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La laicità nel cristianesimo e nell'islam

Un terreno di dialogo e di confronto tra religioni e culture

sintesi delle relazioni di Adel Jabbar e Brunetto Salvarani
Verbania Pallanza, 21 maggio 2006

la laicità nel cristianesimo

(Brunetto Salvarani)

da una storiella irlandese

Un prete, un imam e un rabbino hanno una vivace discussione teologica, durante la quale ciascuno cerca di convincere l'altro della bontà delle proprie opinioni. La discussione diventa sempre più accesa, perfino violenta. Ad un certo punto, dall'alto appare un angelo, che li interrompe, e dice loro: "Signori! Signori! Esprimete ciascuno un augurio, un desiderio, e io lo realizzerò". Una proposta magnifica. Il prete non ha bisogno di riflettere a lungo e dice: "Per me è semplice: eliminate tutti i musulmani da questo paese e sarò contento". L'imam, a sua volta, non si sofferma molto a riflettere e dice: "Per me è chiaro, eliminate tutti i cattolici da questo paese e sarò strafelice". Il rabbino invece non dice nulla. Allora l'angelo, incuriosito, si volge verso di lui e chiede: "Ma voi ebrei non avete nulla da dire?" E il rabbino risponde: "No, no, io non ho nessun desiderio, ma, mi raccomando, signor angelo, realizzi pure i desideri di questi due ... e sarò soddisfattissimo!"
Se riteniamo che la suesposta soluzione "scontro di civiltà" non sia la preferibile, proviamo a percorrere altre strade.

la laicità secondo le Scritture

La laicità, per il cristiano, è in primo luogo un dato fondante della rivelazione biblica, già chiaramente presente nel Primo Testamento. Nasce con la creazione narrata nel Genesi, con la netta distinzione fra il Dio creatore e il mondo sua creatura, quale contestazione della sacralizzazione della terra che era caratteristica dei culti della fertilità cananei; viene confermata dalla linea strategica della fedeltà alla terra, che però non deve diventare idolo, che trova il suo culmine, a mio parere, nella Lettera agli esiliati di Babilonia di Geremia 29; e trova un'ulteriore radicalizzazione nell'incarnazione di Gesù di Nazaret, fino alla straordinaria pagina del suo colloquio con la donna di Samaria (Gv 4), in cui egli annuncia l'approssimarsi del tempo in cui Dio sarà adorato in Spirito e verità, e non più negli spazi sacri di questa o quella religione. Lo stesso Paolo farà sua tale indicazione a più riprese, e soprattutto nella Prima Lettera ai cristiani di Corinto (7,29-31), dove - in ragione del fatto che il tempo ormai si è accorciato (letteralmente, ha imbrigliato le vele) - i credenti sono chiamati a comportarsi nel mondo come se non ne usassero appieno, poiché la sua scena sta passando.
Questa visione della laicità propria delle Scritture ebraico-cristiane è stata poco vissuta e praticata nella storia del cristianesimo, nella quale hanno spesso prevalso occupazione del potere, commistione e competizione tra potere religioso e altri poteri. Così in realtà la distanza, la distinzione, il rispetto della diversità, sono rimaste molto più nella lettera che nella sostanza del vivere da cristiani.
Il laicismo da una parte, teso a espungere l'ambito delle religioni dall'ambito pubblico, e il clericalismo dall'altra hanno poi prodotto una diffusa ignoranza sulle religioni e sullo stesso cristianesimo. Secondo un'indagine Eurisko dello scorso anno il 60 per cento degli italiani non sa mettere in sequenza cronologica Abramo, Mosé, Gesù, Mohammad. Nello stesso tempo però si invocano le radici cristiane e l'identità cattolica, magari anche da parte di atei devoti.
Nell'attuale stagione in cui i tempi sacri, gli spazi sacri, i ricordini e le madonnine tornano prepotentemente alla ribalta questa visione della laicità è ancora più difficile da accogliere.
Ha prevalso una visione della laicità per sottrazione, al negativo: togliere il religioso dallo spazio pubblico. Occorre invece una laicità in positivo, per addizione, per arricchire lo spazio pubblico con il contributo di tutti.
E' necessario il passaggio ad una laicità non di pura garanzia o di pura distinzione, ad una laicità capace di riconoscere particolari tradizioni che nel loro impiantarsi non ledano i diritti di nessuno, ma semmai, arricchiscano la comunità di nuovi valori e nuovi costumi: una laicità fondata su un patto in cui sogetti diversi, portatori di tradizioni e valori diversi, accettano di convivere nella stessa comunità civile, liberi di esprimere la propria identità ma anche tenuti a riconoscere e a rispettare le norme che quella comunità si è liberamente data.

