutti i benefici che il Signore ti ha fatto..."
E' la storia dei Giudici, la storia di Israele nella terra. La memoria: ricordati o Israele di tutta la tua storia, dall'evento fondante fino a oggi. Questa storia lunga secoli è una storia unitaria perché sempre è una storia in cui Dio rende giustizia nella liberazione, di cui l'esodo è il prototipo.
La memoria è vivere in continuità con tutta la storia.
"Ricordati o Israele" potremmo tradurlo con "vivi oggi il senso profondo della tua storia".
Non è solo un processo mnemonico, il far venire alla mente, ma il far venire alla vita il senso profondo di quell'evento.
Far riposare lo schiavo significa compiere un piccolo esodo facendo riposare lo schiavo.

2. Istituzionalizzazione della memoria.

Se fare memoria vuol dire rivivere non la fatticità, ma il significato dell'evento, prende senso anche la ritualizzazione e l'istituzionalizzazione della memoria. Ciò che si vive, siccome l'uomo è un essere "poietico", fattivo, creativo, lo si manifesta attraverso dei gesti, attraverso una drammatizzazione della memoria. L'evento diventa una rappresentazione teatrale.
Nel teatro di Pirandello, la rappresentazione teatrale riassume la vita, si mescola con la storia e il passaggio dall'una all'altra non è così netto.
Nel film "Il sapore della ciliegia", del regista iraniano Abbas Kiarostami, quasi non si avverte il passaggio dalla storia alla rappresentazione filmica. E' narrata la vicenda di un uomo che attraversa a bordo di un fuoristrada strade sterrate in un paesaggio desolato di terra smossa e che vuole suicidarsi. Scelto il luogo per suicidarsi, ha bisogno che qualcuno, dopo la sua morte, versi sul suo corpo venti palate di terra, oppure lo copra con un mantello, che qualcuno compia quindi un gesto di affidamento alla terra. Chiede questo gesto prima ad un soldato, poi ad uno studente coranico e infine ad un vecchio imbalsamatore di animali, dopo il rifiuto dei primi due. Il vecchio, che ha necessità economiche, acconsente, ma racconta che anche lui ha tentato in passato di suicidarsi quando le cose andavano male e non si è ucciso perché ad un certo punto i suoi occhi sono cambiati. Il mattino in cui doveva uccidersi, è salito su un ciliegio, ha raccolto e mangiato dei frutti della pianta. Il sapore dolcissimo del frutto, la visione del sole e dei bambini che andavano alla scuola hanno modificato l'occhio con cui guardava la sua vita.
Viene la notte. Colui che vuole suicidarsi si mette nella buca. Scoppia un temporale, successivamente appare nel cielo la luna e verso l'alba si ode il canto degli uccelli.
A questo punto del film viene rivelato che si tratta di una rappresentazione filmica.
La storia e la rappresentazione sono sovrapposte.
La ritualizzazione è una rappresentazione sovrapposta al "ricordati, o Israele", alla storia vissuta.
Solo così la ritualizzazione non è vuota, non è formalistica, ma è molto efficace e impegnativa.

a) trasmettere la memoria

E' un primo aspetto della ritualizzazione.
Esodo 3,15. Quando Dio appare a Mosè nel roveto ardente, rivela la propria identità: "Io sono colui che sarò", cioè io sono colui che mi dimostrerò nel mio prossimo agire di liberatore.
Dio dice: "Dirai agli Israeliti, o Mosè, il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe, mi ha mandato a voi. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione".
Mosè è il trasmettitore di una memoria, non di una memoria di una qualità di Dio, di un ente sussistente, ma la memoria di colui la cui identità è un fare, il fare dell'esodo. Dio è colui che compie l'esodo.

b) la scrittura

Un secondo modo di istituzionalizzare la memoria è la scrittura, per preservare il ricordo degli eventi.
Esodo 17,14. Israele ha sconfitto Amalek. Dal punto di vista storico le lotte tra Israele e Amalek sono diventate famose, legate all'immagine di Mosè orante con le braccia levate.
"Allora il Signore disse a Mosè: "Scrivi questo per ricordo nel libro e mettilo negli orecchi di Giosuè: io cancellerò del tutto la memoria di Amalek sotto il cielo".
Sono le due modalità della trasmissione, quella scritta e quella orale.
La bibbia è il libro della memoria, della memoria narrativa, che narra ciò che Dio ha fatto, che narra l'evento fondante e significativo.