educare al dialogo interreligioso e al pluralismo religioso

La laicità di relazione, di apertura ha bisogno per affermarsi di un assiduo impegno nell'educare al pluralismo religioso e al dialogo interreligioso. Solo questa laicità può produrre un dialogo efficace, e nello stesso tempo soltanto un dialogo interreligioso serio può aiutarci a costruire delle relazioni di laicità.
Il dialogo è difficile, ha bisogno di un investimento importante in termini di conoscenza e di educazione. In gioco sono scelte pastorali di fondo. Purtroppo nei documenti preparatori del quarto convegno ecclesiale di Verona non si trova traccia di questi argomenti. Il dubbio che il dialogo non sia fra le priorità della chiesa cattolica italiana è perfettamente legittimo. Sembra che tutto sia relegato alla settimana di preghiera per l'unità dei cristiani.
Buone pratiche di dialogo invece esistono, di cui i giornali ufficiali parlano poco. Per esempio, l'esperienza della giornata ecumenica del dialogo cristiano-islamico: senza benedizioni dall'alto, l'ultimo venerdì di Ramadan, ormai da quattro anni, ci sono almeno un centinaio di chiese locali e di comunità musulmane locali, che riflettono, pensano, discutono, festeggiano l' "Iftar", la rottura del digiuno, o organizzano una conferenza o una festa o una preghiera, o comunque qualche cosa che esprime un bisogno di dialogo, non intercettato dalle istituzioni ecclesiali. Molte esperienze di dialogo sono raccontate nel sito benemerito , sito di Monteforte Irpino provincia di Avellino, che raccoglie materiali, documenti, iniziative su questo tema.
Occorre poi educare al pluralismo religioso, questione molto complicata. Sino al Vaticano II l'ecclesiologia dominante sul tema della salvezza era quella esclusivista (fuori della chiesa non c'è salvezza). Poi si è fatta strada quella inclusivista, che afferma che Gesù Cristo, unico mediatore di salvezza, in modo misterioso permea tutte le vie religiose. La strada del pluralismo religioso, che cerca di evitare annessioni e inclusioni, è più delicata e dibattuta.
Nel mio libro Educare al pluralismo religioso. Bradford chiama Italia (EMI, Bologna, 2006), sostengo che l'educazione interculturale deve fare i conti con le religioni e con il pluralismo religioso e propongo un curricolo integrale, che Cem Mondialità ha recuperato da una città inglese vicina a Leeds, Bradford, dove è stato predisposto, con la collaborazione di tutti, del materiale che, in maniera comparativistica, presenta le diverse religioni presenti sul territorio, nell'interessante prospettiva di imparare le religioni, ma anche di imparare dalle religioni. La conoscenza intellettuale è il punto di partenza per aprirsi ai confronti.
Se non si persegue questa prospettiva si corre il rischio di una balcanizzazione dell'ora di religione nelle nostre scuole, dove accanto all'ora di religione cattolica, ci sarà quella musulmana e così via, favorendo non il dialogo, ma la chiusura identitaria. La scuola dovrebbe favorire il confronto fra idee differenti, lo scambio di pareri e di visioni del mondo, la riflessione critica sulla realtà in trasformazione.
Quindi dovremmo andare non tanto nella direzione dell'ora di bibbia o dell'ora di corano, ma nella direzione della formazione degli insegnanti, che devono sapere che cos'è la bibbia e cosa sono le religioni, per insegnare anche le altre materie, da lettere a storia dell'arte. E' necessario fare entrare esplicitamente l'interpretazione a-confessionale della bibbia intesa come grande codice della cultura occidentale, e l'approfondimento - antropologico, fenomenologico, sociologico, storico, ecc - delle varie religioni, da coniugare rigorosamente al plurale.
Chiudo con un racconto, che è una specie di sintesi di quello che ho cercato di dirvi all'inizio sul tema della laicità nella Scrittura, una sottolineatura di come la Scrittura e la sua laicità stiano in piedi se noi riusciamo a vivere questa doppia fedeltà, alla santità di Dio da una parte e alla santità dell'uomo dall'altra. E' rischioso sottolineare solo una delle due dimensioni, perché la santità di Dio contro l'uomo, porta ai fondamentalismi, e la santità dell'uomo contro Dio porta ai relativismi.
Un giorno Yehuda Amichai, grande poeta israeliano, stava seduto con due panieri di frutta, sui gradini accanto alla porta della cittadella di Gerusalemme. Ad un certo punto sentì una guida turistica che diceva: "Lo vedete quell'uomo con i panieri? proprio a destra della sua testa c'è un arco dell'epoca romana, proprio a destra della sua testa."
Scrive Amichai: "Io mi dissi: la redenzione verrà soltanto quando la loro guida dirà: "Vedete quell'arco dell'epoca romana? Non è molto importante. Ma lì vicino, più in basso, a sinistra, sta seduto un uomo che ha comprato la frutta e la verdura per la sua famiglia".