c) il culto

E' un ulteriore momento di istituzionalizzazione.
In Levitico 2,2 e 4,7, ai tempi di un Israele già sedentario, si parla delle offerte, delle offerte di farina, delle offerte di incenso e di profumi. Queste offerte sono chiamate memoriale, ossia un gesto di memoria, un gesto che racchiude la memoria.
Le feste sono definite come dei memoriali. L'essenza della festa ebraica è la memoria, una memoria ritualizzata, resa visibile, socializzata.
In Deuteronomio 16,12ss. si parla della festa delle sette settimane, la festa delle capanne. Dopo che avrai offerto al tempio il primo covone del campo, dopo sette settimane, ecco che farai la festa: "Ti ricorderai che sei stato schiavo in Egitto e metterai in pratica queste leggi".
Ma la festa per eccellenza della memoria è la pasqua.
La pasqua ebraica è composta da due riti: i pani azzimi, non lievitati e l'agnello di un anno sgozzato.
Questi due riti erano originariamente due riti naturalistici.
L'agnello sgozzato era il rito di pastori, i quali prima di mettersi in viaggio per la transumanza, periodo molto difficile in quanto si doveva andare alla ricerca di nuovi pascoli, uccidevano un agnello come rito propiziatorio. E' un rito con un significato naturalistico, collegato alle stagioni dell'anno, alla stagione della transumanza.
Gli azzimi erano l'offerta dei pani da parte degli agricoltori che coltivavano il terreno, producevano il frumento e, come riconoscimento del dono della divinità, offrivano i pani.
Israele ha assunto i due riti, che avevano un significato naturalistico, cioè espressioni di una stagione dell'anno e dei frutti della natura, li ha uniti in un'unica festa e soprattutto ha dato a questi due riti "naturalistici" un significato storico.
L'agnello sgozzato richiama la notte in cui gli israeliti in Egitto hanno sgozzato l'agnello e, con il sangue, hanno tinto gli stipiti della casa in modo da preservarla dall'angelo sterminatore. Gli azzimi sono la pasta che avevano preparato per il giorno successivo e, siccome il giorno dopo si sono messi in viaggio, la pasta non ha potuto lievitare. La pasqua ha una valenza storica: è la memoria ritualizzata, teatralmente rappresentata, dell'esodo. Sgozzano l'agnello, mangiano gli azzimi esattamente come avevano fatto gli israeliti della prima generazione, quella dell'evento fondante.
La memoria è teatralmente presente.
In Esodo 12,14 sono anzitutto esposte molte indicazioni ritualistiche riguardanti le qualità dell'agnello, che deve essere maschio, di un anno, ucciso il giorno prima ... Il rito deve essere eseguito con estrema precisione, perché deve visualizzare la storia. Quindi si indica il significato di questi riti pasquali: "Questo giorno sarà per voi un memoriale (zikkarôn)". Sarà cioè un gesto l'uccisione in casa dell'agnello (più tardi gli agnelli saranno uccisi nel tempio e mangiati a casa, come avvenne per la pasqua presieduta da Gesù, con i suoi discepoli).
Uccidendo l'agnello e mangiandolo con erbe amare, voi compite una ritualizzazione di quell'evento.
Esodo 13,3: "Mosè disse al popolo: "Ricordati di questo giorno, nel quale siete usciti dall'Egitto, dalla condizione servile, perché con mano potente il Signore vi ha fatto uscire di là: non si mangi ciò che è lievitato. Sarà per te segno sulla tua mano e ricordo fra i tuoi occhi, perché la legge del Signore sia sulla tua bocca". E' la legge istitutiva della pasqua.
C'è anche la testimonianza del Deuteronomio 16,1ss.: "Osserva il mese di Abib e celebra la pasqua in onore del Signore tuo Dio, perché nel mese di Abib il Signore tuo Dio ti ha fatto uscire dall'Egitto, durante la notte".
Nel teatro il protagonista della storia parla in prima persona: tu sei uscito dall'Egitto. Non è l'esodo nella sua fatticità, nel suo aspetto cronachistico. Nella sua fatticità l'evento è lontano. Si compie l'evento ancora adesso perché tu fai il teatro in prima persona, rivivi poeticamente, drammaticamente l'evento.

d) il rapporto tra la teatralizzazione e la memoria dell'evento.

La memoria dell'evento è l'evento rivissuto in prima persona e la ritualizzazione è la celebrazione di questo rivivere l'evento.
"Immolerai la pasqua al Signore tuo Dio... Non mangerai con essa pane lievitato ...; e così per tutto il tempo della tua vita tu ti ricorderai il giorno in cui sei uscito dal paese d'Egitto".
"Tu sei uscito", "tu ti ricorderai il giorno in cui sei uscito". Sono usciti i padri, voi siete usciti, e si fa la celebrazione del vostro essere usciti, che è una riattualizzazione dell'uscita dei vostri padri.
I sacramenti sono un teatro in cui noi rappresentiamo la morte e la resurrezione di Cristo. Noi siamo i soggetti, i protagonisti, perché noi siamo morti, attraverso il battesimo, dice Paolo. Cristo è morto e noi siamo morti con lui e noi facciamo il teatro di questa morte. Se non si fa la morte il teatro è pura formalità, non si fa come Pirandello che unisce la storia al teatro. Si fa una pura rappresentazione estrinseca.

3. la dimenticanza o l'oblio.

I profeti denunciano il peccato di Israele come dimenticanza. Se la fedeltà è "ricordati, o Israele", l'infedeltà è la dimenticanza.
Osea 4,6 denuncia soprattutto il peccato dell'idolatria: "Perisce il mio popolo per mancanza di conoscenza (in ebraico la conoscenza è l'esperienza). Poiché tu rifiuti la conoscenza, rifiuterò te come mio sacerdote; hai dimenticato la legge del tuo Dio e io dimenticherò i tuoi figli" L'idolatria è dimenticanza. Dimenticanza della legge, del Sinai, dell'evento fondante.
Geremia 2,32. L'idolatria è stata raffigurata sia da Geremia che da Osea con l'immagine sponsale, del fidanzamento: "Si dimentica forse una vergine dei suoi ornamenti o una sposa della sua cintura? (una fidanzata non si dimentica dei suoi ornamenti né una sposa del suo vestito di nozze) Eppure il mio popolo mi ha dimenticato per giorni innumerevoli.
I profeti denunciano il peccato di idolatria sotto la categoria della dimenticanza.
La storia dei Giudici, come Iefte, Otniel, Sansone - i giudici non erano i magistrati, ma erano i capi, liberatori del popolo - viene presentata con questo cliché: il popolo ha dimenticato Jahvé (l'idolatria), Dio lo castiga, il popolo si pente e chiede perdono e Dio manda il liberatore. Passati un po' di anni si ripete lo stesso schema.
Ciò che scatena le vicende narrate nel libro dei Giudici è la dimenticanza.
Giudici 3,7ss.: "Gli Israeliti fecero ciò che è male agli occhi del Signore; dimenticarono il Signore loro Dio e servirono i Baal e le Asere" Sono le divinità maschili e femminili. La religione cananaica è una religione naturalistica, una religione delle forze della natura e quindi anche delle forze sessuali, in quanto l'unione del maschio e della femmina è produttiva di vita. Gli Israeliti dimenticano il Signore e si fanno servi di questa religione naturalistica. Dimenticano il Dio della storia e degli eventi. Dimenticare Jahvé, fare l'idolatria e fare il male agli occhi di Dio è la stessa cosa.
Il contrario della memoria non è il non venir in mente, ma l'espellere dalla propria vita il senso degli eventi fondanti o lasciare che escano dalla propria vita.
"Perciò l'ira del Signore si accese contro Israele" e furono resi schiavi di altri popoli.