la laicità nell'islam

(Adel Jabbar)

laicità, parola ameba

Anch'io ritengo che sia importante intendersi sul significato della parola laicità.
Io sono nato in un paese di tradizione musulmana (Iraq), ma siccome tanti paesi musulmani sono stati colonizzati, e lo sono ancora, a scuola quando ero piccolo mi hanno insegnato che cos'è "laicità". Mi hanno spiegato che la religione non incide sulla vita, come se non esistesse più.
Le vicende della vita mi hanno condotto in Italia. Arrivato a Roma, vedo moltissimi preti e suore per le strade della città. A Venezia, osservo qualcuno che si inchina e prega guardando un muro, dove c'è una nicchia con la statua della Madonna. Dopo un po' di tempo vedo in una stazione delle donne vestite di bianco con delle grandi croci che accompagnano a Lourdes delle persone con problemi di salute. Vedendo questo, comincio ad interrogarmi su che cosa mi abbiano insegnato a scuola in Iraq, dove mi avevano detto che la religione in Europa non c'è, mentre invece osservo che è una dimensione che fa parte della vita di tanti individui. Allora, ho cominciato a riflettere sul fatto che laicità è una "parola ameba", secondo un'espressione di Ivan Illich: non ha i contorni così definiti, non è esattamente come hanno voluto vendermela. Nei paesi del sud del mondo ce l'hanno imposta a suon di botte, cercando di convincerci che le nostre culture e le nostre tradizioni sono inferiori rispetto alla cultura occidentale. La realtà che mi si presenta qui in Europa è invece diversa.
Perfino nella laicissima Francia ho scoperto che Pasqua e Natale, che non sono certo feste repubblicane, sono ricorrenze festeggiate!
La laicità in Europa ha seguito percorsi molto diversi: dalla regina di Inghilterra, che è il capo dello stato e della chiesa anglicana, al presidente statunitense che giura sulla bibbia, all'esperienza dei paesi scandinavi, pur considerati avanzati in questi ambiti, in cui, fino a non molto tempo fa, uno studente laureandosi giurava in nome del re, della patria e di Dio. In Norvegia la norma prevede che il re debba essere luterano e che metà dei ministri debbano essere di religione luterana.
La laicità è una separazione della vita sociale dalla religione, oppure è una distinzione tra politica e religione?

diversi orientamenti nell'islam

Anche nel mondo musulmano, nel passato come nel presente, molti si sono interrogati rispetto ai principi religiosi e alla storia, su come riuscire a mantenere un riferimento ai principi, però vivendo la storia. La storia non è una interpretazione autentica e veritiera di principi, anche perché nella storia si inseriscono una serie di interessi materiali, umani. Questa è la prima questione, i principi e la storia.
L'altra questione è come orientare gli individui rispetto alle questioni etiche, del mondo, e dall'altra parte però come anche regolamentare le organizzazioni sociali e politiche: la religione orienta gli individui o deve regolamentare le organizzazioni sociali e politiche?
Un'altra questione è il rapporto fra lo stato e la religione: è necessario avere un certo ordinamento politico, perché la religione possa essere salvaguardata ed eventualmente praticata?
Nell'Islam ci sono diversi orientamenti, diverse visioni. Per alcuni musulmani la storia che hanno prodotto gli uomini di un certo periodo dell'Islam è una storia sacra, per altri invece è un operato umano, non sacro. Alcune interpretazioni hanno voluto solo legittimare l'operato di certi governanti o gruppi di interesse. Per altri invece la storia acquisisce una sua sacralità.
C'è poi la questione se l'Islam come religione ha previsto la costruzione di uno stato. Qualcuno dice di sì, perché l'operato del profeta Mohammad nella città di Medina, nel 632 d.C., è stato un inizio di costruzione di uno stato islamico. Altri musulmani dicono invece che è stata la costruzione di una comunità religiosa, e che l'intento del profeta non era di costruire uno stato. Se fosse stato così, avrebbe previsto dei meccanismi per poterlo poi far durare nel tempo.
A questo proposito, alcuni pensatori musulmani cercano di distinguere fra due periodi: il periodo della elaborazione del pensiero, dei principi della fede musulmana, cioè il periodo della Mecca, che inizia nel 610, con la rivelazione che il profeta Mohammad riceve dall'arcangelo Gabriele, e termina nel 622, e l'altro periodo, quello di Medina, che è quello della costruzione della comunità musulmana, dal 622 d.C. al 632, cioè il periodo di sperimentazione dei principi che erano stati elaborati, il periodo delle pratiche. Alcuni pensatori musulmani danno maggiore importanza al periodo dell'elaborazione, perché è il principio, la parte fondante, mentre il periodo di Medina è un esperimento storico, quindi come tale soggetto ai cambiamenti, a differenza dei principi che sono stati codificati nel periodo della Mecca.
Per quanto riguarda la finalità della fede musulmana, per alcuni musulmani è quella di predicare il bene, di instaurare giustizia e di produrre relazioni solidali. Quindi questa è la responsabilità che Dio ha dato agli individui in quanto individui: produrre giustizia e relazioni solidali e operare per il bene.
Ho cercato, velocemente, di tratteggiare la controversia che è presente anche nel mondo musulmano su queste questioni, nel passato e oggi.