"Poi gli Israeliti gridarono al Signore, e il Signore suscitò un liberatore, Otniel".
Venne il liberatore e "Il paese rimase in pace per quarant'anni".
Giudici 8,33-35: "Dopo la morte di Gedeone gli Israeliti tornarono a prostituirsi ai Baal e presero Baal-Berit come loro Dio. Gli Israeliti non si ricordarono del Signore loro Dio che li aveva liberati dalle mani di tutti i loro nemici..."
Terzo elemento di questa dimenticanza, oltre alla denuncia profetica del peccato di dimenticanza, e all'idolatria come spiegazione di una storia di castigo, Israele viene messo in guardia dal dimenticare. Bada di non dimenticare.
Deuteronomio 8,7-20, sempre in bocca a Mosé: Quando tu entrerai nel paese e ti metterai a coltivare la terra, la terra buona che il tuo Dio ti ha dato e diventerai ricco e avrai tutto dalla vita, allora guardati dal dimenticare il Signore. Nel periodo della floridezza, quando tutte le cose vanno bene, c'è il pericolo di dimenticare il Signore.
perché il Signore tuo Dio sta per farti entrare in un paese fertile: paese di torrenti, di fonti e di acque sotterranee che scaturiscono nella pianura e sulla montagna; paese di frumento, di orzo, di viti, di fichi e di melograni; paese di ulivi, di olio e di miele; paese dove non mangerai con scarsità il pane, dove non ti mancherà nulla; paese dove le pietre sono ferro e dai cui monti scaverai il rame.
(Salomone aveva dato gran peso all'industria, alla lavorazione dei metalli)
Mangerai dunque a sazietà e benedirai il Signore Dio tuo a causa del paese fertile che ti avrà dato. Guardati bene dal dimenticare il Signore tuo Dio così da non osservare i suoi comandi, le sue norme e le sue leggi che oggi ti dò.
(Dimenticare vuol dire non osservare)
Quando avrai mangiato e ti sarai saziato, quando avrai costruito belle case e vi avrai abitato, 13quando avrai visto il tuo bestiame grosso e minuto moltiplicarsi, accrescersi il tuo argento e il tuo oro e abbondare ogni tua cosa, il tuo cuore non si inorgoglisca in modo da dimenticare il Signore tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla condizione servile;
(l'orgoglio è il ritenere che il merito sia di Israele e Dio viene espulso dalla propria esistenza felice)
che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz'acqua; che ha fatto sgorgare per te l'acqua dalla roccia durissima; 16che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri, per umiliarti e per provarti, per farti felice nel tuo avvenire.
Guardati dunque dal pensare: La mia forza e la potenza della mia mano mi hanno acquistato queste ricchezze. 18Ricordati invece del Signore tuo Dio perché Egli ti dá la forza per acquistare ricchezze, al fine di mantenere, come fa oggi, l'alleanza che ha giurata ai tuoi padri. 19Ma se tu dimenticherai il Signore tuo Dio e seguirai altri dei e li servirai e ti prostrerai davanti a loro, io attesto oggi contro di voi che certo perirete! 20Perirete come le nazioni che il Signore fa perire davanti a voi, perché non avrete dato ascolto alla voce del Signore vostro Dio.
Il tema dell'oblio e della dimenticanza, e della denuncia profetica nella spiegazione della storia dei giudici e della messa in guardia costituisce l'altra faccia del ricordo.

Discussione

D. Proprio la tradizione deuteronomistica, quella che invita a rispettare lo straniero in nome del ricordo della propria schiavitù, é quella stessa che esalta lo sterminio di quegli stranieri che non accettano di sottomettersi, nel momento della conquista. Vuol dire forse che il significato liberatore dell'evento fondante si dischiude solo progressivamente?
R. L'evento fondante, la liberazione degli schiavi in Egitto, ha anche l'altra faccia della medaglia, la violenza contro gli oppressori, la violenza "giusta". Oltre alla violenza gratuita dell'oppressore contro l'oppresso c'è la violenza del liberatore che elimina la violenza di cui l'oppresso è vittima. L'anima profonda della religione biblica è la sete inesausta di giustizia. L'uomo della bibbia non si è mai arreso di fronte all'ingiustizia, non si è mai rassegnato. La giustizia, invocata da Dio, è la giustizia a difesa dell'indifeso, resa a chi giustizia non ha. E' l'azione liberatrice dell'Esodo.
C'è poi un risvolto violento di questa azione liberatrice, di giustizia di Dio a difesa degli oppressi - tema importantissimo, ripreso da Paolo, con la giustizia di Dio, che ci rende giusti. Questa giustizia è ottenuta anche con metodi violenti.
Un conto è il fine perseguito: la giustizia, il buon diritto dell'orfano, dello straniero, dello schiavo, dell'indifeso. Un altro sono i mezzi. Israele non è andato per il sottile sui mezzi, è stato un po' machiavellico, tutto preso dalla sete inesausta di giustizia. Ha riconosciuto la necessità di un prezzo violento nell'affermare la giustizia. E' un dato presente in tutta la bibbia.
Noi oggi non possiamo più accettare questo Dio che libera servendosi della violenza. Lo stato persegue la giustizia con metodi violenti e lo stesso atteggiamento viene attribuito a Dio. La nostra sensibilità di oggi ci permette di leggere questi testi con occhio critico e mostrare come questi autori biblici abbiano chiuso un occhio, qualche volta tutti e due, sul metodo usato per ottenere giustizia, accettando metodi violenti e attribuendoli a Dio.
Quando leggiamo questi testi cogliamo il fondamentale anelito alla giustizia da realizzare, pur senza condividere l'idea che i mezzi violenti siano giustificati dal fine.
Dal punto di vista di una lettura ermeneutica possiamo distinguere i due aspetti.
L'evento fondante è un evento anche violento, di violenza "giusta", nel senso che ha una giusta causa. Però la memoria che noi siamo chiamati a fare deve scindere in quell'evento la giustizia ottenuta dai mezzi violenti con cui è perseguita.
Una rilettura critica ci mostra un Dio salvatore, liberatore, redentore che persegue la giustizia, senza violenza, e quindi senza grande efficacia storica. Questo spiega Auschwitz. Questo Dio non è stato capace di salvare i sei milioni di ebrei che lo invocavano come liberatore, perché non ha la forza violenta, la potenza violenta. Non è stato capace di risparmiare al suo figlio unico Gesù la morte orrenda della croce. Però, alla luce dell'esperienza cristiana, la giustizia l'ha resa il mattino di pasqua risuscitando il crocifisso, senza esercitare violenza sui crocifissori.
E' il segno di una giustizia molto più difficile, molto più ardua, che lui realizza sul piano escatologico, con grande impotenza storica, che riesce faticosamente, nella resurrezione di Cristo a dare la vita senza dare la morte. Non è un Dio della morte e quindi non ha la potenza della morte, non ha i metodi violenti.
Dal punto di vista ermeneutico l'evento fondante va purificato come un evento di giustizia, di liberazione dal versante strumentale dell'azione violenta.

D. Dopo Auschwitz molti ebrei hanno smarrito la fede forse perché sono legati all'Antico Testamento?
R. Gli ebrei, avendo vissuto in prima persona l'evento, sono stati loro le vittime. Sono loro, credenti, che hanno sperimentato lo sterminio senza che il loro Dio muovesse un dito. Se molti hanno smarrito la fede altri sono giunti a dire, come Jonas, che Dio non è onnipotente.
Nella bibbia, dice Jonas, si dice che Dio è buono ed è onnipotente. Ora queste due caratteristiche non possono più stare insieme dopo Auschwitz, perché se Dio era buono e onnipotente doveva intervenire. Non è intervenuto. Ora o non era buono, ma non possiamo affermare questo di Dio, o non era capace e quindi non onnipotente.
La mia soluzione è quella di togliere a Dio la violenza e se togliamo a Dio la violenza, togliamo a Dio anche l'onnipotenza zeusica, cioè la potenza di dare la morte.
Non si tratta di contrapporre Antico e Nuovo Testamento. Abbiamo, cristiani e ebrei, una storia comune alle spalle e siamo chiamati a fare una memoria di questa storia comune. Noi, cristiani, ebrei e musulmani, che siamo figli di Abramo.
La nostra storia è la storia di fede di Abramo, di Dio che fa le promesse di salvezza e che le mantiene senza metodi violenti.
Siamo chiamati a purificare la nostra memoria sul versante della onnipotenza violenta.