una modernità estranea imposta subita

Nella storia recente i musulmani hanno subito la modernità, un prodotto imposto dalle potenze coloniali.
Le problematiche che sorgono in Europa relative a laicità, a distinzione tra religione e politica, certamente i musulmani non le hanno vissute allo stesso modo. Non fanno parte della loro storia. La nascita di queste problematiche coincide con la costruzione dello stato moderno, con il sorgere di una nuova società basata su visioni prodotte dall'industrializzazione, dall'urbanizzazione, quindi da nuove organizzazioni padronali, del lavoro, da nuove categorie professionali, da nuove forme di organizzazioni partitiche, da nuove organizzazioni sindacali, da nuove visioni del mondo, dove la religione di fatto non c'entra molto. Nel processo di secolarizzazione della nuova Europa, la religione viene messa ai margini, perché nella nuova società nascente un certo tipo di sviluppo ha prodotto altri tipi di relazione, di organizzazioni, che non fanno riferimento alla religione.
Tutto questo nell'Islam non è avvenuto. Non c'è stato quel processo storico che ha prodotto quel tipo di dibattito, anche se, come dicevo prima, il dibattito nell'Islam c'è, però è di altra natura, non è equivalente a quello avvenuto in Europa, che corrisponde a un periodo di trasformazione sociale particolare.
Nei paesi musulmani inoltre né il municipio è organizzato come il municipio in Europa, né la religione è organizzata come la chiesa in Europa. Sono realtà assolutamente non così strutturate. Ancora in molti paesi musulmani, vi sono società in cui prevale la comunità, piccola, che si autoregolamenta con consuetudini. Quindi in molte realtà dell'Islam non si è sentita la necessità di strutturare il municipio. Inoltre l'Islam non ha una gerarchia, l'Islam non ha un clero, nell'Islam non c'è l'obbligo di andare alla moschea, la moschea non è un centro che si contrappone al municipio. Nel mondo islamico sono diffuse delle comunità, molto democratiche, come dicono i sociologi "comunità amicali", dove forti sono i rapporti di parentela. Sono comunità formate da piccoli gruppi, che vivono di un'economia di sussistenza, di relazioni di solidarietà all'interno del gruppo, dove la vita è regolamentata dalle consuetudini del gruppo.
E' una storia completamente diversa.

divaricazione tra stato e società

Gli stati nei paesi di tradizione musulmana nascono per la quasi totalità a seguito dell'operazione coloniale. Non sono nati come espressione dell'esigenza degli abitanti. Le élites che li governano sono state messe in piedi dalla potenza coloniale. L'estraneità rispetto allo stato è stata inoltre alimentata dalla concezione della laicità come non religione, dato che per i musulmani è difficile pensare ad un ordine della società senza i principi religiosi.
Nonostante l'imposizione e l'estraneità, la modernità ha costretto i musulmani a produrre nuove strutture, come la scuola moderna, che in molti paesi musulmani non è più la scuola coranica, basata su principi molto diversi. Così nascono le istituzioni dello stato, diversi ordinamenti all'interno dello stato, che rispecchiano più le necessità della nuova società che cambia che la tradizione musulmana. Di qui il paradosso e il contrasto di stati con istituzioni moderne, ma con una coscienza della società ancora legata alle tradizioni.
La società non è mai riuscita, con poche eccezioni, a sentirsi rappresentata nello stato, percepito come estraneo e imposto, nel quale la gente, la società nel suo insieme, non si sente rappresentata.
Di fatto, gli stati di moltissimi paesi musulmani nascono più moderni di molti stati europei. Sono stati che, ad esempio, nelle loro costituzioni, sul piano formale, non hanno fatto riferimento alla religione, ben prima dell'Italia, del Portogallo, della Spagna.
Quindi, quando parliamo della realtà dell'Islam, è importante innanzi tutto comprendere la natura del dibattito all'interno dell'Islam sul piano religioso, poi comprendere quanto la modernità e le implicazioni della modernità abbiano inciso molto concretamente nelle nostre società e inoltre come, nel percorso, molti paesi musulmani si siano diversificati l'uno dall'altro: il modello dell'Arabia Saudita non è quello del Senegal, il modello della Tunisia non è quello dell'Afghanistan, il modello della Turchia non è quello del Sudan. Sono paesi assolutamente molto diversi. Dietro la parola "islam" si nascondono situazioni complesse e spesso fortemente differenziate.
In molti paesi europei ancora si fa fatica ad accettare che certe comunità religiose, come quella islamica, per esempio, possano accedere al diritto di festeggiare le loro ricorrenze religiose, che le loro feste siano riconosciute. In moltissimi paesi musulmani è sancito il diritto delle diverse comunità religiose a festeggiare le proprie ricorrenze. In Egitto, la scuola pubblica e le istituzioni festeggiano quattro calendari: ortodosso, cattolico, musulmano ed ebraico. Certo oggi l'informazione che si dà tramite gli organi di stampa su queste questioni non corrisponde sempre alla realtà di certi paesi musulmani. Si dice "l'islam!", come se fosse un unicum, si dice: "vogliamo la reciprocità con i paesi musulmani" . Magari ci fosse, in alcuni casi! Perché in alcuni paesi musulmani nessuno si scandalizza se l'ebreo o il cristiano hanno bisogno di un cimitero.
molte questioni irrisolte: asservimento della religione alla politica
Nella realtà dell'Islam, nella società musulmana, rimangono aperte, irrisolte molte questioni (politica, stato e religione...) su cui i musulmani soprattutto dovrebbero pensare.
Nella modernità è avvenuto che lo stato moderno, laico, ha esercitato un controllo sulle religioni. Molte autorità religiose nell'islam vengono nominate dai presidenti o dal primo ministro, non viceversa. Il presidente dell'Egitto o il re della Giordania o il re del Marocco, ecc. nominano il muftì, che sarebbe colui che dichiara la veridicità o meno delle leggi che lo stato promulga. La nomina governativa crea un forte condizionamento. Difficilmente ci sarà un disaccordo con chi ti ha nominato e ti paga lo stipendio. E questi ordinamenti non appartengono affatto alla tradizione musulmana, ma sono assolutamente moderni.
Nell'islam ogni comunità si organizza autonomamente, elegge il suo rappresentante e si autogestisce. Questo è stato forse anche l'aspetto più interessante della religione musulmana, la sua capacità di diffondersi tra individui che si aggregano tra di loro, in modo orizzontale, ed è il gruppo che eventualmente sceglie chi è il migliore, chi rappresenta il gruppo, chi è il più adatto, il più consono, o il più preparato.
Lo stato moderno ha invece cercato di fagocitare la religione in funzione dell'indirizzo politico del governo di un periodo o dell'altro. E' uno dei grossi problemi di oggi l'alleanza tra un ceto religioso tradizionalista e il ceto politico modernista per spartirsi "il potere": la politica la faccio io, anzi quasi tutto faccio io, tu eventualmente fai la predica, ti occupi della moralità, di come devono vestirsi le donne, ecc.
Mi piacerebbe, invece, vedere religiosi di varie realtà che si pronunciano dicendo ad esempio che per considerarsi musulmano (o cattolico) uno deve essere attento alla giustizia sociale, deve avere una cultura antirazzista, deve essere contro la guerra. Vorrei che qualcuno dicesse queste cose con determinazione.
Ma la realtà dei rapporti tra stato, politica e religione, diventa oggi ancora più problematica, visto che gli stati sempre più stanno perdendo sovranità e vengono attraversati da interessi economici di livello mondiale. La situazione non è più quella di uno stato al cui interno si svolge una certa economia, una certa cultura. I confini sono sempre più permeabili, e quindi assistiamo ad un processo di "deterritorializzazione", che coinvolge anche le religioni.
Oggi dobbiamo chiederci in che modo le religioni possono dare un contributo che non sia legato alle visioni tribali, territoriali, che riesca ad abbracciare l'umanità e le sue problematiche.
Nell'esperienza storica che stiamo vivendo credo che, rispetto ad altre modalità di pensiero, le religioni oggi possano aiutare le comunità umane a cominciare a ragionare in termini trasversali e in termini di umanità intera. Le persone oggi sono sempre più deterritorializzate, si trovano a vivere e a convivere in contesti diversi. E queste compenetrazioni anche tra ambiti religiosi diversi dovrebbero stimolarci a riflettere su quale società politica oggi si stia instaurando nel mondo, dato che lo stato-nazione è sempre più debole, quindi in che modo le comunità religiose oggi possano collocarsi dentro a questo spazio, ma anche in che modo possano dare contributi alla società che si sta formando.
Per i musulmani oggi la sfida è di superare la visione neocomunitarista che collega strettamente l'islam ad una realtà territoriale di tipo localistico. E' una visione statica, chiusa, che esclude l'altro. La storia, invece, sta portando i musulmani a vivere in altri luoghi, e persone di altre fedi a vivere nella società musulmana. E' richiesta una visione universalistica.