D. Qualche ulteriore precisazione sul rapporto tra memoria e sacramenti.
R. Noi cristiani abbiamo diversi sacramenti. I principali sono due, il battesimo e la cena del Signore. Gli altri sono in relazione a questi due.
Questi due sacramenti, come tutti i sacramenti, sono dei riti. Nel battesimo c'è l'acqua, il fonte, il bambino, il celebrante, i genitori, la chiesa, la comunità e si fa un rito, un piccolo teatro. Infatti l'acqua non è tanta, non si fa un bel bagno. Baptizo in greco vuol dire mettere sott'acqua. E' una piccola rappresentazione teatrale, con i personaggi, con i gesti, con le parole. In questo piccolo teatro si mette in palco l'evento della morte e della resurrezione di Gesù Cristo (Rom 6).
Per sé bisognerebbe andare sott'acqua, perché come il cadavere va a finire nella tomba e poi esce, così occorrerebbe fare un'immersione ed un'emersione per rappresentare l'evento della morte e dell'emergere dalla morte per la vita.
Il riferimento è alla morte e alla risurrezione di Cristo, ma non in quanto è un evento che interessa solo Cristo.
Anzitutto c'è la morte e resurrezione di Cristo. C'è poi la partecipazione dei credenti alla morte e resurrezione di Cristo. Anche noi - dice Paolo - moriamo al peccato e risorgiamo a vita nuova come Cristo e con Cristo. C'è infine la ritualizzazione della nostra morte e resurrezione collegata alla morte e alla resurrezione di Cristo.
La morte e la resurrezione di Cristo diventano la nostra morte e resurrezione nella nostra vita, se moriamo al peccato, se sfuggiamo, come dice Paolo, al signore dispotico che ci opprime, grazie alla forza di Cristo e risorgiamo a nuova vita.
Il battesimo è un bel teatro di questo evento di cui siamo protagonisti insieme a Cristo che è l'evento fondante.
Non ci si deve meravigliare nel chiamare anche l'eucaristia teatro. La stessa parola sacramento vuol dire sostanzialmente teatro.
C'è anzitutto la cena del Signore, che ha dimostrato la sua solidarietà fino alla morte. "Mangiate questo pane che è il mio corpo che è dato, che è il mio sangue che è versato" sono la vita e la morte di Cristo donati.
C'è quindi anzitutto il teatro di Gesù con i suoi discepoli, che fa il teatro prima dell'evento, che è rappresentativo di ciò che avverrà, un teatro profetico.
In seguito c'è l'evento profetizzato. Gesù muore e cioè Gesù dà veramente la sua vita come ha detto nel teatro.
Terzo momento: noi nell'eucaristia facciamo il teatro, il teatro del teatro di Gesù, e in questo modo facciamo il teatro dell'evento che Gesù ha teatralizzato come profetico, mentre per noi è memorativo.
Tra il teatro che Gesù ha fatto con i suoi discepoli nella cena prima della morte e il nostro teatro c'è una differenza di tempo. Il nostro avviene dopo l'evento, quello di Gesù prima.
La solidarietà di Cristo con i suoi discepoli, che ha rappresentato nella cena ultima, ha vissuto nella sua carne il venerdì santo, noi la riviviamo teatralmente nell'eucaristia e realmente nella nostra vita, cioè la nostra solidarietà in forza di Cristo nella nostra vita fino alla morte.
L'eucaristia che celebriamo è il teatro della nostra solidarietà che viviamo nella solidarietà sua sia reale che teatralizzata. Noi celebriamo la cena del Signore, cioè facciamo il teatro del teatro.
Fondamentale è la morte reale di Gesù per solidarietà, solidarietà che noi siamo chiamati a rivivere oltre che a rappresentare teatralmente.

D. E il ruolo dello Spirito Santo?
R. Anche nel teatro è importante lo Spirito Santo. In Pirandello i protagonisti teatrali sono dei personaggi reali e facendo il teatro rivivono la vita loro e le passioni loro. La grandezza del teatro sta nel rivivere la storia. Nel rivivere la storia noi possiamo rivivere la solidarietà di Gesù solo nella grazia dello Spirito. Da soli non ce la facciamo.
Il rivivere la solidarietà è un vivere ogni giorno e un celebrare qualche volta. Il teatro lo facciamo qualche volta, mentre il rivivere sempre. Il rivivere e il fare il teatro efficace è possibile solo con la forza dello Spirito, grazie alla quale noi riusciamo a operare la morte al peccato e rinascere alla vita nuova.
Il teatro è importante. Non sto svalutando i sacramenti.
I sacramenti non devono essere sganciati dalla vita, altrimenti diventano un rito vuoto. C'è tutta una corrente profetica che denuncia il ritualismo, proprio di chi faceva delle belle celebrazioni nel tempio, piene di canti, ma sganciate dalla vita e quindi evasive.
Il sacramento sganciato dalla vita è un'ipocrisia perché si celebra quello che non si vive. Il sacramento deve essere agganciato alla vita. Ora, se è agganciato alla vita e se è fatto in modo fedele, fa nascere un'ulteriore vita.
Nasce dalla vita e rimanda più arricchiti alla vita, perché siamo persone teatranti. Se non fossimo persone teatranti ci basterebbe la vita.
Noi abbiamo bisogno della festa. Siamo degli esseri ludici. Abbiamo bisogno di questi simboli, di questi gesti. Per questo ci sono i sacramenti. I sacramenti rispondono alla nostra identità di esseri ludici, legati alla nostra vita.
La memoria della vita è il rivivere l'evento e il teatro memorativo è la celebrazione di questa memoria vissuta.

D. In questa prospettiva come interpretare l'eucaristia come "fons et culmen"?
R. Fonte in quanto rimanda ad una vita più piena, culmine nel senso che prima ci vuole un'esperienza di vita. Non è del tutto vero che si celebri la morte e la resurrezione di Cristo. Io celebro la morte e la resurrezione di Cristo che ha prodotto la mia morte e la mia resurrezione. Non soltanto celebro quello che riguarda Gesù Cristo, mentre io sono un puro teatrante.
Sulla scena chi fa la parte dell'innamorato deve essere un innamorato nella vita.
E' importante il momento ludico, teatrale, la domenica. E' importante fare gli attori, però gli attori di una storia che è la nostra storia, non la storia di altri.

D. Forse uno dei motivi per cui i giovani sono lontani dalla pratica religiosa è data dal fatto della frattura tra rappresentazione e vita. Abbiamo una grave responsabilità nel trasmettere una proposta autentica di cristianesimo.
R. La prima responsabilità è che il teatro non è fatto bene. Gli attori non sono bravi, non si calano nel personaggio. Poi la vita che deve stare a monte è un po' carente. La pièce teatrale non è ricca.
Manca un'introduzione catechetica. I nostri figli vengono a messa talvolta più per consuetudine che per convinzione. E' una grave responsabilità.

D. Mentre nel rito della pasqua ebraica ogni padre di famiglia trasmette la fede, nei nostri riti non avviene nulla di simile, noi laici non svolgiamo nessuna funzione e deleghiamo il discorso di fede a funzionari a ciò predisposti.
R. Nelle nostre chiese sono raccolte persone spesso indifferenziate, senza legami, mentre in una festa familiare ci si conosce tutti.
Il teatro non è fatto bene, è un po' amorfo, lontano, un po' massificato, come se sulla scena ci fossero mille persone. E' un teatro dove ci sono pochi attori ("vado a sentir messa").
Ereditiamo un passato di messe come riti sociali.
C'è un attore che monopolizza e noi siamo il pubblico che va a teatro, non gli attori. Gesti e segni sono fortemente stilizzati: un pane che non sembra pane, non c'è un sedersi attorno alla tavola. Mancano gli elementi drammatici, vivi.
Quando tra vent'anni saremo di meno ad andare a messa, forse la dimensione più domestica renderà il teatro più vivo.

D. Il teatro richiede una storia. Oggi sembrano non esserci più gli elementi per fare teatro, non essendoci più radici e storie.
R. Le masse enormi di giovani che partecipano ai concerti forse dicono qualcosa, c'è un momento di socializzazione, ci sono canzoni. C'è un bisogno di socializzazione.

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