il modello di Medina

Il modello di comunità di Medina, realizzato nel 622, può essere riletto alla luce della situazione attuale nella prospettiva di costruire una società autenticamente umana.
La città di Medina, la prima comunità musulmana, nasce plurale. Lo stesso profeta Mohammad non ha mai imposto la religione a quelli che facevano parte della comunità. Anzi, è andato a consultarsi con questa moltitudine di persone di provenienze diverse, di religioni diverse (ebrei, cristiani, ecc.), per realizzare il primo patto per una società plurale, il patto di Medina. Questo patto, grazie al quale nasce la prima comunità musulmana, durante il periodo medioevale diventa un modello di riferimento per tutte le città musulmane che sono state costruite e che si sono sviluppate, dalla Spagna fino a Samarcanda e alla Cina.
La prima comunità musulmana nasce intorno all'insegnamento islamico universalistico secondo il quale non ci devono essere distinzioni tra esseri umani in base all'appartenenza territoriale o tribale, un insegnamento che dice che i problemi sono oggetto di consultazione tra gli umani, e che non c'è una soluzione imposta da Dio.
L'Islam nasce anche intorno a questo, che è diventato per secoli una pratica.
"Non ci sia costrizione nella religione" (Sura 2, 257). "Dì: la verità proviene dal vostro Signore, creda chi vuole, e chi non vuole neghi" (Sura 18, 29).
Quindi, ancora il Corano: "Se il tuo Signore volesse, tutti coloro che sono sulla terra crederebbero. Sta a te costringerli ad essere credenti?" (Sura 10, 99) Questi sono versetti coranici, trasmessi dall'arcangelo Gabriele al profeta Mohammad.
"Da parte del vostro Signore vi sono giunti appelli alla lungimiranza. Chi dunque vede chiaro lo fa a proprio vantaggio, chi resta cieco, lo fa a proprio danno" (Sura 6, 104) . Quindi Dio ammonisce. "Quanto a me - dice il profeta - ''non sono il vostro guardiano"' (Sura 6, 104).
E ancora: "Se Dio volesse, non ci sarebbero più idolatri, ma noi - dice Dio rivolgendosi al profeta Mohammad - non ti abbiamo designato come loro custode" (Sura 6, 107) Tu non sei il loro tutore. "Ammonisci dunque, ché tu altro non sei che un ammonitore, non hai su di loro nessuna autorità." (Sura 88, 21-22) "Chiama al sentiero del tuo Signore con saggezza e belle parole, e non discutere che nel modo più garbato" (Sura 16, 125). Un ultimo versetto e poi concludo: "Di fronte all'autorità, tenetevi la vostra religione, io mi tengo la mia" (Sura 109, 5).
Questi elementi fondanti della comunità islamica di Medina, mantengono tutt'oggi la loro utilità innanzitutto per i musulmani ma anche per altri, nella prospettiva di contribuire a costruire una società autenticamente umana, oltre la perversa logica degli scontri di civiltà finalizzata a difendere solo il potere e il privilegio di alcuni.

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